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martedì 31 ottobre 2017

#MOSQUITO / Aborto e eutanasia, no ma (Dalai Lama)

In generale, l'aborto è negativo, perché è un omicidio. L'altro giorno ho letto qualcosa a proposito dei diritti umani dei feti. Nella prospettiva buddhista è una grande verità, perché anche il feto non nato è considerato un essere senziente, un essere vivente. 
Ad esempio, uno dei precetti fondamentali per un monaco o per una monaca che ha ricevuto pieni ordini è di non uccidere un altro essere umano. Se un monaco o una monaca che ha ricevuto l'ordinazione completa uccide un feto non nato, infrange questo voto di base. Ma, di nuovo, l'ottica fondamentale del buddhismo è di interpretare ogni evento in base alle circostanze. Si può generalizzare, ma si presenteranno sempre casi eccezionali, tra i quali bisogna considerare anche l'eutanasia. È ovvio che, in generale, l'aborto deve essere evitato, ma in determinate e specifiche circostanze può essere una scelta comprensibile… per esempio, se le vite della madre e del bambino fossero in pericolo, o se si presentassero conseguenze molto negative per la famiglia. 
Uguale è il discorso sull'eutanasia. Nell'ottica buddhista, se tenere in vita un paziente fosse molto costoso e creasse difficoltà alla sua famiglia, se non ci fosse nessuna speranza e il paziente restasse in coma senza attività cerebrale, la si potrebbe accettare. Invece, se la famiglia avesse denaro a sufficienza e se volesse tenere il paziente in vita, ne avrebbe pieno diritto. Ma se le circostanze sono tali da creare molti problemi, allora l'eutanasia, in questi casi eccezionali, può essere possibile. E ugualmente l'aborto in particolari circostanze è possibile; ma è necessario giudicare sul momento, caso per caso: questo è in generale l'approccio buddhista.

*** DALAI LAMA (Tenzin Gyatso), 1935, XIV Dalai Lama, L'arte di essere pazienti, Beat Edizioni, 2011


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sabato 11 marzo 2017

#VIDEO / Aborto e legge 194 (Carla Ciccone)


Carla CICCONE
ginecologa, ospedale Avellino
Aborto e legge 194
24-26 febbraio 2017
pubblicato su youtube, da 'possibile', 7 marzo 2017
video 10min20

Per una reale applicazione della Legge 194. L'intervento di Carla Ciccone alla Costituente delle idee. 
(dalla presentazione)

venerdì 24 febbraio 2017

#SENZA_TAGLI / Aborto, l'obiezione in Italia (Marco Furfaro)

In Francia gli obiettori sono il 7% qui da noi la media è del 70%.
Di fronte a questi numeri, la ministra Lorenzin, invece di farneticare, farebbe bene a promuovere l'iniziativa della regione Lazio in tutta Italia. Perché l'aborto è un diritto e in uno Stato degno di essere chiamato tale, i diritti sono sempre garantiti. Oppure si dimetta, che i vecchi uomini di Chiesa che non sanno nemmeno di cosa parlano sono ridicoli, ma lei è ministra della Repubblica, non serve la Chiesa, serve lo Stato. Se non è in grado di farlo, faccia obiezione di coscienza e si dimetta.

*** Marco FURFARO, politico, 'facebook', 23 febbraio 2017, qui - Sull'iniziativa della Regione Lazio, vedi qui


In Mixtura altri 5 contributi di Marco Furfaro qui

martedì 8 marzo 2016

#SENZA_TAGLI / Abortirai con dolore (Lidia Baratta)

Settant’anni fa, la prima volta del voto alle donne in Italia. 
Festeggiamo l’8 marzo e le conquiste del passato ricordando quello che c’è ancora da fare. Per esempio, rispettare le leggi. 
Ecco l’inchiesta di copertina del numero di pagina99 in edicola lo scorso 28 novembre 2015. Abortire è diventata un’impresa, che riguarda sempre più una minoranza fragile. La corsa contro il tempo per far applicare una legge fantasma. (Lidia Baratta)

La decisione è presa: C. non vuole tenere il bambino. In Italia la legge 194 del 1978 le assicurerà consulenza, esami medici, aborto. Sulla carta. Perché quello che la aspetta, nell’Italia del 2015, è un percorso a ostacoli, fatto di burocrazia, medici obiettori e strutture blindate. Code infinite, mentre il tempo pressa. Eppure anche quest’anno si è brindato alla riduzione delle interruzioni di gravidanza, scese per la prima volta sotto le 100 mila. Ma qualcosa non torna. Gli aborti calano, ma sono sempre meno le strutture che li fanno. Così abortire diventa uno slalom crudele, nel quale perde chi ha meno informazioni, sostegno, reddito. O vive nella regione sbagliata.

Presa la decisione, la prima cosa che serve è un certificato per l’interruzione di gravidanza. C. fa il test e l’ecografia e va dal medico di famiglia. Che le risponde: «Mi dispiace, sono obiettore di coscienza». Non le resta che rivolgersi a un consultorio. In Lombardia, dove vive, non se ne vedono tanti: solo uno ogni mille donne. La media in Italia è di 1,5, distribuiti a macchia di leopardo: la concentrazione più alta in Valle d’Aosta, con quasi otto strutture per mille donne; la più bassa in Molise, dove si arriva allo 0,6. La legge non indica un numero minimo. Tutto è lasciato in mano alle regioni. E il risultato è che, di fatto, la 194 in molte strutture non viene applicata.

Dopo il no del suo medico, C. si rivolge allora a un consultorio di Milano. Telefona a uno in centro, non lontano dal Duomo. «Possiamo fissare un appuntamento non prima di una settimana», dice la segretaria. Dopo sette giorni si presenta. Fa prima il colloquio con una psicologa, poi le visite mediche. In un’ora e mezza è fuori con il certificato in mano. Ora deve “solo” cercare l’ospedale dove abortire. I consultori più virtuosi, confinati tra Piemonte, Liguria ed Emilia Romagna, prenotano direttamente l’intervento. Ma non è questo il caso.

La legge 194 prevede sette giorni di riflessione dopo il rilascio del certificato. Ma di giorni, prima che C. arrivi all’aborto, ne passeranno molti di più. «Ti presenti che sei di sei-sette settimane, ma non fai l’intervento prima delle dieci settimane», dice Mario Puiatti, presidente dell’Associazione italiana per l’educazione demografica. «In questa attesa per la donna aumenta non solo il rischio medico, ma anche quello psicologico». Lo dicono tutti gli studi scientifici: prima si pratica l’aborto, più diminuisce il pericolo di complicazioni. In Italia non è così. Si entra in un labirinto di certificati e colloqui, mentre l’orologio continua a ticchettare. E il ricorso agli aborti d’urgenza, per evitare lo sforamento del tempo massimo dei 90 giorni o delle sette settimane per l’aborto con la pillola Ru486, aumenta di anno in anno.

La procedura prevede due tappe: il prericovero e l’intervento. Ma il prericovero, nella maggior parte dei casi, non si può prenotare. Bisogna presentarsi all’ora e nel giorno stabilito dall’ospedale. «Meglio arrivare prima», dice la centralinista del Niguarda di Milano, «prendiamo solo le prime dieci». Dopo poco più di un’ora, la colonnina elettronica del blocco Sud ha già distribuito i primi dieci bigliettini bianchi con la scritta “prericovero Ivg”. Stesso discorso al San Camillo di Roma: «Non si può prenotare, deve presentarsi alle 7, prendiamo solo le prime dieci». Se sei l’undicesima, ritenti un altro giorno. Magari arrivando alle 4-5 del mattino, come consigliano le infermiere. A mettersi in fila ci sono soprattutto donne giovani, tra i 20 e i 35 anni. Oltre una su tre (34%) è straniera: una percentuale molto superiore a quella della presenza delle immigrate sul totale della popolazione, che accentua la vulnerabilità sociale del fenomeno. E diverse sono anche le caratteristiche delle straniere che abortiscono, rispetto alle italiane: in più della metà dei casi sono sposate e non hanno un lavoro stabile, mentre tra le italiane che abortiscono ci sono più occupate e nubili.

Una volta superata la prima fase, si può fissare l’appuntamento per l’intervento. La regola è questa: passano prima le donne più avanti con la gravidanza. Nel 62% dei casi si aspettano meno di 14 giorni, ma quasi un quarto delle donne attende fino a tre settimane. Dipende tutto dalla regione, dall’ospedale e dal numero di non obiettori presenti. Che spesso si contano sulle dita di una sola mano. Al Niguarda di Milano sono solo due. Al Policlinico Umberto I di Roma ce n’è solo uno. Al San Paolo di Napoli si sale a tre. Ma ci sono anche strutture dove lavorano solo medici che hanno scelto l’obiezione di coscienza. Tra i ginecologi, il 70% si dichiara obiettore. Con regioni, come il Molise e la provincia autonoma di Bolzano, dove più di nove ginecologi su dieci non praticano l’aborto.

Risultato: soltanto il 60% degli ospedali con un reparto di ostetricia e ginecologia garantisce il ricorso all’aborto. L’altro 40% non lo fa, cioè non applica la legge. Come sapere se quello più vicino a casa è uno di questi? Un database con gli ospedali che non fanno l’interruzione di gravidanza non esiste. Devi essere fortunata a trovare quello giusto. «No, qua non la facciamo, deve chiedere al San Camillo o al Sant’Eugenio», rispondono con naturalezza dal reparto di ginecologia del policlinico Tor Vergata. Anche in un altro policlinico universitario della capitale, il Sant’Andrea, l’interruzione volontaria di gravidanza non è praticata. E in tutto il Lazio, sono dieci le strutture che non applicano la 194. In Lombardia, le strutture obiettrici sono più di trenta. All’ospedale di Gavardo (Brescia), per esempio, tutti e otto i ginecologi presenti non sono disposti a praticare l’aborto.

Per risolvere il problema gli ospedali possono ricorrere ai “medici a gettone”. Ma con i tagli alla sanità ormai si fa sempre meno. «E quando i non obiettori di un ospedale vanno in pensione, spesso il servizio viene sospeso», dice Silvana Agatone, presidente della Laiga, Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194/78. «È successo a Jesi, ma anche a Napoli». Il risultato, spiega Massimo Cozza, segretario nazionale Fp Cgil Medici, è che «per abortire le donne sono ancora costrette a migrare anche da una regione all’altra». Nel 2013, in tutta Italia, i ginecologi non obiettori erano meno di 1.500. «Questi numeri bassi sono anche frutto della condizione di svantaggio professionale che questa decisione comporta, soprattutto per i più giovani», dice Cozza. L’età media dei non obiettori, non a caso, è superiore ai 50 anni.

Così come diminuiscono i non obiettori, gli ultimi dati dicono che nel 2014 anche gli aborti sono diminuiti del 5,1% rispetto al 2013. Il tasso di abortività è di 7,2 per mille donne tra 15 e 49 anni, in calo del 5,9% rispetto al 2013 e tra i più bassi d’Europa. Si può pensare che le campagne di informazione per la prevenzione abbiano funzionato. Ma a guardare i dati, il 42% delle under 25 italiane non usa ancora nessun metodo contraccettivo durante il primo rapporto sessuale. Un’altra spiegazione potrebbe essere la diminuzione del tasso di fecondità, sceso nel 2014 all’1,39 figli per donna. Siamo quindi una popolazione che fa pochi figli, usa pochi contraccettivi, e ricorre pochissimo agli aborti. Anche qui, qualcosa non torna. «La domanda che dobbiamo porci è: l’offerta dei nostri ospedali corrisponde alla domanda di aborti?», dice Silvana Agatone. Non a caso, il tasso di abortività è più alto nelle regioni con i servizi migliori (Emilia Romagna, Liguria, Piemonte), e più basso nelle regioni che hanno più obiettori e liste d’attesa più lunghe (Calabria, Trentino, Veneto).

Il dubbio che corre tra gli operatori e gli esperti è che, davanti a tante difficoltà, stiano aumentando gli aborti clandestini. Secondo la ministra della Salute Beatrice Lorenzin, i numeri sul clandestino sono stabili. Ma i calcoli sono stati fatti in una ricerca condotta nel 2012 con modelli matematici elaborati prima del 2005, cioè prima dell’introduzione delle pillole abortive. «I modelli matematici applicati», spiega Anna Pompili, ginecologa di Amica, Associazione medici italiani contraccezione e aborto, «oggi sono inadeguati a comprendere il fenomeno perché non tengono in considerazione una nuova modalità di aborto sempre più frequente: il farmacologico fai da te. Il panorama è cambiato, noi usiamo gli stessi modelli e diciamo che nulla è cambiato?», si chiede Anna Pompili. Mirella Parachini, ginecologa al San Filippo Neri di Roma, racconta di una scomparsa inquietante, quella delle donne nigeriane e cinesi. Dove sono finite? «A un certo punto sono scomparse», conferma Anna Pompili. «Sono diminuite le fasce sociali più deboli, ma parallelamente non abbiamo notizie di aumenti evidenti nella contraccezione».

L’aborto sommerso di oggi è molto diverso da quello del passato. «Se prima ci si affidava a qualcuno che inseriva dei ferri nell’utero», dice Anna Pompili, «oggi si compra una pillola». Come il Cytotec, un farmaco contro l’ulcera controindicato in gravidanza perché «aumenta il tono e le contrazioni uterine che possono causare l’espulsione parziale o totale del feto». D’altro canto basta fare qualche giro su Google per poter scegliere il miglior “kit per abortire”, o fare un giro alla stazione Centrale di Milano o alla stazione Termini di Roma per procurarsene un po’. Certo non sempre va bene. E molte donne finiscono al pronto soccorso dopo aver assunto questi farmaci, denunciando un aborto spontaneo.

«Qua nell’ultimo anno è successo due volte», raccontano le ostetriche dell’ambulatorio di medicina solidale di Tor Bella Monaca. «Due giovani nigeriane si sono presentate con forti dolori e sanguinamento intenso e, davanti alle nostre domande, hanno raccontato di aver preso pillole per abortire fornite da amiche». Chi vuole abortire oggi in Italia «deve essere ben determinata a farlo», conferma la ginecologa Anna Uglietti, a lungo responsabile dell’ambulatorio 194 della clinica Mangiagalli di Milano. «È un percorso a ostacoli, spesso ti senti dire di no e sei costretta a vagare tra consultori e ospedali». Ma la situazione «sarebbe già diversa ricorrendo di più all’aborto farmacologico. È una procedura più snella e meno aggressiva, per la donna e per il medico», dice Uglietti. «Il farmaco è somministrato dall’infermiere, il medico non obiettore deve prescriverlo e fornire assistenza. Si riuscirebbe così a garantire un servizio più efficace e più sicuro». Lo raccomanda anche l’Organizzazione mondiale della sanità. Ma da noi resta assai poco accessibile.

*** Lidia BARATTA, giornalista, Abortirai con dolore, 'pagina99', 28 novembre 2015, con la collaborazione di Federica Delogu, ripubblicato il 7 marzo 2016, qui

martedì 23 febbraio 2016

LINK / Aborto, multe criminali che peggiorano il danno (Paola Tavella)

Le sanzioni per interventi clandestini salgono fino a 10 mila euro. Un passo indietro e un pericolo per la salute delle donne.  

Il decreto legislativo sulle depenalizzazioni varato dal Consiglio dei ministri il 15 gennaio scorso inasprisce e non cancella l’afflittività della sanzione per l’aborto clandestino: prima di questa modifica chi interrompeva la gravidanza entro 90 giorni fuori dalle strutture autorizzate prendeva una multa fino a 51 euro. Ma ora questa multa è salita a una cifra fra i 5 e i 10 mila euro. Il governo ha ignorato completamente le ragioni per cui la legge 194 comminava una multa simbolica, ovvero permettere le donne di denunciare i cucchiai d’oro che praticavano aborti fuori dalla struttura pubblica ma, soprattutto, permettere loro di andare in ospedale al primo segno di complicazione senza rischiare la denuncia, e salvarsi la vita.

Quando era ancora vigente il codice Rocco, che contemplava il reato di aborto, le donne morivano in seguito alle complicazioni di interruzioni praticate fuori dalle più elementari norme igieniche. La legge 194 ha sempre avuto come finalità sia l’eliminazione dell’aborto (“contraccettivi per non abortire”, gridavano le femministe) sia la salute di chi lo faceva (“aborto libero per non morire”). Ma ora rischiamo che la piaga dell’aborto clandestino si rinnovi. Ufficialmente l’Italia ha uno dei tassi di abortività più bassi d’Europa, 9 aborti ogni 1000 donne. In Francia è il 18, nel Regno Unito il 15, il 20 in Svezia. Sembrerebbe che le italiane abbiano finalmente imparato a prevenire le gravidanze indesiderate, invece no. Siamo tuttora fra le ultime in Europa per uso di contraccettivi, subito prima di Cipro, Romania, Lituania e Repubblica Ceca. Il 25% delle ragazze non prende precauzioni. (...)

*** Paola TAVELLA, giornalista, Chi abortisce paga multe criminali peggiorando il danno, 'pagina99', 21 febbraio 2016

LINK articolo integrale qui

domenica 29 novembre 2015

#SENZA_TAGLI / Aborto, è diventato un problema privato (Silvia Ballestra)

«La vita non la conoscono»: mi congedò così, tempo fa, il dottor Francesco Dambrosio, storico ginecologo della Mangiagalli di Milano. Si riferiva ai pro-life, quelli che si applicano in fronte l’etichetta di difensori della vita da soli, ma che della vita non solo non sanno nulla, ma se ne fregano proprio. Di quella delle donne, di sicuro.

Si riferiva anche agli obiettori di coscienza che, negli anni, non avevano smesso di boicottare la legge 194, legge che lui aveva contribuito a scrivere nel 1978. E a com’era la situazione prima, quando le donne morivano a migliaia con l’utero perforato o avvelentate dagli estratti di prezzemolo. L’ultima, una diciottenne, Dambrosio l’aveva vista morire in urologia il giorno prima dell’entrata in vigore della legge.

La legge 194, a detta di tutti e confortata dai numeri, è una buona legge. Non solo ha sanato la piaga degli aborti clandestini ma ha anche contribuito, anno dopo anno, a far calare le interruzioni volontarie di gravidanza in generale, e questo grazie alla prevenzione e alla diffusione della contraccezione nei consultori o nel momento in cui le donne si presentavano in ambulatorio per la prima volta. Da tempo, però, la situazione, come si racconta in queste pagine, si è fatta molto più complicata e gli allarmi si moltiplicano, lanciati soprattutto dai medici e da inchieste giornalistiche (meno dalla politica che si tiene abbastanza alla larga dalle questione).

I problemi sono noti: dilagare dell’obiezione di coscienza (che al Nord come al Sud, da Bolzano al Molise, alla Sicilia, può arrivare al 90 per cento), mancato ricambio dei medici man mano che la vecchia guardia va in pensione, chiusura dei consultori. A questi problemi molto specifici (l’obiezione di coscienza fu inserita nella legge come mediazione con la parte cattolica del Paese), si aggiunga il recente scadimento generale del servizio sanitario nazionale (leggi: tagli e accorpamenti), ed ecco servita la situazione allucinante raccontata qui. Cioè trafile da incubo fra porte sbattute in faccia, pellegrinaggi alla ricerca di medici non obiettori, numeri da prendere al volo, prenotazioni, giornate perse, settimane che passano con il corpo che cambia e la gravidanza che procede inesorabile con conseguenze facilmente immaginabili. E servizio a macchia di leopardo (tanti auguri a chi abita in provincia e ha il primo ospedale utile a cinquanta chilometri da casa).

Dunque, se da una parte c’è la buona notizia degli aborti che calano e che per la prima volta si attestano sotto i centomila all’anno, dall’altra c’è il problema che chi deve ricorrere all’aborto pena molto più di prima. Soluzioni sono state proposte, di nuovo dai medici o dai giornalisti, meno dalla politica: tetto degli obiettori al 50 per cento, formazione dei nuovi ginecologi (magari facendo anche un po’ di storia, aggiungo io), una maggior diffusione dell’aborto farmacologico che permette di sveltire e semplificare tutta la trafila (quiz del giorno: come mai in Liguria si arriva al 30 per cento di aborti con Ru486 e in Lombardia si è fermi al 4,5 per cento?).

Giustamente si è notato che gli aborti calano anche perché calano le gravidanze in generale e perché ora esistono metodi contraccettivi d’emergenza molto efficaci, ma non si può non pensare che in una situazione come la nostra, di servizio svuotato e non più garantito, non ci sia di nuovo il ricorso all’aborto clandestino, in nero o fai-da-te, o al turismo abortivo (verso Francia, Svizzera, Slovenia) sulla scia di un turismo medicale che riguarda anche altri settori della salute. È stato di nuovo un medico, Silvio Viale, a farmi notare che man mano che le interruzioni di gravidanza diminuiscono e riguardano un numero molto minore di donne rispetto a trent’anni fa, aumenta il silenzio attorno all’aborto, che diventa un problema individuale da risolvere in fretta e poi dimenticare senza mettersi a fare tante battaglie.

Dunque una questione privata, alla quale negli anni è stata tolta ogni connotazione sociale. Una questione scomoda per la politica, che infatti se ne occupa poco (e non ha fatto nulla per arginare l’obiezione di coscienza), e che pare appassionare meno persino gli ultrà cattolici, spostatisi ora massicciamente sulla questione del cosiddetto “gender”. L’aborto è passato così da problema della società a problema della singola donna, che così si trova ad affrontarlo con maggior difficoltà e solitudine di prima. È giusto? Ovviamente no, e quest’inerzia verso l’oblio che sembra archiviare la questione come un vecchio problema passato è ciò che vogliono quelli che «la vita, non la conoscono». E della vita delle donne se ne fregano proprio.

*** Silvia BALLESTRA, 1969, scrittrice, Così l’aborto è diventato un problema privato, 28 novembre 2015, 'pagina99', qui


sabato 23 maggio 2015

#LINK #SOCIETA' / Aborto, un diritto ancora a metà (Valentina Greco)

Nel 2014, negli Stati Uniti, 15 stati hanno emanato 26 nuove restrizioni alle leggi sull’interruzione di gravidanza. Si è calcolato che oltre la metà della popolazione femminile statunitense in età riproduttiva viva in stati che sono ostili o estremamente ostili al diritto d’aborto.

In Europa, a dicembre del 2013, il parlamento europeo ha bocciato la risoluzione Estrela, con cui si chiedeva un impegno concreto degli stati per il diritto all’aborto sicuro e legale ovunque nell’Unione. La risoluzione è stata respinta per soli sette voti. È stata decisiva l’astensione di sei deputati italiani del Partito Democratico: Silvia Costa, Franco Frigo, Mario Pirillo, Vittorio Prodi, David Sassoli e Patrizia Toia.

In Italia, a Roma, il 17 novembre 2014, all’ingresso del “repartino” del policlinico Umberto I, in cui si effettuano le interruzioni di gravidanza, è stato affisso un foglio di carta: “Le prenotazioni sono temporaneamente sospese”. Il motivo della comunicazione era tanto semplice quanto emblematico: l’unico medico disposto a praticare gli aborti era andato in pensione, tutti gli altri ginecologi della struttura erano obiettori di coscienza.

Questo è il presente di un diritto: la sua negazione. (...)

*** Valentina GRECO, storica, In Italia abortire è ancora un diritto a metà, 'internazionale.it', 21 maggio 2015

LINK, articolo integrale qui

domenica 12 aprile 2015

#LINK #TAVOLE / Aborto (Chiara Lalli)



Fonte: Ministero della Salute, dati 1914

Chiara LALLI, bioeticista, La legge sull'aborto è sempre più sola, 10 aprile 2015, 'Internazionale.it'
(qui)