sabato 24 giugno 2017

#CIT / Amo, la parola più pericolosa (Tiziano Sclavi)


Questa battuta è attribuita all'attore e comico americano Groucho Marx, e gioca sul fatto che in italiano la parola "amo" può assumere due significati diversi; ma è evidentemente una falsa attribuzione, visto che in inglese la frase perderebbe il suo significato umoristico ("amo", inteso come uncino per pescare, in inglese si dice "hook"; "amo" voce del verbo amare, "I love). 

In realtà si tratta di una battuta di Groucho, il personaggio di Dylan Dog creato da Tiziano Sclavi. 
La battuta originale, tratta dall'albo n. 91 del 1994 intitolato Metamorfosi, è la seguente: 
"Sai qual è la parola più pericolosa per il pesce e per l'uomo? Amo". 

Questo non è l'unico caso in cui il personaggio di fantasia Groucho viene confuso con il comico Groucho Marx, e non si pensi che nell'equivoco caschino solo ingenui ragazzini frequentatori di facebook! Questa stessa battuta, tanto per fare un esempio, si trova citata, attribuita al comico americano, anche in un libro "serio" intitolato Come parla un terapeuta. La ristrutturazione strategica, pubblicato nel 2014 da Bernardo Paoli per l'editore Franco Angeli. Ennesima dimostrazione di come il "virus" delle citazioni errate presenti su internet si stia diffondendo anche nei libri, i cui autori copiano con leggerezza le citazioni che preferiscono senza verificarne le fonti - o magari senza fare prima una visitina su Aforismario...
(da aforismario.net, qui)

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#SGUARDI POIETICI / Istruzioni per l'uso della gioia (Franco Arminio)

La gioia non è un risultato,
un fatto, una cosa, un luogo.
La gioia crea spazio, scioglie
fa il vuoto.
Per conservare la gioia non serve
un barattolo, ma un patto,
devi decidere che la gioia
è la strada della tua vita.
Dunque non cercare la gioia
successiva, sappi che te ne basta una,
una qualsiasi. Ecco, tienila, considera
che è la tua casa.
Il dolore arriverà, ma intanto sappi
che la gioia scioglie nodi
e questo non potrà farlo
L’uragano del dolore, il dolore
ti schiaccia, ti zavorra,
ti fa un mendicante di pesi,
mentre la gioia conosce solo l’alfabeto
della leggerezza.
Non pensarla la gioia, sentila,
è una fioritura nella carne,
è il maggio delle ossa,
l’aprile degli occhi.

*** Franco ARMINIO, 1960, poeta, scrittore, paesologo,  Istruzioni per l'uso della gioia, 'facebook', 17 giugno 2017, qui


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#RACCONTId'AUTORE / La principessa più forte del mondo (Marina Valcarenghi)

C’era una volta una giovane principessa che non era solo molto bella, ma anche molto forte. Riusciva a salire in groppa a un cavallo in corsa. Nei duelli con la lancia e con la spada nessuno riusciva a disarmarla. Nelle battaglie era sempre in prima fila e se aveva paura non si sa, ma certamente non si vedeva. Si arrampicava sugli alberi ma proprio fino in cima dove non arrivava nessuno e a braccio di ferro nemmeno i pugili riuscivano a resisterle.

I suoi genitori le volevano molto bene ma non erano gran che contenti. Spesso borbottavano:
«Figlia cara, uomo dovevi nascere tu! Chi vorrà prenderti in moglie? Tu fai paura, non tenerezza e i giovanotti hanno paura di lasciarci la pelle in un matrimonio con te!»
«Se hanno paura che se ne stiano a casa dalla loro mammina» rispondeva spavalda la principessa Flavia scuotendo l’onda di capelli scuri che le scendeva sulla fronte. «Come posso sposare un uomo che ha paura di me? Io sposerò solo chi riuscirà a farmi scendere dal mio cavallo e non me ne importa niente che sia un principe o un contadino, un guerriero o un poeta.»

Le sue amiche si sposavano e lei rimaneva sola. Ogni tanto si presentava al castello un cavaliere e sfidava la principessa Flavia e ogni volta ognuno di loro veniva regolarmente disarcionato in un batter d’occhio.
«Flavia» le dicevano le sue amiche, «perché non fai finta, soltanto finta di essere un po’ più debole? Che cosa te ne importa, dopo tutto?»
E la principessa rispondeva: «Mi vergognerei per me e anche per la persona che dovrei imbrogliare.»
«Rimarrai sola» le dicevano le sue amiche, «e la solitudine non è bella.»
«La solitudine... la solitudine...» mormorava la principessa e si perdeva nei suoi pensieri.

Intanto Flavia continuava a vivere per conto suo, a galoppare selvaggiamente sul suo cavallo, a correre a perdifiato per i prati, a nuotare nei torrenti, a tirare l’arco e a starsene ore e ore sotto un albero con lo sguardo perso.

Un giorno si presentò alla corte di Flavia un cavaliere: «Sono il principe di Agadir» dichiarò. «Voglio sfidare e vincere la principessa Flavia per farla mia sposa.»
Anche questa volta furono fatti i preparativi sulla piazza del paese e una gran folla corse quel giorno a vedere la sfida. I due guerrieri, il principe e la principessa, erano uguali, imprigionati nelle loro armature che li coprivano dalla testa ai piedi.
E uguali erano i loro cavalli bianchi.

Al segnale dei trombettieri partirono l’uno contro l’altra. Si sentì un gran rumore di lance e di spade, una fitta polvere si sollevò intorno ai combattenti in un silenzio pieno di attesa. Era una mischia furibonda: i due cavalli nitrivano impazziti, ma alla fine uno dei due cavalieri volò per aria e ricadde a terra come un sacco. Chi era? Il re e la regina, tutta la gente tenevano il fiato sospeso: questa volta era stata una vera battaglia, non come nel passato, quando i cavalieri sfidanti cadevano giù al primo colpo come pere cotte.
Il cavaliere vincente si avvicinò al palco del re, si inchinò leggermente, si tolse l’elmo e il cimiero e una cascata di capelli neri cadde sulla corazza. Ancora una volta Flavia aveva vinto.

Dopo il principe di Agadir fu il turno di un giornalista romano, di un capitano bretone e di un chitarrista cileno. Tutti, armati fino ai denti, finirono a mangiare la polvere abbracciati ai loro cavalli. Ormai a sposare Flavia nessuno ci pensava più. E lei ci pensava meno degli altri, oltre a tutto gli anni erano passati.

Un giorno si presentò a corte un cavaliere: era bello, grande e bruno e il suo cavallo era nero. Non disse chi era né da dove veniva. Il suo viso era pallido e il suo sorriso gentile. Chiese di sfidare la principessa a duello. Anche per lui vennero fatti i preparativi: la piazza era piena di folla e di bandiere, c’era la musica e si vendevano i gelati. Nessuno voleva perdersi lo spettacolo dell’ultimo cavaliere che rotolava per terra come un pupazzo.

I trombettieri suonarono la prima volta e apparvero sulla spianata i due cavalieri. Si sentì un coro di oh oh! di meraviglia. L’uomo era sul suo cavallo nero senza alcuna armatura. Indossava una tunica bianca con un sole e una luna ricamati all’altezza del cuore; nelle mani non stringeva nessuna arma, ma un ramo di fiori di lillà.
«Àrmati cavaliere o ti farà a pezzi!» si sentì gridare dalla folla. «Prendi la spada non fare il matto!». «Attento a te, quella donna è un drago!»

Flavia stava muta al suo posto con la visiera calata. E il cavaliere stava serio sul suo cavallo in attesa. I trombettieri finalmente diedero il via e i cavalli partirono al galoppo. Quando furono uno accanto all’altro, la principessa alzò la spada per tirare un fendente, e allora il cavaliere alzò la mano senza toccarla fissando con un sorriso la fessura dell’elmo che nascondeva gli occhi di Flavia. La spada le cadde di mano e il cavaliere circondò il collo della principessa con il ramo di lillà.

Allora Flavia scese da cavallo, si liberò del cimiero, dell’elmo, della corazza, dei gambali e rimase con il suo solito vestito bianco.
Anche il cavaliere allora scese da cavallo; i due si presero per mano e si diressero verso il palco dove il re e la regina li aspettavano a bocca aperta.

«Ecco» disse Flavia: «l’uomo che non ha paura di me e non ha bisogno di farmi paura; io non so chi sia; ma lui sarà il mio sposo.»

*** Marina VALCARENGHI, 1960, psicoanalista di matrice junghiana, saggista e scrittrice, Il buio è un cavaliere, Tranchida, Milano, 1999


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#MOSQUITO / Partire, l'importante (Luigi Malerba)

Caro lettore, alla fine della mia Odissea, dopo aver ucciso tutti i Proci, Ulisse lascia Penelope e parte di nuovo. Perché lo fa? Perché Ulisse non è un personaggio ma è una mania. Una mania che costringe l’uomo a partire. Sempre. Una mania che alcuni ce l’hanno, altri no. Se anche tu ce l’hai, sappi che nel porto c’è una nave che ti aspetta. Non preoccuparti per la valigia. Non chiedere il prezzo del biglietto. Non chiedere la destinazione. L’importante è partire. 

*** Luigi MALERBA, 1927-2008, scrittore e sceneggiatore, Itaca per sempre, 1997, Mondadori, 2016


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venerdì 23 giugno 2017

#CIT / Libertà di pensare (Alain De Botton)


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#IN_LETTURA / Mauro Cano, Deborah DeWit, Sally Storch

Mauro CANO, 1978
artista argentino
(via pinterest)

° ° °

Deborah DEWIT, 1956
artista statunitense
(via pinterest)

° ° °

Sally STORCH
artista statunitense
(via pinterest)

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#SPOT / Burocrazia (Franco Matticchio)


Franco MATTICCHIO, 1957
illustratore e pittore

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#SGUARDI POIETICI / Quando ammetterai (Stefano Bianchi)

Il gioco più bello non ti serve più
se non hai con chi giocarlo.

Le ore più serene, serene non son più
se non hai con chi passarle.

La cena più buona non ti sazia
se non hai a chi offrirne.

Le parole più belle sono sorde
se una volta una non le dici a chi può ascoltarle.

Il vestito più elegante non ti abbellisce affatto
se nessuno te l’ha detto.

I soldi e la casa muoiono con te
se non hai a chi lasciarli.

Il viaggio più bello ti annoia
senza chi guardi fuori il finestrino
le montagne che scappano lontano. 

Aver ragione è stupido
se non hai chi ti dà torto.

Quel che sei non è 
se non riflette gli occhi di chi guarda. 

Quando lo ammetterai… 

Sta’ allegro amico 
è solo la vita che ricomincia
i tuoi sogni che iniziano ad avverarsi. 

*** Stefano BIANCHI, 1972, poeta, Quando ammetterai, da E’ proprio in domeniche come questa, Fara edizioni, 2006, citato in ‘farapoesia’, qui
Anche in 'losguardopoietico', 7, 23 dicembre 2012


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#BREVITER / Onestà e competenza (mf)

MasFerrario, 'facebook', 22 giugno 2017, qui

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#SENZA_TAGLI / Lashkar-gah, Afghanistan, non esiste (Cecilia Strada)

Oggi in Afghanistan c'è stato un altro bagno di sangue. Apro la posta: è Roberto, dall'ospedale di Emergency a Lashkar-gah.

"Chissà se qualcuno dalle nostre parti saprebbe localizzare in una mappa la cittadina di Lashkar-gah? No, non credo onestamente.
Eppure Lashkar-gah esiste, ed è pure una città importante qua. Ha circa 250mila abitanti ed è il capoluogo della regione. Come Bologna o Firenze. Solo che non è Firenze e neanche Kabul. Nessuno la conosce. E se nessuno la conosce nessuno ne parla. E se nessuno ne parla, per la nostra gente non esiste.
Invece oggi qua, nella città fantasma, a mezzogiorno è esplosa un'autobomba alla Kabul bank, a 150 metri dal nostro ospedale.
Prima si è sentito lo spostamento d'aria, poi un sacco di polvere, poi sono cominciati a piovere detriti, pure il parafango di una macchina nel nostro giardino. È saltata qualche finestra, un pezzo di controsoffitto del corridoio delle corsie è venuto giù.
Poi, i soliti minuti interminabili di silenzio, il nostro, e di spari serrati, fuori dal cancello.
Poi il fiume di gente. Prima uno alla volta, poi un'onda di sangue e ossa.
Una settantina ne sono arrivati. Una quindicina ne sono morti, molti prima dell'arrivo in ospedale.
Stiamo finendo adesso di sistemare le cose, qualcuno attende ancora la sala operatoria, i chirurghi, gli anestesisti e gli infermieri sono dentro da stamattina.
Fuori dal cancello è pieno di gente che piange, li si sente da dentro il pronto soccorso.
Ma è successo a Lashkar-gah, come succede da 15 anni di continuo.
E Lashkar-gah non esiste".

La guerra è. Buon lavoro, ragazzi.

*** Cecilia STRADA, presidente di Emergency, 'facebook', 22 giugno 2017, qui


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#MOSQUITO / Sulla bellezza (Bruno Munari)

Se volete poi sapere qualcosa di più sulla bellezza, che cos'è esattamente, consultate una storia dell'arte e vedrete che ogni epoca ha le sue veneri e che queste veneri (o apolli) messi assieme e confrontati, fuori dalle loro epoche, sono una famiglia di mostri. Non è bello quello che è bello, disse il rospo alla rospa, ma è bello quello che piace.

*** Bruno MUNARI, 1907-1998, artista, designer, saggista, da Arte come mestiere, Laterza, 1966


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giovedì 22 giugno 2017

#PIN / Amore, solitudine (MasFerrario)


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#VIGNETTE / Don Milani e la politica (Mauro Biani)

Mauro BIANI
Don Milani e la politica, 'il manifesto', 21 giugno 2017

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#SPOT / Relax da libro (Eva Vázquez)

Eva Vázquez
disegnatrice spagnola

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#SCRITTE / Trasgressione

(via pinterest)

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#SGUARDI POIETICI / La ballata delle madri (Pier Paolo Pasolini)

Mi domando che madri avete avuto.
Se ora vi vedessero al lavoro
in un mondo a loro sconosciuto,
presi in un giro mai compiuto
d'esperienze così diverse dalle loro,
che sguardo avrebbero negli occhi?
Se fossero lì, mentre voi scrivete
il vostro pezzo, conformisti e barocchi,
o lo passate, a redattori rotti
a ogni compromesso, capirebbero chi siete?

Madri vili, con nel viso il timore
antico, quello che come un male
deforma i lineamenti in un biancore
che li annebbia, li allontana dal cuore,
li chiude nel vecchio rifiuto morale.
Madri vili, poverine, preoccupate
che i figli conoscano la viltà
per chiedere un posto, per essere pratici,
per non offendere anime privilegiate,
per difendersi da ogni pietà.

Madri mediocri, che hanno imparato
con umiltà di bambine, di noi,
un unico, nudo significato,
con anime in cui il mondo è dannato
a non dare né dolore né gioia.
Madri mediocri, che non hanno avuto
per voi mai una parola d'amore,
se non d'un amore sordidamente muto
di bestia, e in esso v'hanno cresciuto,
impotenti ai reali richiami del cuore.

Madri servili, abituate da secoli
a chinare senza amore la testa,
a trasmettere al loro feto
l'antico, vergognoso segreto
d'accontentarsi dei resti della festa.
Madri servili, che vi hanno insegnato
come il servo può essere felice
odiando chi è, come lui, legato,
come può essere, tradendo, beato,
e sicuro, facendo ciò che non dice.

Madri feroci, intente a difendere
quel poco che, borghesi, possiedono,
la normalità e lo stipendio,
quasi con rabbia di chi si vendichi
o sia stretto da un assurdo assedio.
Madri feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Non provate mai pietà o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la vostra integrità di avvoltoi!

Ecco, vili, mediocri, servi,
feroci, le vostre povere madri!
Che non hanno vergogna a sapervi
- nel vostro odio - addirittura superbi,
se non è questa che una valle di lacrime.
E' così che vi appartiene questo mondo:
fatti fratelli nelle opposte passioni,
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
a essere diversi: a rispondere
del selvaggio dolore di esser uomini.

*** Pier paolo PASOLINI, 1922-1975, poeta, scrittore, regista, sceneggiatore, drammaturgo, giornalista, scrittore, regista, La ballata delle madri, da Poesia in forma di rosa, 1961-1964, Garzanti, 1964, anche in 'pierpaolopasolini.it', qui
https://it.wikipedia.org/wiki/Pier_Paolo_Pasolini


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#SENZA_TAGLI / Ricerca della felicità, e 'carpe diem' (Stefano Greco)

Nell'espressione "ricerca della felicità", la parola più importante è ricerca e non felicità. Il termine ricerca indica il bisogno di concedersi tutto il tempo necessario per la riflessione, l'approfondimento e l'introspezione. Nella nostra società della fretta, degli automatismi, delle accelerazioni costanti e della tecnosimbiosi, il tempo è consumato ottenendo l'esatto opposto della felicità. 
Qualificare l'attimo come fuggente è l'indicatore di questa deriva sociale del "tutto subito" e del "tutto è possibile". 
Tradurre il "Carpe Diem" di Orazio con "Cogli l'attimo" è un doppio grande errore. 
Il primo è un errore "tecnico". Carpe Diem è una "callida iunctura", tipica della tecnica poetica di Orazio, e va lasciata così senza neanche tradurla. 
Il secondo, più psicologico, riguarda il fatto che Orazio ci invita a "Entrare nel giorno (inteso come metafora di ogni tempo della vita, non le 24 ore della giornata) e a rimanerci, senza pensare al domani (futuro remoto), senza fretta e ad essere totalmente lì dove si è in quel luogo e in quel momento". 
Questo è un insegnamento fondamentale per noi che viviamo un'epoca di grandi dispersioni, di dissociazioni mentali e digitali e di scollegamento con la realtà della vita e con la natura.

*** Stefano GRECO, consulente, formatore, saggista, 'facebook', 21 giugno 2017, qui


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#MOSQUITO / Burocrazia, snellimento (Ennio Flaiano)

Gli presentano il progetto per lo snellimento della burocrazia. Ringrazia vivamente. Deplora l'assenza del modulo H. Conclude che passerà il progetto, per un sollecito esame, all'ufficio competente, che sta creando.

*** Ennio FLAIANO, 1910-1972, sceneggiatore, scrittore, giornalista, umorista, critico cinematografico e drammaturgo, Taccuino 1951, in Diario notturno, 1956, Adelphi


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