mercoledì 28 gennaio 2026

#FAVOLE & RACCONTI / La prima impressione (Massimo Ferrario)

Fine estate. Tra poco Grande Vecchio  e Piccolo Uomo lasceranno la Montagna Più Alta per far ritorno a valle. Grande Vecchio trascorrerà l’inverno dal suo amico fraterno, il maestro Wu Zhi, nel piccolo convento alla periferia della città, e Piccolo Uomo inizierà un nuovo anno scolastico.

Un sole tiepido, misto a una leggera brezza frizzante, colora, con la luce soffice del dopo-alba, la grotta che ha fatto da casa a Grande Vecchio e Piccolo Uomo da metà giugno. Non c’era molto da pulire, ma l’hanno spazzata e preparata con cura per la prossima stagione. I due zaini con le piccole cose per il viaggio sono pronti. Entrambi stanno per incamminarsi lungo il sentiero: ci vorrà una giornata per raggiungere la città, anche perché lungo il cammino si fermeranno più volte a salutare gli amici della valle, che, come sempre, non li lasciano proseguire prima di aver festeggiato con loro l’ultimo incontro d’estate e aver promesso che si rivedranno l’anno prossimo.

Grande Vecchio è seduto su un masso all’ingresso della grotta. Rilassato, pronto per il viaggio, ripete il rito di ogni fine estate prima di lasciare i monti: si gode il gusto di una pipa, riempita a metà, che spande per l’aria un invitante profumo dolceamaro. Non ha il vizio del fumo, ma sa che ci sono momenti da assaporare anche con una pipa: un’abitudine rilassante che ha il dono di trasmettere calma, equilibrio, perfetta integrazione con il contesto e il momento. 

Da una decina di minuti ha osservato di sottecchi Piccolo Uomo, che è accoccolato ai suoi piedi. 

- Ti vedo assorto, Piccolo Uomo. E, per essere sincero, ti sento anche un po’ preoccupato. E’ così?

Il ragazzo sorride. Anche stavolta, Grande Vecchio ci ha azzeccato.

- Le nostre regole le conosci, Piccolo Uomo: ti confidi solo se vuoi. Se c’è altro, oltre al pizzico di malinconia che giustamente accompagna la fine delle vacanze, e vuoi condividerlo con me, io sono qui. Sai ciò in cui credo fermamente: mai imporsi all’altro, si aiuta soltanto se l’aiuto è richiesto. Altrimenti gli si manca di rispetto.

Piccolo Uomo conosce la discrezione di Grande Vecchio: anche per questo ha un affetto verso di lui che cresce sempre più forte e ormai da due anni aspetta con ansia la fine della scuola per ripetere l’esperienza di trascorrere le vacanze con lui.

Al momento si limita ad annuire: gli parlerà, ma prima deve mettere in fila i pensieri che spieghino la confusione che ha in testa.

Grande Vecchio ha terminato la sua fumata.

- Che ne dici, Piccolo Uomo? E’ ora di salutare la nostra grotta. Auguriamoci di rivederla la prossima estate.

Piccolo Uomo si rabbuia.

- Auguriamoci? Hai dubbi, Grande Vecchio?

- Non io, Piccolo Uomo.

- Neppure io, Grande Vecchio. E allora?

- Come sai non siamo noi a decidere. Dipendiamo tutti dal Cielo, dal Destino, da un Dio: scegli tu i nomi che preferisci. Io poi, che sono chiamato Grande Vecchio non a caso, più di te devo fare i conti con l’anagrafe. La ragione del mio augurio sta tutta qui.

- Sei sempre disarmante, Grande Vecchio. Come si fa a darti torto? E poi rifiuti l’aggettivo di saggio quando qualcuno te lo vuole attribuire…!

- Sarei saggio per così poco, Piccolo Uomo? Mi limito a non dimenticare cose ovvie. Magari scomode. Ma scontate. La precarietà è la nostra condizione di vita: lo sappiamo, ma lo dimentichiamo. Se ne fossimo più consapevoli, eviteremmo la tracotanza che ci gonfia i muscoli e ci fa credere padroni di ciò di cui non siamo. Ma non darmi corda: non farmi fare il noiosone. Indossiamo gli zaini e incamminiamoci.

Anche per questo Piccolo Uomo lo stimava: lui sapeva sempre inserire il giusto tassello di autoironia nel suo raccontare, dando spazio al momento capace di alleggerire le cose spesso sagge che diceva. Pensava: siamo invasi da troppi che si sentono chissà chi, mentre Grande Vecchio, come si dice volgarmente, non se la tirava mai.

Il viaggio segue un sentiero ben tracciato che scende con gradualità, ma all’inizio ci sono tratti in cui la pendenza è forte e occorre stare attenti a non scivolare, anche perché attorno ci sono dirupi profondi: non c’è tempo per parlare e bisogna concentrarsi su dove mettere i piedi, magari aiutandosi anche con i due bastoni nodosi e appuntiti scelti accuratamente tra i rami dei boschi lì attorno all’inizio di stagione e la cui attenta preparazione rappresenta il rito di ogni estate. 

Quando il cammino diventa più agevole, Piccolo Uomo si decide.

- Grande Vecchio, adesso che la strada è meno accidentata e abbiamo alcuni chilometri abbastanza pianeggianti prima di arrivare al primo villaggio, mi aiuti a capire cosa mi fa confusione?

Grande Vecchio rallenta il passo e guarda negli occhi il ragazzo, comunicandogli disponibilità affettuosa e accogliente. 

Piccolo Uomo, rinfrancato, inizia a spiegargli il suo problema.

- Ecco. Forse è una questione sciocca, ma per me non lo è: più passano i giorni e più mi angustia. Come sai, quest’anno, a settembre, avrò un importante cambio di scuola. Come ti ho detto quando ci siamo visti all’inizio dell’estate, ho terminato le medie e inizierò le superiori: dovrò confrontarmi con nuovi professori e nuovi compagni. Sarà un salto notevole anche sul piano della difficoltà dello studio. Nulla di eccezionale, lo so: è avvenuto per tutti, non sarò né il primo né l’ultimo degli studenti che si trovano ad affrontare questo passaggio. Però…

- Però?

- In casa continuano a ripetermi una frase che ormai non smette di frullarmi nel cervello: è diventata quasi un’ossessione. Loro, i miei, mi vogliono aiutare, lo so: lo fanno per il mio bene. Ma non sanno la confusione che mi hanno creato.

- Lo ignoriamo spesso: crediamo di agire per il bene degli altri e, se anche agli altri non facciamo un vero male, comunque non gli facciamo il bene che crediamo. Non abbiamo intenzione di creare danni: eppure questi sono gli effetti prodotti. Parliamo tanto di empatia, ma per metterci nei panni degli altri non basta indossare i loro panni. Ci vorrebbe qualcosa di più: come sentire, vivere, quello che gli altri, sotto i panni, possono provare quando diciamo o facciamo certe cose. Non è facile conoscere anticipatamente le reazioni dell’altro. Anche quando questo altro ci è caro e vicino come un figlio. Tuttavia un po’ di confusione ogni tanto non è male: spinge a chiarire. Come stai cercando di fare tu ora. Potremmo recuperare il vecchio detto dei nonni: non tutto il male viene per nuocere. Dunque, Piccolo Uomo, ringrazia i tuoi genitori se ti hanno creato questo turbamento e dimmi qual è la frase che non ti abbandona.

- E’ semplice. Insistono nel mettermi in guardia su come dovrei avvicinarmi fin dal primo giorno ai nuovi insegnanti e compagni. Mi ripetono che devo stare molto attento perché, dicono, la prima impressione è quella che conta. Cosa significa questo avvertimento? Cosa devo fare? Mascherarmi? Fingere di essere un altro, più buono e più bravo? Io sono io e non riesco a essere un altro. E poi non voglio. Mi parrebbe di prendere in giro, di ingannare, di imbrogliare: proprio all’inizio di un rapporto. Se un altro lo facesse con me, non mi piacerebbe per nulla. Se poi mi si rivelasse diverso da come mi è apparso e l’avesse fatto apposta per mostrarsi in una luce più attraente, mi sentirei tradito. Io voglio rapporti autentici, non falsi. Se no, come faccio a decidere se l’altro mi può essere amico? Ho bisogno di fidarmi sia dei compagni che dei professori. Ma la fiducia è reciproca: anche loro devono potersi fidare di me.

Grande Vecchio si è arrestato: prova un affetto intenso per quel ragazzo. Ogni volta ha la conferma della sua genuinità: è intelligente, logico, onesto, sanamente ingenuo e, nello stesso tempo, profondo e acuto.

- Hai toccato una questione molto rilevante, Piccolo Uomo. Ne potremmo parlare a lungo. Ma cerchiamo di vederne almeno gli aspetti principali. Intanto: cosa significa, secondo te, che la prima impressione è quella che conta?

- Che bisogna non sbagliare nel darla perché, essendo quella giusta, è definitiva: dopo non si modifica più.

- E’ il significato che viene inteso dai più: la prima impressione, si afferma, conta più di tutte le altre perché è quella vera: corrisponde a realtà. Peccato però che è una credenza errata: clamorosamente smentita dai fatti. Quante volte abbiamo dovuto ricrederci e ammettere che avevamo decisamente sbagliato? Che avevamo letto male il nostro interlocutore? Che lui non era quello che avevamo creduto? E quante volte un rapporto partito male si è trasformato in uno tra i legami più intensi e piacevoli mai avuti? Sai quante coppie hanno avuto un primo incontro burrascoso, in cui magari entrambi erano pronti a giurare che con lui o con lei mai si sarebbero messi insieme, e poi sono finiti a festeggiare le nozze d’oro?

- Dunque quella frase non è vera, Grande Vecchio?

- Non sempre. Può essere vera, ma può essere falsa.

- Ma allora perché si dice che la prima impressione è quella che conta?

- Perché è un’impressione che dura nel tempo. E’ difficile da dimenticare e quindi, se e quando è sbagliata come spesso è, è difficile da scardinare. Per metterla in discussione è richiesto uno sforzo: un’attenzione alla realtà, cioè allo specifico processo relazionale instaurato con quella persona, che può contraddire appunto la frettolosa impressione del primo momento, basato su pochi dati di fatto - quelli che hai al momento - e molte sensazioni,  immediate e soggettive: impressionistiche, appunto.

- Allora i miei hanno ragione nel mettermi in guardia.

- Certamente. Ma, se ci pensi, c’è una differenza netta tra le due interpretazioni. Un conto è credere che la prima impressione sia quella sicuramente vera: inoppugnabile, immodificabile. Cioè: quella è e quella resta. E un conto è sapere che può non essere vera, ma che, in ogni caso, la prima impressione dura nel tempo, condizionando quindi pesantemente sia chi emette l’impressione che chi la riceve, fino al punto da poter far fallire la relazione stessa. Quando si afferma che l’impressione dura nel tempo, quindi, io intendo dire che scolora molto lentamente. E se e quando scolora, avviene solo perché uno o più interventi correttivi hanno cambiato il colore della relazione. 

- Se ho capito bene, Grande Vecchio, stai dicendo che, nel primo caso, le prime parole o i primi comportamenti di una persona finiscono per essere scolpiti nella pietra: sbagliare a dire o a fare qualcosa equivale a restare impiccati a quell’inizio per tutto il rapporto che ne consegue. Nel secondo caso, per il destinatario della prima impressione, esiste la possibilità di rettificare l’effetto immediato e il rapporto, forse, può riaggiustarsi. Cioè: la cattiva partenza non determina, in assoluto e in automatico, il naufragio della relazione, ma può essere recuperata, riaggiustata, corretta. E il finale non è più quello negativo che avrebbe potuto essere.

- Infatti. Hai centrato perfettamente il punto: come sempre, io ti do il la e tu subito sai trarre le conseguenze. Ma attenzione: tu finora stai implicitamente immaginando come sbagliata una prima impressione negativa. Esiste però anche una prima impressione positiva che può rivelarsi successivamente infondata. Anche questa produce danno.

Piccolo Uomo si ferma per riflettere meglio. 

- Produce danno, Grande Vecchio?

- Già. Era la tua preoccupazione di poco fa, mi pare. O no?

- In che senso?

- Dicevi che tu vuoi essere te stesso: che non vuoi falsare il rapporto, che non vuoi dare una impressione buona, ma finta. Ecco, hai ragione. Se ti mascheri, magari la maschera non viene notata subito, anche perché l’altro non conosce ancora come sei davvero senza maschera, ma prima o poi, nel corso di una relazione che si faccia sempre più stretta e intensa – e quindi sia davvero una relazione -, il travestimento si svela. All’inizio, anzi, l’effetto può essere positivo. Chi dà subito una buona impressione, vive di rendita finché riesce a prolungare la sua immagine piacevole agli occhi dell’altro. E l’altro, soggetto alla falsità della tua prima impressione, resta in qualche modo prigioniero di questa. Ma, più prima che poi, arriva sempre il bagno di realtà, con la conseguente delusione. Allora il rapporto si può rompere: peggio di come si chiuderebbe per fine fisiologica di un interesse o di una attrazione reciproca. Insomma, anche dal punto di vista utilitaristico, non conviene fingere. C’è un verbo, vincere, che oggi piace molto mentre io disprezzo, ma stavolta fammelo usare, perché rende bene il concetto: truccando le carte, come avviene spesso, sul breve termine puoi anche vincere, ma sul medio-lungo periodo perdi. E perdi di brutto. Perché quando perdi la faccia, hai gettato via la tua reputazione. Una cosa che non ha prezzo. Un vero capitale, non monetario, costruito negli anni, che ognuno di noi possiede e che, una volta distrutto, si ricostituisce, se si ricostituisce, soltanto nel lungo tempo e con molta fatica.

- Ma allora, Grande Vecchio, cosa significa dare subito una buona impressione? Qual è il comportamento giusto?

- Credo che dovremmo fare una cosa impossibile.

Piccolo Uomo strabuzza gli occhi.

- Ma le cose impossibili sono appunto tali perché non si possono fare!

- Infatti. Non ho detto che dobbiamo, ma che dovremmo. Non potendo fare l’impossibile, dovremo accontentarci del possibile. 

- Dicevi che non ti piace vincere, Grande Vecchio, invece mi vinci sempre…!

- Se prendessi sul serio la tua battuta, Piccolo Uomo, mi sa che dovrei sottopormi a una severa autoanalisi. Perché il mio obiettivo, quando parlo con chi stimo, è sempre uno solo: dire la mia senza imporre nulla all’altro. E se, come in questo caso, l’altro mi autorizza ad argomentare il mio punto di vista e a tentare addirittura di persuaderlo di ciò di cui io sono convinto, il mio obiettivo non è certo quello di vincere, ma appunto quello di con-vincere: nel senso di vincere insieme. Giocando con le due parole che ho usato - dobbiamo e dovremmo – volevo solo tenere accesa la tua attenzione. Ma vedo che tu sei sempre all’erta e non ti fai sfuggire mai nulla. 

Piccolo Uomo sorride: i complimenti, quando vengono dal suo amico più sincero, lo rendono felice.

Grande Vecchio riprende, allentando il passo.

- Allora. Partiamo dalla cosa impossibile: perché se questa per definizione non la possiamo fare, è però utile averla presente come ispirazione per fare invece, più modestamente, ciò che possiamo fare. La cosa impossibile consisterebbe nel presentare subito noi stessi all’altro in tutta la nostra complessità. Comunicare ciò che siamo in ogni nostro aspetto: tutte le infinite luci che fanno parte della nostra personalità insieme con tutte le altrettanto infinite ombre che ci caratterizzano. Mi viene in mente la metafora del radar: che traccia ogni elemento presente nello spazio muovendosi a 360 gradi. Ecco: se potessimo cristallizzare in pochi secondi il processo che il radar compie continuativamente in cerchio, fotografando ogni più minuscolo dettaglio, ‘positivo’ e ‘negativo’, di noi stessi, saremmo in grado di offrire una impressione completa, immediata e in qualche modo ‘oggettiva’, di quello che siamo: senza infingimenti, abbellimenti, trucchi. Non avremmo totalmente risolto il problema, naturalmente: perché, come dico sempre, a fare le cose non si è quasi mai soli e la lettura di chi legge il ‘radar’, da noi emesso, attraverso la sua particolare messa in campo di razionalità e emotività, non è senza effetto. Voglio dire che noi, se fosse possibile fare questa cosa impossibile, potremmo pure riuscire a trasmettere una impressione di noi iper-dettagliata, rigorosamente sistemica e dunque (quasi) ‘oggettiva’, ma chi la riceve potrebbe interpretarla pur sempre ‘a modo suo’. E l’impressione finale, percepita da chi la riceve, potrebbe discostarsi dalla impressione iniziale e così influenzare comunque, magari negativamente, la relazione. Eppure: se ci fosse permesso di realizzare questo miracolo ispirandoci al radar, avremmo ottenuto un grandissimo risultato: impossibile, appunto.

- Quindi dobbiamo accontentarci del possibile. Ma come?

- Vediamo. Intanto continuiamo a porci dalla parte di chi deve offrire una impressione sincera di sé in modo che la lunga durata nel tempo di questa iniziale impressione faciliti lo sviluppo successivo del rapporto. Cosa possiamo fare, tu giustamente mi chiedi. Mi pare che la prima cosa sia accogliere l’allerta che anche i tuoi genitori ti hanno segnalato. Senza farci ossessionare dalla crucialità del fotogramma con cui si apre il film, sapere che i fotogrammi che seguono sono anche pesantemente influenzati dal primo è condizione necessaria per pensare anticipatamente ad una buona partenza. Questo non significa renderla falsa, ma solo agire senza trucchi per tenere insieme l’immagine di chi siamo in combinazione con la migliore possibile lettura che il nostro interlocutore darà di noi. Voglio dire: se pensiamo solo a noi stessi, sbagliamo certamente. Perché dimentichiamo che, fin da subito, instauriamo una relazione in cui siamo almeno in due ad avere potere su di essa: nel tuo caso, a partire dal prossimo settembre, sin dal tuo primo giorno di scuola, avrai a che fare, collettivamente e singolarmente, con insegnanti e compagni all’inizio del tutto sconosciuti, i quali, come te, da subito, influenzeranno, nel bene e nel male, il processo reciproco di conoscenza sulla base dei frammenti di conoscenza che man mano vi scambierete. Nella relazione l’altro conta anche (e soprattutto) se noi non gli diamo il posto che gli spetta: fin dall’inizio e non soltanto in seguito. Creiamo condizioni negative se non lo teniamo in considerazione; se lo dimentichiamo pensando solo a noi stessi e dicendo o agendo indipendentemente da lui; se non tentiamo di prevedere quello che lui può pensare di noi e della nostra relazione man mano che questa si svolge, in conseguenza di quanto stiamo dicendo o facendo in quel momento. Ciò non significa che dobbiamo conformisticamente adeguarci ai suoi voleri o ai suoi desideri, ma semplicemente che dobbiamo tener conto della sua esistenza nel rapporto che si sta instaurando: dobbiamo cercare di decifrare quello che sente e vive in ogni fotogramma del film. Ad esempio: prima di dire o fare, immaginare la reazione. E dopo aver detto o fatto, verificare la risposta. Insomma, tentare in ogni momento di leggere le due dimensioni che costituiscono qualunque relazione: quella razionale e quella emotiva. E, per quanto ci riguarda, cogliere per tempo equivoci, malintesi, fraintendimenti, prima che si radichino nella percezione reciproca, così da poter chiarire il senso esatto di ciò che abbiamo detto o abbiamo fatto. E allora sta a noi adoperarci per chiarire e rettificare ciò che va corretto, in modo che l’impressione, eventualmente negativa che stiamo dando, non intervenga a mettere a repentaglio la relazione. Che va presa in cura e curata ad ogni passo, se vogliamo alimentare la sua qualità nell’interesse reciproco.

Grande Vecchio si ferma. Fa una pausa, interrogando con gli occhi Piccolo Uomo.

- Che ne dici? Sono stato abbastanza chiaro?

- Sì, è complesso, Grande Vecchio, ma ti ho seguìto. Posso sottoporti un esempio pratico? Immaginiamo un ragazzino: molto bravo, intelligente, sveglio. Ha un difetto: ogni tanto, gli scappa qualche parolaccia di troppo. Oppure si arrabbia: è impulsivo, impaziente, insofferente. Eppure è interessato agli altri. Ha amici che gli vogliono bene e lo capiscono anche quando lui tende ad aggredire, almeno verbalmente, perché sanno che è in fondo è buono e non farebbe male a una mosca. E’ al suo primo giorno di scuola con un’insegnante nuova. Deve presentarsi: ha tutto il tempo che vuole per dire chi è. Cosa deve fare per lasciare una buona impressione?

- Mi sa che lo conosci bene, questo ‘esempio pratico’, vero Piccolo Uomo? Comunque mi sembra anche fortunato, questo ragazzino. Se può raccontare chi è prendendosi tutto il tempo che vuole, tutto sommato ha pochi problemi. Può ripetere senza quasi togliere un virgola la descrizione che tu ne hai fatto: non nascondendo né difetti né pregi. Se ci pensi, è quasi come la foto ‘radar’ di cui prima parlavamo. Unica avvertenza: magari, quel ragazzino, mentre si racconta, non credo falsificherà sé stesso se si terrà in bocca qualche parolaccia, non trovi...? La difficoltà è che spesso non abbiamo tutto il tempo che desideriamo e dobbiamo far presto a comunicare: è allora che è più facile sbagliare, anche per l’ansia di dire tutto in poco tempo. Ma non facciamone comunque un dramma. Normalmente la prima impressione è appunto la prima. Cioè: non è l’unica. Non è il fotogramma decisivo che dice tutto di noi: se siamo al principio di un rapporto, ne seguono altri che ci daranno l’opportunità di chiarire la percezione di noi stessi. Continuo a usare la metafora che esprime perfettamente il processo di cui strutturalmente è fatta qualunque relazione: se la relazione si instaura e non viene interrotta, è come un film. In questo senso, anche la prima impressione verrà letta alla luce delle altre che seguiranno: e queste aggiungeranno, preciseranno, chiariranno la prima. Se abbiamo un film davanti a noi e non siamo costretti a giocarci tutto in un fotogramma, abbiamo il tempo di rettificare, aggiustare, modificare. Sempre, come dicevo, anche alla luce delle reazioni che riceviamo da come gli altri ci vedono e dall’idea che questi si stanno facendo di noi. Naturalmente, queste reazioni le dobbiamo saper leggere: ma, ancora una volta, come dicevo prima, dobbiamo sapere che non siamo soli anche in questa lettura, perché una relazione è fatta di reciprocità e ognuno è chiamato a interpretare quanto detto e fatto e, eventualmente, a correggere il tiro sulle percezioni dei reciproci dichiarati e dei reciproci comportamenti. Tutto ciò, com’è ovvio, a una condizione: che ai soggetti della relazione, tutti e nessuno escluso, interessi davvero la relazione e di conseguenza tutti decidano di agire concordemente per farla funzionare.

Piccolo Uomo continua a riflettere: ammette che il ragionamento di Grande Vecchio non fa una grinza e non può evitare di ricordare la nonna, quando ripeteva che tra il dire e il fare c’è di mezzo… il fare. Rammenta il senso che la nonna dava a questo motto: non una scusa per non fare, naturalmente, data la complessità del vivere e, soprattutto, del con-vivere, ma un giusto invito all’impegno. Del resto, un altro insegnamento, sempre della nonna, era assai chiaro: le cose avvengono se si fanno avvenire. Altrimenti possono anche avvenire, ma avvengono come vogliono loro. 

Queste sono le reazioni a caldo che il ragazzino riesce a mettere in fila: in parte si rincuora e in parte ha qualche motivo in più per prendere sul serio la frase dei genitori. Inoltre, sempre cercando di riassumere quanto finora detto da Grande Vecchio, si rende conto che il discorso, oltre a essere più impegnativo di quanto sembra nella sua traduzione pratica, è pure monco: c’è ancora qualcosa che deve essere analizzata.

- Adesso sto capendo meglio, Grande Vecchio, e ti ringrazio. Ma forse è il momento di sottolineare un pezzo essenziale del discorso, finora lasciato più in ombra o accennato solo tra le righe. Mi hai reso chiaro che chi emette la prima impressione ha il suo bel daffare: non solo perché deve prestare massima attenzione a quel che dice, ma anche e soprattutto perché, se vuole farsi percepire in modo corretto, deve essere sempre concentrato sul divenire della relazione con l’interlocutore. Tuttavia, cosa possiamo dire della responsabilità dell’altro? 

- Giustissimo, Piccolo Uomo. Riprendo la battuta che ho già avuto modo di fare: siamo sempre almeno in due ad agire. Infatti, ogni azione è individuale, ma quasi sempre è pure relazionale. Consideriamo ora chi riceve la prima impressione emessa da chi la sta dando: di sicuro anche lui ha una responsabilità cruciale. Non so pesarla ed è anche inutile stabilire se sia maggiore o minore rispetto a quella dell’altro soggetto. Ma ciò che è sicuro è che il suo ruolo nel processo di scambio è determinante: perché, consapevolmente o meno, sulla base di una impressione non correttamente interpretata o accettata come immodificabile, questa parte può far fallire il rapporto almeno tanto quanto l’altra. Ad esempio. Immaginiamo che la prima impressione ricevuta sia negativa. Chi ha ricevuto questa impressione negativa può limitarsi a giocare un ruolo passivo, prendendone atto e anticipando una conclusione per la quale non ha ancora tutti gli elementi certi e ‘oggettivi’, oppure può attivarsi per non lasciare che la relazione sia determinata dalla sua partenza negativa. Può decidere di accettare la prima impressione come definitiva, oppure può testarla. Può attendere, prima di esprimere il giudizio conclusivo, verificando quanto gli sembra di cogliere alla luce dei fotogrammi successivi, che magari possono dargli un’impressione tutta diversa. Ma non solo: può decidere di spostare il fuoco dalla impressione che l’altro gli ha offerto alla messa in discussione di sé stesso, riflettendo criticamente sulla fondatezza della sua percezione. Forse è lui che è precipitoso, forse ha equivocato, forse ha visto ciò che non c’era, forse è possibile che l’altro non sia quello che appare, forse c’è dell’altro rispetto a quello che finora ha ‘visto’…

- Stai sottolineando una volta di più l’interdipendenza delle persone coinvolte. Sono loro che possono alimentare e rinforzare, o modificare e correggere, il fotogramma iniziale girato da chi è chiamato a dare la buona impressione. 

- Infatti. In questo senso la crucialità del soggetto che apre il rapporto resta tutta intera, ma, in qualche misura, perde la drammaticità che, prima che iniziassimo a parlarne, mi pare tu vedevi come esclusivamente caricata su di te, immaginandoti buttato allo sbaraglio nel tuo primo giorno di scuola. Era questo che ti spaventava e avevi ragione: mettevi al centro solo il potenziale negativo della tua prima impressione eventualmente maldestra. Non consideravi il ruolo degli altri nella relazione che tu, e loro con te, avreste instaurato appunto insieme. Pensavi al tuo giorno di scuola con la nuova classe e i nuovi professori e temevi di commettere chissà quali errori, dando per scontato che, nel caso fossero errori, sarebbero stati sicuramente definitivi. Oppure credevi di doverti inventare un te falso con cui sporcare la tua genuina identità: unica possibilità, pensavi, per poter fare quella bella figura che ti avrebbe ‘garantito’ le buone relazioni future. Ora, alla luce di questa maggiore complessità che ti ho descritto, forse sei più tranquillo. O no?

Piccolo Uomo aveva ripreso a camminare lungo il sentiero, abbastanza largo perché Grande Vecchio potesse stargli al fianco. Sì, appariva più rinfrancato.

Ma Grande Vecchio non è contento: vorrebbe tranquillizzare ancora di più il ragazzino e chiarirgli meglio, e in modo ancora più evidente, come si può sviluppare, in pratica, tutta la problematica. Cerca nella memoria: possibile che nella sua esperienza non riesca a trovare un esempio concreto? Si convince di dover assolutamente trovare un caso 'reale': che dimostri come sia possibile, come si dice oggi, mettere a terra tutta la ‘teoria’ esposta, così da dare corpo ai concetti e dimostrare che non si tratta solo di astrazioni.

Ambedue proseguono assorti e silenziosi per un buon tratto: per ragioni diverse i cervelli di ognuno stanno lavorando a mille. 

Finché Grande Vecchio, all’improvviso, si blocca e si batte la fronte, sorridendo soddisfatto: ha avuto l’illuminazione! Ma certo: è un caso perfetto, come poteva non venirgli in mente? Tocca subito il braccio del ragazzo per fargli capire che vuole riprendere il filo del discorso e che sul tema ha ancora qualcosa da dire.

Il ragazzo non si fa pregare: è tutto orecchi.

- Piccolo Uomo, ricordi Sommo Professore che abbiamo incontrato nelle scorse estati su nella nostra grotta?

Il ragazzino ha un ricordo vivido. Si era subito rivelato una bella persona: aperta, disponibile, capace di ascoltare e pronta a mettersi in discussione.

- Certo che lo ricordo. Era con i suoi manager dell’Alta Accademia: tu li avevi conquistati con i tuoi esperimenti e le tue parole… Ho ancora in mente i tuoi due interventi sulla gestione del tempo e sullo stress: lui era rimasto estasiato. Ti aveva preso a modello e vi eravate scelti come amici: l’estate scorsa ha passato le vacanze con noi alla grotta e ricordo una serata, memorabile, dedicata alla bellezza del cielo e delle stelle…

- Infatti. Anche quest’anno aveva promesso che sarebbe venuto per trascorrere con noi almeno una settimana, ma a fine primavera, proprio una settimana prima che partissi per la grotta, si era presentato al convento di Wu Zhi e mi aveva avvisato che purtroppo erano sopraggiunti impegni familiari e avrebbe dovuto rimandare. Bene: mi è venuto in mente che proprio lui, durante quest’ultimo incontro al convento, mi ha raccontato un episodio perfetto per il nostro tema dedicato alla ‘prima impressione’. Vuoi che te lo racconti?

Piccolo Uomo amava i racconti e indica subito a Grande Vecchio un sasso enorme ai bordi del sentiero: potevano sedervisi comodi entrambi. 

Grande Vecchio annuisce convinto. Si toglie lo zaino e coglie l’occasione per tirare fuori la pipa: era rimasto metà tabacco dalla fumata precedente e le condizioni anche psicologiche e di contesto erano giuste per costruire un buon finale alla lunga chiacchierata sul tema della prima impressione e poi riprendere il sentiero.

- S', facciamoci una breve seduta qui, Piccolo Uomo: il viaggio è lungo e stasera tu devi essere a casa, mentre io sono aspettato da Wu Zhi. Ecco allora il caso appropriato che dà il suggello finale al nostro discorso. Sommo Professore, testimone di questa storia interessante, mi ha raccontato di un suo manager affezionato che, proprio un mese prima, aveva raggiunto i limiti della pensione e si era ritirato dalla vita lavorativa. Come si usa, aveva organizzato una cena per celebrare i quarant’anni di carriera. Un bel curricolo: partito da una posizione umile aveva raggiunto i più alti gradi, apprezzato e benvoluto da tutti. Lui non amava celebrazioni fastose e perciò aveva deciso di organizzare una cosa ‘intima’, invitando solo una decina di persone che considerava essere state davvero importanti nel suo percorso professionale. Un consulente, Sommo Professore appunto, un top manager, di cui era stato collaboratore, una segretaria, che lo aveva seguito per anni, una dirigente di un servizio con cui aveva interfacciato in modo particolare soprattutto in un momento organizzativo delicato e altri sei responsabili di settori che si era trovato a gestire più o meno direttamente negli anni. Tutte persone per lui significative, cui sentiva di essere specialmente legato. Ebbene. Aveva avuto un’idea intelligente e originale: al termine della cena, prima che tutti gli consegnassero il solito regalo che suggella la carriera di una vita, aveva estratto alcune pagine e, un po’ leggendo e un po’ improvvisando, aveva anticipato di voler ringraziare nominativamente tutti i presenti, spiegando perché il contributo ricevuto da ognuno per lui era stato fondamentale. Nessuno se l’aspettava e tutti erano appesi alle sue parole, estremamente curiosi. Per ognuno dei dieci invitati aveva preparato una breve narrazione di quattro-cinque minuti, in cui ricordava, con aneddoti brevi ma efficaci, come era nato il rapporto, come si era sviluppato e cosa la particolare persona, secondo la sua percezione, aveva fatto per lui di significativo: quale aiuto gli aveva dato sul piano professionale e umano nel corso degli anni. Qualche nota di ironia, disseminata qua e là con arguzia, aveva stemperato il momento di commozione generale e tutto si era concluso con un applauso assai sentito e convinto. Tieni presente che, ovviamente, nessuno aveva obbligato questo manager a invitare le dieci persone presenti: se il rapporto con loro non fosse stato più che buono e sentito come davvero tale e importante sul piano personale, oltre che professionale, non solo l’interessato poteva evitare l’invito, ma senz’altro poteva saltare i ringraziamenti pubblici così personalizzati. Non solo: tutti sapevano che la scelta del pensionamento non prevedeva, come invece talvolta accade, una qualunque successiva attività consulenziale e questo eliminava l’ipotesi che il neopensionato potesse essere interessato, per convenienza, a mantenere buoni rapporti con i personaggi dell’azienda, top manager  compreso. Dunque, la franchezza delle parole espresse dal manager per ringraziare chi aveva scelto di ringraziare era fuori discussione: una volta tanto, retorica e ipocrisia erano escluse a priori. Bene: la cosa più interessante che qui ci riguarda è data dai tre racconti su dieci che il neopensionato aveva scelto di presentare in pubblico. In tutti e tre questi casi – Sommo Professore, la dirigente di un servizio di interfaccia, il top manager – i rapporti, vissuti dall’interessato con un bilancio alla fine così affettuosamente positivo da essere comunicato in un momento tanto pubblico quanto intimo, erano partiti nel peggiore dei modi. Con modalità diverse, naturalmente, per ognuno dei tre casi. Ma sicuramente, almeno per come i tre casi erano stati ricostruiti dal principale interessato, equivoci, ambiguità, fraintendimenti erano stati tali che avrebbero potuto mettere in crisi, da subito, ognuno dei tre rapporti, fino decisamente a portarli al fallimento. Insomma: alla luce di quanto narrato le premesse negative c’erano tutte: lui e gli altri si erano trasmessi pessime impressioni non solo nei primi fotogrammi, ma pure negli immediati successivi. Solo dopo un rodaggio insistito, in un caso almeno di qualche mese, le cose si erano rovesciate in positivo. 

Grande Vecchio inserisce una pausa prima di commentare e ascoltare le reazioni di ragazzo. 

- Incredibile, vero, Piccolo Uomo? Tre casi su dieci avevano tutte le premesse per finire male. E invece sono finiti bene, almeno tanto quanto gli altri sette casi per i quali la partenza era stata, sin dall’inizio, abbastanza fluida e sostanzialmente positiva. Una storia che fa riflettere, mi pare.

Piccolo Uomo in effetti non nasconde il suo grande stupore. Grande Vecchio tira una boccata di pipa e riprende.

- Forse, alla luce di quanto ci siamo detti prima che ti illustrassi il caso, è meno strabiliante di quanto immediatamente appaia che i protagonisti siano riusciti a non rimanere impantanati nelle loro cattive partenze. Ma resta il fatto che trasformare tre giudizi iniziali tanto negativi in tre ottime relazioni finali, da ricordare addirittura come meritevoli di celebrazione, è un risultato fantastico. E’ stata fortuna? E' stato il manager? Oppure sono stati i suoi interlocutori? 

Il ragazzo ha subito la riposta pronta.

- Escluderei senz'altro la fortuna, Grande Vecchio: potrebbe agevolare il successo di un caso, ma non di tre.

- Infatti. La fortuna, o la sfortuna, spesso l’uomo la tira in ballo per deresponsabilizzarsi. O per consolarsi. Dice a sé stesso: "Solo la fortuna poteva aiutarmi e non l’ha fatto; che sfortuna: in ogni caso io non c’entro". No, invece qui, come quasi sempre del resto, c’entrano tutti. In misura diversa, difficilissima da distinguere (e in fondo anche poco importante da stabilire con esattezza). Anche perché va aggiunta una cosa al discorso finora sviluppato. Abbiamo sempre parlato di prima impressione: riferendoci a un singolo. Ma forse sarebbe più corretto parlare di prime impressioni: un plurale che rende conto del fatto che una relazione coinvolge una pluralità di soggetti (almeno due), i quali, all’inizio, elaborano tutti, pressoché in parallelo, le loro prime impressioni. Ed è difficile definire con precisione, nei fatti in divenire che costituiscono la relazione, quando ancora non ci si conosce, il prima-e-dopo delle mille impressioni che si susseguono da parte dei vari interlocutori. La conseguenza è che non c’è solo la responsabilità di uno, nell’emettere o nel leggere la prima impressione, ma c’è anche la responsabilità del suo interlocutore, che emette o legge, alla pari del primo, la sua prima impressione. In sostanza: tutti concorrono a regolare, correggere, modificare, recuperare le impressioni di tutti e a sviluppare quel processo che è appunto la relazione. Dunque, se la partenza maldestra che porterebbe, più o meno subito, al naufragio della relazione, non fosse decifrata, modificata, corretta in tempo reale con il contributo di tutte le persone coinvolte, dando origine a impressioni migliori che siano in grado di scolorire l’eventuale nero iniziale, non ci sarebbe futuro. Per questo, se invece non c’è rottura, ma addirittura c’è trasformazione dei primi fotogrammi negativi in un rapporto dal finale felice, il merito non può che essere collettivo. Non ti pare, Piccolo Uomo?

Il ragazzo sta rimuginando.

Grande Vecchio rispetta i tempi di Piccolo Uomo. E approfitta per riporre la pipa nella tasca dello zaino: è davvero tardi, bisogna affrettarsi, i tanti amici della valle li attendono per salutarli.

- Ti è servito il caso che mi ha raccontato Sommo Professore?

Piccolo Uomo ha il viso più disteso. Sorride.

- Sai, Grande Vecchio? Mi hai fatto vincere il drago! Anzi, no. Per dirla con le tue parole: l’ho con-vinto. 

- Hai con-vinto il drago? Che significa? Chi sarebbe questo drago? La minaccia della prima impressione?

- Sì. Mi è venuta in mente l’immagine del drago soprattutto con il caso di Sommo Professore. Tra ‘teoria’ e caso pratico mi hai descritto perfettamente quella che per me era un minaccia e hai trasformato la mia paura in una preoccupazione: ho capito la giusta importanza della preoccupazione e così ho scacciato la paura. Il drago resta, ma non mi distrugge più con il fuoco che butta fuori dalle narici! Ho appreso una cosa importante: il drago non va distrutto. E’ bene che continui a pungolarmi e che io non mi dimentichi la giusta tensione che debbo avere quando sono chiamato a dare la prima impressione a chi non mi conosce e incontro per la prima volta. Per questo non dico che ho vinto il drago: men che meno dico che l’ho ucciso. Lo tengo in vita: primo, perché anche lui ha diritto di esistere e io non voglio essere un assassino neppure di animali di fantasia e, secondo, perché la prima impressione non va presa sottogamba. Tuttavia ho anche capito che questa benedetta prima impressione neppure va ingigantita. Non esiste nessun aut-aut: né io sono destinato a soccombere al suo potere incontenibile, né io devo truccarmi agli occhi degli altri per essere come gli altri mi vogliono e come io non vorrei mai essere. La storia del manager pensionato è bella e parlante: consola e responsabilizza insieme. Certo, e scusami per il bisticcio: è bene cercare di partire bene. Ma tre casi su dieci non sono pochi e ci dicono che si può partire male e finire più che bene, addirittura magari anche meglio che se si fosse partiti in modo giusto e favorevole alla relazione. Per questo, anche stavolta dico grazie a te e, appena vedrò Sommo Professore, ringrazierò pure lui. 

Piccolo Uomo si zittisce, mentre continua a camminare, ma Grande Vecchio nota che ha ancora qualcosa da dire. 

E infatti, dopo neppure un minuto, mentre hanno finalmente acquisito il ritmo del buon passo, sgombro da pensieri complicati, il ragazzo vuole concludere.

- All’inizio della nostra chiacchierata, Grande Vecchio, avevi ricordato che non sempre si fa del bene volendolo fare. Hai ragione: si può fare del male con le migliori intenzioni. Però tu, Grande Vecchio, nel tuo modo di voler fare del bene senza volerlo fare (ma forse proprio per questo?), almeno a me, il bene lo fai sempre. E questo, naturalmente, tu lo sai benissimo. Ma te lo voglio dire lo stesso…

*** Massimo FERRARIO, La prima impressione, 'Mixtura', 28 gennaio 2026. 

Questo racconto, fresco di elaborazione, si aggiunge alla saga di Grande Vecchio e Piccolo Uomo, composta da 18 racconti, auto-pubblicata nel libro Grande Vecchio, Wu Zhi e altre storie. 50 racconti di saggezza (Dia-Logos, 2020) e diffusa nel corso di più di vent’anni anche attraverso il blog ‘Mixtura’. La saga descrive un rapporto di profonda amicizia tra un vecchio saggio e un ragazzino e coglie l’occasione per trattare alcuni temi etico-filosofici con un approccio pedagogico chiaro e concreto, a misura di un pre-adolescente che si interroga sulla vita con curiosità e voglia di capirne la problematicità.


Disegno di Chat-Gpt/AI

In Mixtura ark #Favole&Racconti qui

venerdì 23 gennaio 2026

#FAVOLE & RACCONTI / Il vecchio egoista (Massimo Ferrario)

Supermercato, ore 19.00, ora di punta. Coda alla cassa: gente con la faccia tesa, gli occhi fissi sul telefonino a scrollare siti e social in attesa che davanti si sbrighino a scaricare dal carrello gli acquisti, a pagare e finalmente ad andarsene. Impazienza diffusa, a stento trattenuta: noia, stanchezza, voglia di arrivare a casa il più presto possibile, cenare, rilassarsi dopo le solite tensioni di una giornata di lavoro. 

Un vecchio, assai in là con gli anni ma in piena forma fisica, si distingue per la calma: non sospira, annoiato, per l’attesa, procede avanti con il viso tranquillo e rilassato, un passo alla volta appena un cliente lascia la cassa. E’ più o meno a metà fila: davanti e dietro una decina di persone. Non ha telefonino: si guarda in giro, osserva. La gente soprattutto. Quando arriva a pochi metri dalla cassa, fissa la cassiera. Nota che non smette di passare  prodotti sullo scanner: ha una faccia stanca, sofferta, le occhiaie pronunciate, il trucco mezzo sfatto. Le mani procedono in automatico, dal nastro trasportatore al punto rosso luminoso sul piano cassa che rileva i dati del prodotto. Le parole dette ai clienti sono sempre le stesse: prima buona sera, possibilmente con un sorriso che le esce finto, stereotipato, poi la cifra comparsa a display. ‘Vuole il sacchetto’, ‘Come paga?’. C’è da immaginare stia sognando la fine del turno, che però dev’essere ancora lontano. 

Il vecchio si è comprato qualcosa per cena. Gli è di fianco il figlio. L’ha incontrato per caso, poco prima, al semaforo. Lui camminava sul marciapiede verso il super e il giovane era all’incrocio, in auto, che tornava dal lavoro. Il figlio ha insistito per accompagnarlo a fare la spesa e dargli poi un passaggio verso casa.

Il vecchio, una vita intera passata in acciaieria, vive in un mondo tutto suo. Mani dure, schiena dritta, ha sempre fatto quello che doveva fare, sopportando turni, rumore, fatica. Ha lottato per difendere la dignità sua e dei compagni, senza mai venir meno ai suoi doveri. Ha dovuto accettare i fisiologici compromessi per le condizioni, i tempi e i ritmi imposti sul lavoro, ma ha lottato anche tanto per cambiarli. Ora finalmente sa di essere completamente libero e si permette di scegliere: gli altri corrano, lui no. E’ convinto che un po’ bisogna adeguarsi, ma senza mai perdere la voglia di fare come si vuole. E magari di ricordare agli altri che si può andare contro corrente.

Padre e figlio sono arrivati alla cassa. 

Lei, la cassiera, poco più di vent’anni, ha il cartellino con il nome, Emma, che le pende dalla divisa, la spilla aperta: pare stanco pure quello e rischia di cadere da un momento all’altro, come la proprietaria per affaticamento. Il vecchio ripone la sua spesa sul nastro trascinatore: un polpettone, due pagnotte, una bottiglia economica di rosso. 

«Buonasera, Emma», la saluta il vecchio con una voce alta e roca che comunica simpatia. 

Emma, alza lo sguardo e reagisce con sorpresa: ci voleva questo vecchio per notare come si chiama. E’ una delle tante cassiere che esibiscono il nome sul petto, ma lei, per tutti, è come fosse un numero: in fondo non c’è molta differenza tra il suo lavoro e quello di chi in fabbrica è comandato da una catena di montaggio. Il suo sorriso stavolta è sincero mentre passa i prodotti sul lettore. Bip, bip, bip. 

«Grazie, signore, buonasera a lei. Sono 37 euro e 45 centesimi. Vuole un sacchetto? Come paga?».

«Sì, per piacere, un sacchetto, Emma. Pago con il bancomat. Però mi servono anche due carte regalo da dieci euro l’una. E queste le pago separatamente, in contanti.»

La cassiera fa un respiro profondo. Non è irritata, ma è consapevole che la richiesta porterà via qualche minuto in più alla fila. E infatti un signore in giacca e cravatta che dietro al vecchio stava già preparandosi per il suo turno, tamburella con le dita sul nastro che spinge le merci verso la cassa e non trattiene uno sbuffo.

Il figlio mostra imbarazzo. Tira per il giaccone il padre e gli sussurra: «Papà… dai, pago io con la carta e andiamo. Stiamo bloccando tutti.»

Il vecchio scuote la testa. «No figliolo, faccio io. E stai tranquillo. Il mondo continua a girare lo stesso: non si ferma perché io sto chiedendo due carte. Anzi, faccio girare i soldi, come vuole il sistema, per la gioia di tutti e anche di qualche manager…». Quest’ultimo riferimento non è casuale e il signore in giacca e cravatta lo registra: con un sospiro in più e un tamburellamento delle dita sul nastro ancora più insistito.

La cassiera predispone la prima carta. Il vecchio ha tirato fuori il suo portafoglio: è usurato, avrà vent’anni. Apre lo scomparto delle monete. Le fa uscire una ad una e le conta con calma, ad alta voce. Qualche euro, molti dieci e venti centesimi. 

L’aria si fa tesa. L’uomo in giacca e cravatta a questo punto non si trattiene. Mormora tra sé: «Incredibile… Insomma, ma ci rendiamo conto che qui c’è gente che ha fretta…?».

Il vecchio non è sordo, ma fa finta di nulla. Prosegue nel conteggio: calmo, preciso. Poi spinge il mucchietto delle monete verso la cassiera. Lei, con le mani un po’ tremanti, controlla. «Ok. Ecco la prima carta regalo, signore.»

Il vecchio risponde con un grazie. «Adesso la seconda.»

E la scena si ripete esattamente allo stesso modo. Finché la cassiera batte la seconda carta regalo e getta nel cassetto anche questo secondo mucchio di monete. 

Il silenzio della fila è pesante: il vecchio avrà finito?

La cassiera sta per rivolgersi al cliente successivo. E’ il turno del signore in giacca e cravatta, che vede mettere fine alla sua sofferenza. Emma vuole sincerarsi di aver terminato di servire il vecchio gentile che l’ha chiamata per nome e gli si rivolge con un domanda piena di simpatia.

«È tutto, signore? Siamo a posto?».

«Quasi», risponde il vecchio. Ho ancora due cose, Emma».

Il signore in giacca e cravatta, già pronto a vedersi conteggiare la spesa, alza la voce. «Adesso basta. Non è possibile perdere tempo in questo modo». Si rivolge al vecchio, toccandolo sulla spalla. «Esistono anche gli altri, non c’è solo lei, caro signore…!». Poi guarda il figlio: «Insomma, faccia qualcosa, glielo dica lei a suo padre…».

In coda qualcuno alza la voce. «E allora? Ci vogliamo sbrigare…?».

Il vecchio non si scompone. Si rivolge alla fila: «Me ne sto andando, tranquilli: solo un ultimo sforzo da parte vostra». Afferra la prima carta-regalo sul bancone della cassa e la fa scivolare verso la cassiera. La sua voce è rauca, ma ferma e tonante.

«Questa è per lei, Emma. La vedo stravolta. Si prenda un caffè e un panino nella pausa. O quello che più le piace. Ha la faccia di chi si porta addosso il peso del mondo… e non è giusto farsi spremere in questo modo dal lavoro… Glielo dico io che mi sono fatto il mazzo in acciaieria per una vita e ho fatto con orgoglio anche il sindacalista.»

Emma, la cassiera, è bloccata. Si è portata le mani al viso, come per nascondere lo sconcerto. Non capisce, non crede a quanto sta avvenendo. Guarda il vecchio, poi la fila. Scuote la testa. Ripete a sé stessa, sottovoce, che non è possibile... 

Il vecchio prende la seconda carta-regalo dal bancone della cassa e la alza perché tutti la vedano. Si gira verso il signore in giacca e cravatta, guardandolo diritto negli occhi. «E questa è per lei, egregio signore», esclama a voce alta mentre gliela porge. 

L’interessato sbatte le palpebre. Ha sentito perfettamente, ma anche lui non capisce. «Per me? Ma lei sta scherzando…! E perché dovrei prendere la sua carta…? Cosa c’entro io…?».

Il vecchio è diventato molto serio. 

«Un minuto e glielo spiego. Lei c’entra eccome. Ha avuto senz’altro una brutta giornata. E forse le ha spesso di tanto brutte. Ma se è così le consiglierei di provvedere: per la salute sua e di chi le sta vicino. Anche se questi, lei mi può dire a ragione, non sono fatti miei. Invece, per quanto riguarda me e lei, qualcosa voglio dirle a proposito del suo comportamento qui in coda. E’ evidente che avrebbe voluto cancellarmi dalla faccia delle Terra con un colpo di bacchetta magica per il  tempo che le ho fatto perdere, ma alla fine si è trattenuto, se non altro perché le mancava la bacchetta magica. Ha sofferto molto, ma ha avuto la pazienza di aspettare che un vecchio un po’ bizzarro finisse di fare le sue bizze. Sì, ha protestato, ma, in qualche modo trattenendo la sua ira, ha mostrato rispetto per uno che va verso i 90 anni. E questo io l’ho apprezzato. Lei può comprarsi quello che vuole: non ha certo bisogno della carta-regalo di un povero operaio in pensione. La mia carta è un simbolo. Magari la usi per un giocattolino ai suoi figli o un cabaret di cannoncini a qualcuno cui vuole bene. E per finire: lasci che uno che potrebbe essere suo padre le suggerisca di non gettar via questa piccola vicenda: io la ringrazio per avermi offerta l’occasione di farla accadere e mi scuso con lei e la fila se vi ho irritato.»

L’uomo in giacca e cravatta è inebetito: guarda il vecchio, con la bocca aperta e la carta-regalo in mano. Balbetta: «Ma io… veramente… non posso accettare…». Non sa quali sentimenti sta provando: senz’altro buona parte della rabbia che covava dentro gli è scivolata fuori dalla pancia. Ma per il resto mai si è trovato tanto confuso. E comincia ad avvertire un pizzico di qualcosa che somiglia alla vergogna per come ha reagito: quel vecchio non è matto come sembra, ma ha il coraggio di far pensare e lui, quando avrà le emozioni un po’ più chiare, una riflessione dovrà farsela. 

La cassiera si sta riavendo dal turbamento: commossa, si passa una mano sugli occhi. Deve farsi forza e riprendere a lavorare.

Il vecchio, il sorriso stampato sulla faccia intera, si sta godendo lo sbalordimento che ha suscitato. Anche quelli della fila, stupiti, commentano: chi, più lontano dalla cassa, non ha potuto seguire cosa è accaduto, viene informato da chi ha visto e ascoltato tutto. Sì, decisamente uno strano episodio da raccontare: ne parleranno a casa con i famigliari e poi con gli amici. 

Il vecchio intanto prende il sacchetto con la spesa e fa cenno al figlio di seguirlo. Ma prima di incamminarsi verso l’uscita, lancia a cassiera e signore in giacca e cravatta una battuta. «Adesso però dovete riprendervi dalla sorpresa e agire: siete voi che state facendo perdere tempo alla fila…».

* * *

In auto, il figlio non si trattiene. «Papà, sei proprio matto. Ti rendi conto che erano tutti al limite? E hai fatto tutto questo per regalare venti euro?».

Il vecchio guarda fuori dal finestrino: fa spallucce. «È stato un gesto egoista», dice piano.

«Egoista? Ma stai scherzando? Hai comunicato tutta la tua empatia a una ragazza distrutta dal lavoro al punto che non sapeva come ringraziarti. E hai fatto vergognare un tipo nervoso fino, forse, a farlo tornare un pizzico più umano. Dov’è l’egoismo? Piuttosto, non so, non sono fatti miei e la pensione te la sei guadagnata con il sudore degli anni: ma venti euro regalati non sono mica pochi.»

«Ho fatto quello che ho fatto perché mi ha fatto bene farlo. E’ la prima volta che mi permetto di fare un simile dono. Sono ancora lucido e non sperpero la mia pensione: se non altro per questione di anagrafe ho imparato prima di te il valore del soldo e un po’ forse te l’ho pure insegnato».

«Per carità, papà: ti chiedo scusa. Mica volevo rimproverarti: dei tuoi soldi hai diritto di fare quello che più ti aggrada. Ma insisto: non capisco cosa c’entra l’egoismo.»

«Semplice. Alla mia età non posso sistemare tutto quello che non mi piace. E’ dimostrato che tutti noi, specie coi tempi che corrono, in cui vige il realismo più realista e ogni piccola riforma, se è vera e vuole incidere, è considerata utopistica, sempre meno possiamo cambiare il mondo. A quasi novant’anni, poi, io non posso certo neppure aggiustarlo di una virgola. Perciò mi sento piccolo. Impotente. Inutile. Superfluo. Allora ogni tanto mi creo un momento in cui posso fare qualcosa. Qualcosa che mi faccia sentire vivo. E che spinga anche qualcun altro almeno a fermarsi e a riflettere. E’ come se riuscissi a bloccare il tempo per un minuto. Cambio l’aria in una stanza. Faccio respirare una persona. Faccio pensare un’altra. E così mi ricordo che conto ancora: che servo, forse, a qualcosa. Egoismo, come dicevo prima.»

Il figlio ferma l’auto davanti alla casa del padre. Il vecchio prende il sacchetto con il pane, il polpettone e il vino. 

Scende. Ma non si dirige verso il suo portone: va verso il cancello della vicina. Il giovane si affaccia dal finestrino. 

«Dove vai?», gli chiede incuriosito.

«Dalla signora Caterina», lui borbotta. «È caduta ieri. Si è presa una botta alla gamba che la fa stare in poltrona. Zoppica e ha dolore. Suo figlio è lontano. Come sai è sola, rimasta vedova. Cucino io per lei stasera.»

Il figlio ride. «Papà… non è egoismo. È amore.»

Lui si ferma un attimo prima di arrivare al cancello della signora e si gira. Negli occhi ha un lampo da ragazzino.

«Caterina dice che sono il miglior cuoco del quartiere», risponde serissimo.

«E allora?», commenta il giovane. «Vedi?, le fai un piacere. Altro che egoismo».

Il padre scuote la testa. 

«Non capisci. I suoi complimenti mi gonfiano l’ego: una pompata di egoismo puro.»

Il figlio rimette in moto, scuotendo la testa. La mente gli si affolla di pensieri su suo padre. 

Già. Un vecchio ‘egoista’ deciso a riparare il mondo a modo suo: con due carte regalo per una cassiera esausta e un manager insofferente e un polpettone per la vicina che fatica a stare in piedi perché si è fatta male alla gamba.

No, non possiamo né cambiare, né aggiustare tutto. Perché ‘tutto’ è ‘troppo’. ‘Troppo’ grande, ‘troppo’ complesso. 

Possiamo però (forse?, quasi sempre?) aggiustare qualcosa. Possiamo intervenire nello spazio a noi più vicino. In un perimetro minuscolo di pochi metri, possiamo far fare una pausa al mondo. Possiamo fermare noi stessi. E scegliere l’empatia, la gentilezza, la relazione al posto di focalizzarci ossessivamente sul benessere del nostro ombelico che se ne frega degli altri. Possiamo far caso a quanto ci accade intorno. Anche quando (soprattutto quando?) la situazione è scomoda. Certo: non abbiamo tempo. Non l’abbiamo mai. Ed è per questo che dobbiamo prendercelo. 

In definitiva e soprattutto: un po’ più Noi, un po’ meno Io.

Il figlio raggiunge la conclusione del suo rimuginare proprio mentre parcheggia sotto casa. 

"E’ proprio un bel tipo mio padre. ‘Egoismo’ tutto questo? Se è così, benvenuto."

*** Massimo FERRARIO, 1946, Il vecchio egoista, 'Mixtura' (masferrario.blogspot.com), 23 gennaio 2026. Libera riscrittura che amplia un testo di autore anonimo diffuso in internet. 

Gemini / AI

In Mixtura ark #Favole&Racconti qui

giovedì 15 gennaio 2026

FAVOLE & RACCONTI / La formula del creato (Massimo Ferrario)

L’Angelo lo riconosce da lontano, mentre lo vede avvicinarsi lentamente sulla nuvola. E’ imbarazzato e si profonde in un inchino di sincera riverenza, pronunciando il suo nome. Lui, ancora stupito di essere dove è, si guarda in giro, cercando di nascondere il disagio.

- Dunque anche lei mi conosce?

- Certo, signor Albert Einstein, chi non la conosce? Le do il benvenuto. E la conduco subito al cospetto di Dio. Che la attendeva con ansia: voleva rendere omaggio alla sua competenza. Immensa. Difficilmente un essere umano è in grado di raggiungere il suo livello di sapere.

- Non esageriamo: mi sono limitato a ragionare un po’ sulle cose che noi raggruppiamo nella disciplina chiamata ‘fisica’... E sono infiniti i segreti dell’universo che laggiù sulla Terra ancora non siamo riusciti a risolvere. Piuttosto, devo ammettere che fino a un attimo fa non credevo…

L’Angelo sorride.

- Sappiamo di un certo suo agnosticismo di fondo. Per lei questo dev’essere un momento spiazzante: tra un attimo incontrerà Dio in persona, della cui esistenza mi pare lei abbia sempre dubitato. Ma non si preoccupi: potrà chiedergli qualunque cosa.

Einstein viene fatto entrare in una nube bianca. Accecante. All’inizio sente i suoi occhi bruciare e non vede nulla. Poi, dopo qualche secondo, tutto torna perfettamente a fuoco. Dio è seduto di fronte a lui. Sorride e gli tende la mano.

- Da tanto aspettavo questo momento, caro Albert. Sì, come vede io esisto ed è una gioia immensa per me poterla incontrare. Mi dica subito: c’è qualcosa che posso fare per lei? Ha un desiderio particolare che io potrei soddisfare?

Einstein, lusingato e stupito per l’accoglienza tanto benevola e affettuosa, non si fa pregare: certo che ha un desiderio. 
 
- Oh sì, signor Dio… (mi scusi, non so neppure come chiamarla…). Ma, se posso permettermi… Sa, ci ho lavorato tanto e non ne sono venuto a capo... Ecco: vorrei sapere, finalmente, qual è la formula del creato.

Dio non mostra alcun stupore: immaginava questa domanda. Si alza dalla sedia. Con uno schiocco delle dita fa comparire una lavagna digitale enorme. Vi si avvicina e comincia a scrivervi equazioni su equazioni. Mentre lo fa, commenta.

- Dovrà avere pazienza e seguirmi con attenzione: lei è l’unico essere umano che può capire quanto le rivelerò. Ma dovrò lavorare per una decina di minuti. Mi interrompa in qualunque momento se quello che scrivo non le risulterà chiaro.

Einstein si avvicina alla lavagna digitale. Dio scrive velocissimamente, ma lui non perde un’equazione. Al decimo minuto esatto, Dio mette il punto.

- Ecco la formula. Mi ha seguìto?

Einstein ha letto ogni riga. Non gli è sfuggito nulla. Rilegge tutto con un colpo d’occhio in pochi secondi. Ha un dubbio. Ma non osa esprimerlo. E Dio se ne accorge.

- Qualcosa non va, Albert?

- Sì, credo di aver colto ogni suo passaggio. E’ incredibile la complessità che ha disegnato: lo ammetto, solo lei poteva elaborare un formula come questa… Anche se, veramente…  per carità, io non sono nessuno per correggerla… ma…

- Non abbia timore: dica pure…

Einstein si fa forza. La sua onestà intellettuale gli impone di non tacere. Con il dito indica un punto preciso: una ‘α’, una piccola alfa greca.

- Ecco, mi scusi buon Dio, io non vorrei… senz’altro sbaglierò, tuttavia, proprio qui, noto una certa incongruenza… E’ piccola, forse, ma secondo me, se mi consente, è grave e rischia di far saltare tutto.

Dio non trattiene una risata. Sonora. Genuina. Di vera soddisfazione.

- Caro Albert, lei si conferma il genio che è. Ha perfettamente ragione. Lì c’è una incongruenza. Piccolissima, sì. Ma grave. Fondamentale. E mette in crisi non solo la formula, ma il creato intero. 
Einstein guarda Dio con occhio interrogativo. 

- Il mio errore sta nel numero elevato a potenza che ho inserito in quella ‘α’: doveva essere assai più basso. Così quella ‘α’, nell’equilibrio del sistema complessivo, stona. Disturba. Rompe l’armonia generale del creato e lo mette in crisi. E’ questa l’incongruenza: una ‘α’, cui ho dato troppo potere. Sa cos'a indica quest'alfa? L'Uomo. 

*** Massimo FERRARIO, 1946, La formula del creato, libera rielaborazione di un testo citato da Francesco Cataluccio, La vita a volte è sopportabile, Casagrande edizioni, 2013. 
La barzelletta sembra sia stata raccontata da Wisława Sxymborska (1923-2012, poetessa polacca, premio Nobel per la letteratura nel 1996) a Francesco Cataluccio in un viaggio in auto prima della sua nomina a vincitrice del premio Nobel. Il testo è riportato da Simonetta FIORI, giornalista, in Il talento di Wisława per le buone cose di pessimo gusto, ‘la Repubblica’, 28 dicembre 2014. 

Disegno di Copilot/AI

In Mixtura ark #Favole & Racconti di Massimo Ferrario qui