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lunedì 1 febbraio 2016

#SENZA_TAGLI / Corruzione, perché ci mancano due parole (Peter Gomez)

A volte le parole che non esistono valgono più di un trattato di sociologia. Volete sapere perché nell’ultimo rapporto di Transparency International (qui) l’Italia viene ancora indicata come il secondo Paese più corrotto di Europa dietro Grecia e Romania? O perché, dopo aver inasprito le pene sulle mazzette e aver creato l’Anac di Raffaele Cantone, l’unico risultato tangibile sia stato sorpassare la maglia nera Bulgaria restando ad anni luce di distanza da Danimarca, Finlandia, Regno Unito, Canada e Stati Uniti?

Beh, invece di prendere in mano le collezioni dei giornali o qualche manuale di storia politico-economica, basta riflettere sulla nostra lingua. Nel Belpaese nessuno, a partire dal popolo italiano, ha mai sentito la necessità di coniare un termine per definire il whistleblower o per spiegare cosa sia l’accountability. Così, mentre la Camera approva in prima lettura una legge per tutelare il dipendente che segnala casi di malaffare all’interno dell’azienda per cui lavora, a corrugare la fronte contro il whistleblower non è solo Forza Italia, ma a malincuore pure l’Accademia della Crusca. E se i seguaci di Silvio Berlusconi votano no per ragioni ormai quasi genetiche, gli onesti accademici fiorentini si trovano invece costretti a sottolineare che “al momento, nel lessico italiano non esiste una parola semanticamente uguale al termine angloamericano”. Si usa l’inglese, spiega la Crusca, perché da noi l’idea di dire bravo a uno che denuncia il suo superiore ladro o un suo parigrado malfattore non è mai stata popolare. Avete presente quella filastrocca : “Chi fa la spia non è figlio di Maria…”.

Per questo, ricorda in un bel articolo Mario Portanova (qui), quando si è trattato di discutere di whistleblowing, in Parlamento è risuonato spesso il termine “delatore”. Ovvero la parola che secondo la Treccani indica “chi per lucro, per vendetta personale, per servilismo… denuncia qualcuno presso l’autorità politica”. Usare un termine del genere significa però ignorare che esiste un interesse pubblico superiore a quello dell’organizzazione in cui sui milita o da cui si riceve uno stipendio.

Non per niente potete anche provare a sfogliare per ore il vocabolario italiano senza trovare qualcosa di esattamente paragonabile all’accountability. La traduzione dice che si tratta della “responsabilità, da parte degli amministratori che impiegano risorse finanziarie pubbliche, di rendicontarne l’uso sia sul piano della regolarità dei conti, sia su quello della gestione”. Ma negli Usa questa parola viene utilizzata anche nella sfera personale. La mia amica Kris Grove scrive: “una persona in grado di prendere visione delle proprie azioni, e che comprende gli effetti che queste hanno nella sua vita e in quella altrui, è un individuo che vive in accountability”. Accountable è un essere umano che sa quanto sia importante la coerenza e il senso civico. Per questo nel mondo anglosassone termine accountability è sempre nella classifica delle prime dieci parole utilizzate durante i colloqui in vista di un’assunzione.

Intendiamoci, qui non si sostiene che in America si viva meglio o che si sia più felici. Ma che si rubi meno, sì. E che a nessuno, o quasi, venga in mente di posteggiare in seconda fila, pure. Del resto da quelle parti è possibile lasciare aperte per strada le cassettine contenenti i quotidiani chiedendo ai lettori di prenderne una copia in cambio di una moneta. Provate a farlo da noi: spariranno giornali, monete e, dopo un po’, pure le cassettine.

*** Peter GOMEZ, giornalista e saggista, direttore di ilfattoquotidiano.it, Corruzione all’italiana: due parole che non esistono spiegano il perché, 'ilfattoquotidiano.it', 30 gennaio 2016, qui


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giovedì 23 luglio 2015

#LINK / Se non sei 'accountable', sono cavoli: le 5 regole (Kristen Grove)

Sapete che voi italiani mi avete cambiata? Da anni vivo in Italia, da anni parlo la vostra lingua, respiro la vostra cultura e convivo coi vostri costumi.
E sono anni che temo le figuracce.
Ho quasi perso tutta la mia americanità e alla fine parlo per aforismi e luoghi comuni.
Ma voi vi sentite quando parlate ed esprimete un concetto o un’idea? Avete idea di quante parolacce vengono usate in situazioni che, se fossimo in America, ci spedirebbero fuori dall’ufficio a calci nel sedere? (...)
Eppure, sarebbe così facile essere ambassador quotidiani di questo Paese e di tutto ciò che meravigliosamente è, semplicemente adottando un atteggiamento “accountable”.
Essere accountable non vuol dire essere meno autentico, non è una panacea di valori. E’ un atteggiamento sempre più umano per approcciare diverse situazioni. Simile all’idea di ridurre ad un unico comandamento i 10 delle sacre tavole: “Ama il prossimo come te stesso”.

Quindi in nome dell’autenticità che tanto promuovo (e anche per darvi una prova concreta di come mi sono inserita bene in Italia) elenco le 5 regole per essere accountable, in stile… tipicamente italiano. (...)

*** Kristen GROVE, creative producer e autrice, Accountable? Se non lo sei, sono ca**i, 'ilfattoquotidiano.it', 21 luglio 2015

LINK articolo integrale qui