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mercoledì 10 agosto 2016

venerdì 9 ottobre 2015

#SENZA_TAGLI / Inside Out, viva le emozioni (Patrizia Mattioli)

Nel film della Pixar Inside Out, la vita della giovane Riley è governata da cinque emozioni: Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura, Disgusto che alternandosi nella sua testa ne costruiscono le reazioni. Il film trasforma in animazione concetti che appartengono alle teorie cognitive della mente e apre una finestra sulla vita emotiva di una ragazzina di 11 anni che fa i conti con il suo percorso di crescita e consapevolezza.

Il regista Pete Docter, dice che per il film sono state selezionate solo 5 emozioni per evitare di affollare la “stanza dei comandi”. Si ritiene effettivamente che le emozioni fondamentali siano poche forse proprio cinque, presenti fin dalla nascita nel bambino: paura, rabbia, tristezza, disgusto e gioia sono utili per regolare il legame affettivo con le figure di attaccamento. Le altre emozioni, invece, considerate complesse, come la vergogna, la gelosia, l’invidia, il disprezzo si strutturerebbero in un secondo tempo e sarebbero la combinazione di due o più emozioni fondamentali, la loro funzione sarebbe più orientata a regolare i processi di autoconsapevolezza come la stima e l’autostima e attraverso di essi le relazioni sociali.

Ogni emozione è accompagnata da specifiche reazioni fisiologiche, da espressioni facciali e comportamenti tipici, che la rendono riconoscibile anche agli altri: è facile per chi ci è accanto capire se stiamo provando gioia, rabbia, paura o tristezza.

Il linguaggio emotivo è involontario e perciò considerato sincero con un significato indipendente dalle parole, quindi universale. Riconoscere le emozioni di una persona è il sistema più rapido e affidabile per conoscerla.

Si riteneva che le emozioni fossero contrapposte alla razionalità e che la psiche fosse divisa in due parti: una positiva, razionale, l’altra negativa, emotiva, che avessero un corso automatico fuori dalla volontà dell’individuo e che fosse meglio reprimerle.
Oggi si ritiene più verosimilmente che le emozioni organizzano piuttosto che sconvolgere il piano razionale, che guidino la nostra percezione del mondo, come anche la nostra memoria perché i ricordi del passato vengono selezionati in base all’emozione e allo stato d’animo in corso

Le emozioni strutturano le nostre relazioni interpersonali, a partire dalle prime relazioni di attaccamento e le nostre identità vengono definite da specifiche emozioni che, come lenti di ingrandimento, ci fanno percepire il mondo in un modo piuttosto che in un altro.

Spesso la sofferenza psicologica è collegata a una scarsa consapevolezza della propria emotività.

Le emozioni sono esperienze importanti, da conoscere piuttosto che evitare, cambiare o sopprimere. Possono essere piacevoli o spiacevoli, ma in ogni caso danno significato e valore alla vita.

*** Patrizia MATTIOLI, psicologa e psicoterapeuta, Inside out: le emozioni fondamentali che ci aiutano a conoscerci, blog 'ilfattoquotidiano.it', 8 ottobre 2015, qui

mercoledì 23 settembre 2015

#MOSQUITO / Emozioni, ne conseguono le azioni (Daniel Goleman)

‘Motivazione’ ed ‘emozione’ hanno in comune la stessa radice latina, ‘movere’, ‘muovere’. Le emozioni sono, letteralmente, ciò che ci spinge a perseguire i nostri obiettivi; esse alimentano le motivazioni, le quali a loro volta guidano la percezione e danno forma alle azioni. Opere grandi, dunque, prendono le mosse da grandi emozioni.

*** Daniel GOLEMAN, 1946, psicologo, saggista, giornalista statunitense, Lavorare con intelligenza emotiva, 1998, Rizzoli, Milano, 1998.



martedì 16 giugno 2015

#MOSQUITO / Medici, il dovere di chiedere perdono (Eugenio Borgna)

Il dovere di chiedere perdono, quando si fa il medico, è sempre più importante, oggi, nella misura in cui il dilagare della tecnologia conduce alla fatale disumanizzazione del malato. Non sempre si ascoltano i pazienti, non sempre nemmeno li si guarda, divorati dalla fretta di giungere alla diagnosi con i soli strumenti tecnologici e, in ogni caso, alla sola farmacoterapia. Non si ha tempo di condividere il dolore e l’angoscia, la tristezza e la inquietudine, la timidezza e la solitudine di una paziente, o di un paziente. Ciascuno di noi, e non solo in psichiatria, è continuamente esposto al rischio di essere portatore di una violenza, certo, involontaria ma radicalmente antiterapeutica. La violenza delle parole che non testimoniano umana partecipazione e speranza; la violenza delle parole e dei gesti che non rispettano il silenzio e il pudore; la violenza della indifferenza e della noncuranza; la violenza delle comunicazioni che non tengano conto delle attese e del dolore dei pazienti. La illusione, direi, di potere (di dovere) dire la “verità”, ogni (talora apparente) verità a chi sta male; dimenticando l’invito alla prudenza e alla discrezione che rinascono da alcune bellissime parole di Hugo von Hofmannsthal: come è difficile dire la verità senza mentire. Quanti motivi ci sono perché ciascuno di noi non possa non chiedere perdono ai pazienti per le cose, anche tecnicamente adeguate, che siano state fatte senza carità e senza amore. 

*** Eugenio BORGNA, 1930, medico psichiatra e saggista, Le emozioni ferite, Feltrinelli, 2009.


In questo blog, altri 3 contributi-video di Eugenio Borgna qui

venerdì 6 marzo 2015