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mercoledì 27 novembre 2019

#SGUARDI POIETICI / Fuga (Antonia Pozzi)

Anima, andiamo. Non ti sgomentare
di tanto freddo, e non guardare il lago,
s’esso ti fa pensare ad una piaga
livida e brulicante. Sí, le nubi
gravano sopra i pini ad incupirli.
Ma noi ci porteremo ove l’intrico
dei rami è tanto folto, che la pioggia
non giunge a inumidire il suolo: lieve,
tamburellando sulla volta scura,
essa accompagnerà il nostro cammino.
E noi calpesteremo il molle strato
d’aghi caduti e le ricciute macchie
di licheni e mirtilli; inciamperemo
nelle radici, disperate membra
brancicanti la terra; strettamente
ci addosseremo ai tronchi, per sostegno;
e fuggiremo. Con la piena forza
della carne e del cuore, fuggiremo:
lungi da questo velenoso mondo
che mi attira e mi respinge. E tu sarai,
nella pineta, a sera, l’ombra china
che custodisce: ed io per te soltanto,
sopra la dolce strada senza meta,
un’anima aggrappata al proprio amore.

*** Antonia POZZI, 1912-1938, poetessa, Fuga, Madonna di Campiglio, 11 agosto 1929, da Parole,  Garzanti, 1989, pubblicata in 'poesiainrete.com', 21 novembre 2019, qui
https://it.wikipedia.org/wiki/Antonia_Pozzi


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venerdì 6 maggio 2016

#MOSQUITO / Fuga, impariamo a 'stare presso di noi' (Salvatore Natoli)

 ... agli uomini d’oggi capita anche, e con una relativa facilità, d’imputare ad altri i propri disagi: la colpa è sempre della società, dell’organizzazione, dello stato, mai nostra. E’ un modo per non assumersi mai le proprie responsabilità. Ma anche se tutto ciò fosse vero, questa sarebbe una ragione in più per prendersi cura di sé. Da soli. Ci deve essere un punto e un momento da cui cominciare. E da dove se non da noi? Bisogna disfarsi degli alibi, bisogna afferrare il proprio limite e mantenersi entro questo confine. Per fare questo è opportuno agire un po’ di meno e pensare di più. Stare presso di sé. Non se ne ha la pazienza. Si crede di stare meglio se si sfugge ai problemi: al contrario, l’uomo trarrebbe maggior vantaggio se divenisse capace di ciò che Seneca chiamava la ‘conversio ad se’, se si raccogliesse per computare la propria potenza, acquisire competenza del suo desiderio e padroneggiarsi. Quanto valgo, cosa posso presumere per me senza cadere nella presunzione: cosa posso davvero. E su questa base agire o ritrarsi. Così Seneca scriveva a Lucilio: «“Disce gaudere”, impara a godere... desidero che non ti manchi mai la gioia, anzi che ti nasca in casa; e nascerà purché essa sia entro te stesso... Essa non ti verrà mai meno, una volta che ne avrai trovato la sorgente... Mira al vero bene e “gioisci di ciò che ti appartiene”». 

*** Salvatore NATOLI, 1942, filosofo, docente di filosofia teoretica, Dizionario dei vizi e delle virtù, Feltrinelli, Milano, 1996


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