domenica 14 gennaio 2018

#FILASTROCCHE / La pigrizia (Ettore Berni)

La pigrizia andò al mercato
e un cavolo comprò,
mezzogiorno era suonato
quando a casa ritornò.

Cercò l’acqua, accese il fuoco
si sedette, riposò.
Ed intanto, a poco a poco,
anche il sole tramontò.

Così, persa ormai la lena,
sola al buio ella restò
ed a letto senza cena
la meschina se ne andò


*** Ettore BERNI, 1852-1927, poeta, da Maria Bersani, a cura, Poesie per bambini, canti, versi d'occasione, filastrocche, dialoghi, indovinelli, Paravia, 1930 (Prima Edizione 1899). Segnalata in 'filastrocche.it', qui

Disegno di Ugo Fontana
da Mario Comassi e Lino Monchieri 
Festa dei bimbi: libro di letture per la prima classe, La Scuola, 1958.

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#SENZA_TAGLI / La verità nella politica (Raniero La Valle)

Nella campagna elettorale appena iniziata si pone un problema di verità, come si pose in occasione del recente referendum costituzionale. Si è dato per scontato, da giornalisti degli studi televisivi, col supporto del filosofo di studio, che "tutti" dicono bugie, perché la campagna elettorale sarebbe il luogo delle favole, non della realtà effettiva. Ma se "tutti" dicono bugie, non c'è ragione di sceglierne alcuno: dunque gettare il fango della menzogna su tutti i politici e su tutto il momento elettorale della politica, significa militare per l'antipolitica, stornare dal voto gli elettori di cui pure si lamenta l'astensione, incoraggiare i populismi e quindi in sostanza, ancora una volta licenziata la politica, conservare l'attuale dominio dei poteri qual è. 

Non a caso la previsione-speranza che emerge da gran parte dei talk show televisivi è che, non potendosi dopo le elezioni mettere insieme una fiducia a un governo, resti a governare a tempo indeterminato (un precario in meno!) un governo senza fiducia, cioè in pratica quello che c'è. 
Di questo deficit di verità, imputato ai politici, peraltro i giornalisti non sono esenti, anzi proprio per il loro ruolo molti di loro, nell'accanimento con cui cercano di promuovere uno e distruggere altri, sono gli officianti ministri della menzogna. 

Per esempio è una bugia dire che tutti promettono di abbassare le tasse; non tutti lo fanno, e in ogni caso bisognerebbe spiegare che si parla di due cose diverse: una cosa è abbassare le imposte per tutti, e un'altra è abolire una tassa. Nel primo caso si tratta di togliere risorse alla fiscalità generale fino a promettere un'aliquota del 15 % per tutti, cosa impedita dalla sacrosanta progressività del sistema tributario, non a caso prevista dalla Costituzione all'art. 53 non nel titolo dei "rapporti economici" ma in quello dei "rapporti politici", perché ne va della democrazia e della Repubblica; nel secondo caso si tratta di agire su una tassa di scopo, con cui si pagano dei servizi, che per altissimi motivi lo Stato può prendersi a carico, come fa per la sanità garantita a tutti i cittadini; sarebbe questo il caso dell'abolizione delle tasse universitarie per assicurare a tutti, ricchi o poveri che siano, il diritto allo studio fino ai gradi più alti. 

Ma un problema di verità si pone anche quando l'ISTAT dà i numeri dell'aumento dell'occupazione, intendendo per occupazione anche un lavoro di un'ora alla settimana, e in realtà si sono perdute un miliardo e duecento milioni di ore lavorative; come c'è un problema di verità quando ci si gloria della riduzione dei flussi migratori, mentre in questo inizio di gennaio vi sono già quasi 200 migranti morti o dispersi nel Mediterraneo centrale, quando nell'intero mese di gennaio dell'anno scorso i morti furono 254.

*** Raniero LA VALLE, 1931, giornalista, politico, intellettuale, La verità nella politica, facebook, 12 gennaio 2018, qui

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#EX LIBRIS / La meta, via-di-qua (Franz Kafka)

Udii sonare una tromba in lontananza e domandai al servo che cosa significasse. Egli non lo sapeva e non aveva udito niente. Presso il portone mi trattenne e chiese: «Dove vai, signore?». 
«Non lo so» risposi. «Pur che sia via di qua, via di qua, sempre via di qua, soltanto così posso raggiungere la mèta». 
«Dunque sai quale è la tua mèta» osservò. 
«Sì» risposi. «Te l’ho detto. Via-di-qua; ecco la mia mèta».

*** Franz KAFKA, 1882-1924, scrittore praghese di lingua tedesca, La partenza, in Racconti, Mondadori, 1970, traduzione di Ervino Pocar, citato da Zygmunt Bauman, Retrotopia, Laterza, 2017 (postumo)


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sabato 13 gennaio 2018

#BREVITER / Sinistra-Destra (mf)

Masferrario, facebook, 12 gennaio 2018

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#VIGNETTE / 81 anni, il signore del centrodestra (Natangelo)

NATANGELO
'Il Fatto Quotidiano', facebook, 10 gennaio 2018, qui

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#FOTO / Curiosità

(autore non identificato, via facebook, qui)

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#HUMOR / Magliette che si sono ristrette (Cormac)

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#FUMETTI / Il disegno della famiglia (Cyanide and Happiness)

CYANIDE AND HAPPINESS
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#SGUARDI POIETICI / Città vecchia (Umberto Saba)

Spesso, per ritornare alla mia casa
prendo un'oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.

Qui tra la gente che viene che va
dall'osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l'infinito
nell'umiltà.

Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d'amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s'agita in esse, come in me, il Signore.

Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.

*** Umberto SABA, 1883-1957, poeta, scrittore, aforista, Città vecchia, da Trieste e una donna, 1910-1912, in Canzoniere,  Einaudi, 2014
https://it.wikipedia.org/wiki/Umberto_Saba



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#RACCONTId'AUTORE / Il paese dalle pagine ferme (Alba Marcoli)

C'era una volta, tanto e tanto tempo fa, così tanto che con il calendario degli uomini non si può proprio misurare, un piccolo paese che stava sospeso a mezz'aria, fra la terra e il cielo, come di solito fanno le nuvole quando viaggiano intorno alla terra. Solo che questo paese, al contrario delle nuvole, era sempre fermo e guardava indifferente la terra che invece gli girava sotto nel suo instancabile viaggio del giorno e della notte intorno a se stessa e del susseguirsi delle stagioni intomo al sole. Era proprio un paese del tutto particolare, che dal punto di vista del tempo con i ritmi della terra aveva ben poco da spartire.

C'erano un re e una regina, un principino e un principessina, tutti molto contenti di governare, dei sudditi molto contenti di essere governati e così via. Il castello reale stava sospeso un po' più in alto del paese, con una scalinata d'aria che portava dalla piazza principale fino al suo ingresso e con una splendida balaustra riccamente costellata, fatta anch'essa di aria pregiata non inquinata. E davanti all'ingresso c'erano sempre quattro guardie in alta uniforme che accoglievano i visitatori.
Il luogo più frequentato di tutto il regno non era però il castello del re, ma la piazza principale dove sorgeva uno strano edificio sospeso anch'esso a mezz'aria come tutte le costruzioni di quel luogo. Era la biblioteca del paese, anch'essa un po' strana perché non aveva niente a che fare con quelle degli altri paesi di questo mondo, cioè non racchiudeva i libri che erano stati scritti, ma quelli delle vite che si scrivevano in quel momento, in qualsiasi parte di quel mondo che girava di sotto. C'erano tantissime sale, una per i libri appena iniziati, una per quelli che erano a metà, una per quelli che stavano per finire e così via, tutti regolarmente arrivati dalla Terra con carichi postali che in quel paese funzionavano per davvero. Ma fra tutte le sale sterminate che si susseguivano in quella biblioteca, la più strana era quella dove stavano i libri che a un certo punto avevano smesso di scorrere e si erano fermati su una pagina che non riuscivano mai a girare. Era la sala d'attesa per voltare pagina nella vita e i libri che riuscivano a farlo passavano da lì a un'altra sala, quella dove si chiudevano i capitoli, dopodiché erano pronti per essere completati, come tutti i libri che si rispettino, da che mondo è mondo.
Ma da un po' di tempo a questa parte, nell'epoca di cui si parla, succedeva una cosa strana in quella biblioteca ed era che la sala dei libri che attendevano di voltare pagina diventava sempre più piena e affollata e dall'ufficio postale del paese interi carri anche loro fatti d'aria non facevano che scaricare i volumi fermi su una pagina che arrivavano dalla Terra.
Il Gran Consiglio dei Vecchi andò dal re di quel paese a discutere del problema.

«Non ce la facciamo più ad andare avanti così, sire», disse un vecchio, «e non sappiamo come fare per quelli che arriveranno col prossimo carico postale».
«Non si possono portare i libri più vecchi nella sala dei capitoli che si chiudono in modo da fare altro spazio?», chiese allora il re, che era una persona pratica e di buon senso.
Ci abbiamo provato, sire, ma non è servito a nulla. I libri vanno avanti, è vero, e i capitoli si chiudono, ma le pagine che vengono voltate restano bianche, non ci troviamo scritto niente, oppure vengono scritte delle cose quotidiane poco importanti e così banali che non hanno niente a che fare con il libro della vita».
«Ohibò», fece il re grattandosi la zucca, il che era sempre segno di pensieri molto elevati. «Eppure la vita che gli uomini vivono è quella quotidiana, del giorno dopo giorno, non quella delle pagine prima o di quelle dopo. Com'è possibile che se ne dimentichino e la rendano così banale e poco importante?».
«Io ci ho pensato a lungo», rispose allora un altro vecchio, «ma non ho trovato la spiegazione giusta. So solo che nei libri che ho letto con cura ho osservato spesso una cosa che si ripete».
«Che cosa?», chiesero allora gli altri incuriositi.
«Mi sembra», continuò il vecchio, «che sia soprattutto in due casi che le pagine dei libri della vita facciano fatica a voltarsi. Un caso, più raro, è quello in cui su quella pagina è stato scritto qualcosa che piace cosi tanto oppure che il ricordo fa diventare così bello che poi non si ha il coraggio di voltar pagina per paura di non trovare più scritte cose simili. Questo però mi sembra meno frequente come caso. Credo che invece capiti più spesso quello in cui non si volta pagina perché non piace per niente quello che c'è sul foglio, come se ci fossero o un vuoto da riempire oppure delle cose già scritte che si vogliono cambiare. Mi pare che sia questo il caso più difficile».
«Ma quando gli uomini si fermano su una pagina, ne conoscono il motivo?», chiese allora il re che, come spesso succede a quelli abituati a governare, faceva un po' fatica a rinunciare al proprio pensiero per ascoltare quello degli altri.
«Io non credo che lo sappiano, sire, almeno nei pensieri abituali che hanno ogni giorno, però questo non cambia la cosa».
«Secondo voi», disse allora una vecchia che fino ad allora era sempre stata zitta «perché certi libri riescono a voltar pagina e altri no?».
«Forse perché è più difficile voltare pagina lasciando un vuoto da riempire o delle cose scritte che non piacciono. Soltanto che gli uomini di solito non se ne accorgono perché non dedicano del tempo a rileggere i loro libri. E inoltre, per potersene accorgere, bisognerebbe leggerli con occhi nuovi, non con quelli che uno è abituato a usare da sempre».
Fu allora che la vecchia ebbe un'idea geniale.
«Proviamo a prendere un qualsiasi libro fermo su una pagina», disse allora, «e scendiamo sulla Terra per vedere che cosa succede alla persona che lo sta scrivendo, così forse riusciremo a scoprire come fare».

Un gruppo di vecchi lanciò allora una monetina per aria, prese un libro a caso, lo aprì e scese sulla Terra per cercare la persona che lo stava scrivendo in quel momento. E poiché i vecchi erano abituati a vivere sospesi ed erano anche loro fatti d'aria pura trasparente, quando arrivarono sulla Terra non ci fu nessuna difficoltà e nessun uomo li notò. Si sparpagliarono e cercarono con cura e a lungo, finché un giorno, finalmente, dopo tanta ricerca, incontrarono la persona che stava scrivendo quel libro. Era un ragazzo di poco più di vent'anni che doveva girare una pagina importante nella vita.
«Chissà come è contento», pensarono allora i vecchi, «beato lui che ha vent'anni e tutta una vita davanti!».
Ma quando lo guardarono in viso e ascoltarono i suoi pensieri, stupiti e commossi, si resero conto che non era proprio così.

«Chi sono io?», continuava a pensare il ragazzo fra di sé. «Chi me lo sa dire? Sono il bravo ragazzo che ha detto sempre di sì ed è stato per tutta la vita buono e obbediente per sentirsi amato dagli altri? Oppure sono il bambino arrabbiato e triste che non aveva nessuno con cui giocare? O quello che quando la mamma era addolorata si sentiva impotente a scacciare il suo dispiacere nonostante tutti i suoi sforzi? O il bambino che provava una grande ansia ogni volta che sentiva litigare, così grande che gli sembrava che riempisse tutto il piccolo corpo e il suo mondo? O sono il ragazzo ormai grande che non sopporta il minimo contrasto con le persone che contano per lui, senza il cui amore gli sembra di non poter vivere? Oppure sono la voglia che mi sento dentro di rompere io stesso i legami e abbandonare tutti per non essere abbandonato?».
E mentre questi pensieri gli si accavallavano nella mente il suo cuore era come preso dentro una tempesta di emozioni e di venti che soffiavano da direzioni diverse ed erano così forti che lui doveva congelarli per non farsene travolgere, cosicché il suo viso restava sorridente e impassibile, tranne che per gli occhi che erano tristi e seri.

I vecchi del paese a mezz'aria si guardavano stupiti.
«Finalmente capiamo perché non si riesce a girar pagina!», disse infine uno di loro. «E' quando ci sono ancora troppo cose da vivere in quella precedente. Ha proprio ragione lui, è difficile girar pagina con tutte queste tempeste emotive dentro. Bisogna che si calmino un po', prima».

E fu così che i vecchi tornarono al loro paese per pensare, ascoltare e ricordare bene le loro stesse tempeste emotive di quando erano giovani, perché avevano tutti provato molta simpatia nei confronti del dolore e della rabbia, della fragilità e della gelosia, della dolcezza e del rancore, della tenerezza e della pena che c'erano nel cuore del ragazzo, anche se da fuori non si vedevano per niente perché erano molto ben nascosti.

E fu pure così che alla fine decisero che la cosa migliore che potessero fare era che uno di loro, quello che era stato più intenerito e meglio capiva il ragazzo in tempesta, perché le stesse cose erano successe anche a lui da giovane, scendesse sul mondo per accompagnarlo senza essere visto nel cammino di rileggere con occhi nuovi, ogni notte in sogno, il libro della vita fino ad allora, per riuscire finalmente a girar pagina.

E cosi, notte dopo notte, il vecchio accompagnò il ragazzo nei suoi sogni con l'attenzione, il rispetto e l'amore che gli erano necessari e lui poté cominciare a rileggere con occhi nuovi e con meno paura il proprio libro, che fino ad allora aveva accuratamente evitato per non incontrare di nuovo il dolore di certe pagine. E i sogni gli insegnarono ad ascoltare le sue emozioni, a riconoscerle e a dar loro un nome, invece di inseguirle sempre negli altri per paura di restarne senza. E quando il ragazzo le ebbe finalmente riconosciute non si sentì più solo come prima, quando gli sembrava di avere un gran vuoto dentro.
E a poco a poco anche lui imparò a prendersi cura del bambino tenero, dolce, impaurito, spaventato e arrabbiato col mondo che si portava dentro da tanto tempo senza riuscire ad aiutarlo, esattamente come il vecchio si prendeva cura di lui, anche nei momenti in cui rileggevano insieme le pagine più dolorose della sua storia. E così, giorno dopo giorno, notte dopo notte, stagione dopo stagione, anno dopo anno, anche il ragazzo delle tempeste riuscì a rileggere il proprio libro fino a quel momento e la cosa fu così naturale che si accorse di aver voltato finalmente pagina solo un giorno, per caso, quando ormai ci aveva già scritto tante cose nuove senza saperlo.

E allora il vecchio del paese a mezz'aria poté finalmente tornare a casa. Sapeva d'essere stato tanto vicino al ragazzo per tutto quel tempo che ormai era sicuro che gli avrebbe fatto compagnia nel cuore per tutta la vita, soprattutto nei momenti difficili.

E così, quando il Gran Consiglio del Regno di Mezz'Aria si riunì, fu deciso che questo poteva essere un buon modo per aiutare i libri fermi ad andare avanti e i vecchi e le vecchie del paese si sparsero per il mondo ad accompagnare nei loro sogni gli scrittori immobili su una pagina, per aiutarli a rileggere con occhi nuovi le loro storie e andare avanti.
E per ogni libro che riusciva a proseguire c'era una persona in più che in questo mondo aveva sperimentato, come il ragazzo della nostra storia, l'attenzione, l'amore e il rispetto per le ferite del cuore di un bambino da poterli a sua volta avere con quelli che incontrava sulla sua strada.

E si sa che le cose sperimentate diventano come l'erba di primavera, dopo un filo ne nasce un altro e un altro ancora e tanti fili messi insieme fanno i mari d'erba che ondeggiano nel vento.
Però bisogna che ognuno si prenda cura dei fili d'erba che incontra sulla sua strada perché le ferite del cuore di un bambino non restino dentro a fargli male anche da grande e perché anche lui possa a sua volta aver cura dei fili d'erba che incontrerà nella sua vita.

*** Alba MARCOLI, 1939-2014, psicologa clinica e scrittrice, Il paese dalle pagine ferme, in Il bambino nascosto, Oscar Mondadori, Milano, 1993.


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#MOSQUITO / Destino, smettere di lottarci contro (Alexander Lowen)

Lottando contro il destino ci si avvolge solo più profondamente nelle sue spire. Come un animale preso in una rete, più uno lotta più si lega strettamente. Questo significa che siamo condannati? Siamo condannati solo se lottiamo contro noi stessi. La spinta principale data dalla terapia è l’aiuto a smettere di lottare contro se stessi.

*** Alexander LOWEN, 1910-2008, psichiatra e psicoterapeuta statunitense, Paura di vivere, 1980, Astrolabio, 1982


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#VIDEO / Psicologo e psicoterapeuta, differenze e competenze (Fulvio Giardina)


Fulvio GIARDINA, 1949
presidente CNOP Consiglio Nazionale Ordine Psicologi
Psicologo e psicoterapeuta: 
differenze e competenze
intervistato da Luca Mazzucchelli
psicologo e psicoterapeuta
10 giugno 2015
video 33min01

Indice argomenti:
1:00 - Chi è lo psicologo
3:40 - La competenza psicoterapeutica e quella diagnostica
6:20 - Esercizio abusivo della professione psicologica e gli illeciti disciplinari
7:20 - La variegata competenza dello psicologo
9:15 - Lo psicologo può affrontare le psicopatologie?
11:37 - La suddivisione tra psicologo e psicoterapeuta in Europa
12:40 - L'importanza di riconoscere i nostri limiti
13:55 - Lo psicologo come "prodotto garantito"
17:32 - Punti critici della categoria e cosa si sta facendo per migliorarli
25:30 - Le responsabilità della categoria nella attuale crisi lavorativa
28:40 - Come sarà lo psicologo del futuro?

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venerdì 12 gennaio 2018

#SPOT / Tutti ti chiedono

(via facebook, Nicola Croce, 8 gennaio 2018, qui)

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#HUMOR / Se penso che fino a dieci anni fa (Marco Muggittu)

(via facebook, 5 gennaio 2018, qui)

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#LIBRI PIACIUTI / "Follia maggiore", di Alessandro Robecchi (recensione di M. Ferrario)

Alessandro ROBECCHI, "Follia maggiore"
Sellerio, 2018
pagine 390, € 15,00, ebook € 9,99 

Un vecchio, un grande amore, la potenza di un rimpianto
Il termine 'serie' non rende giustizia alla brillantezza dei romanzi con cui molti autori sanno affascinarci: evoca una struttura ripetitiva che è il contrario di quella fantasia estrosa che cerchiamo nelle trame.

Con Alessandro Robecchi possiamo andare sul sicuro: è uno scrittore che non tradisce. Non solo per la puntualità delle uscite dei suoi titoli (anche quest'anno è bene inaugurato dal suo quinto, Follia maggiore, appena diffuso in libreria), ma soprattutto per la qualità delle storie (sempre originali, complesse, spiazzanti), l'incisività dei personaggi e la scrittura, unica davvero, per capacità di giocare su più registri (dal serio all'ironico-frizzante, dal freddo-razionale all'emotivo-metaforico, dal prosastico addirittura al quasi poetico).
Certo, come in ogni grande racconto a più episodi, ricorrono alcune figure fisse, che contribuiscono a creare un'atmosfera rassicurante e familiare: Carlo Monterossi, l'ex autore di successo della televisione trash ora in fase di riscatto professionale e alla ricerca di nuove idee di lavoro, si trova sempre a fare da filo conduttore alle storie, aiutato dal suo amico investigatore Oscar Falcone, solo apparentemente improvvisato e svagato e invece sempre puntuale ed efficace nello scoprire fatti e connessioni. E poi c'è la coppia di poliziotti, Ghezzi e Carella, più interessati ai risultati e agli aspetti umani che all'osservanza delle regole burocratiche, i quali ogni volta si trovano a intrecciare le indagini, in modo più o meno casuale, con le vicende in cui sono implicati Carlo e Oscar: e queste vicende, per bizzarre coincidenze, si rivelano spesso al limite della legge.

Ma in questo Follia maggiore il vero protagonista è un vecchio settantenne, che ha chiuso ormai da anni con la carriera di grande finanziere capace di costruire giochi sofisticati, e non sempre limpidi ma altamente remunerativi, per clienti potenti e danarosi.
Una mattina legge dell'uccisione di una donna ormai di mezza età su un marciapiede di Milano e si ritrova di colpo ributtato indietro, a rivivere, e rimpiangere, l'unico vero grande amore del passato. Il vecchio scopre l'esistenza della figlia, di cui non aveva notizie: la giovane, con la morte improvvisa della madre, vede economicamente distrutta la sua aspirazione a intraprendere la carriera di cantante lirica, per la quale pure sembra avere un talento naturale; e lui allora si propone come tutore e mecenate, usando patrimonio e relazioni per facilitare la sua partecipazione ad un concorso internazionale cruciale per il suo futuro.
Senza nulla togliere alla espressività dei tanti personaggi in campo, la figura del vecchio è dominante: non solo colpisce e intriga, ma offre lo spunto per qualche riflessione saporita, e mai noiosa, sulla vita e le occasioni perse.

Ovviamente, come in ogni poliziesco, l'attesa per il finale cresce pagina dopo pagina: pure in questo episodio, come nei precedenti casi, la bravura di Robecchi sta nell'allontanare il momento della risoluzione con sapienza, creando piste divaganti. Ed è così che la sorpresa è assicurata.
Chi poi non si accontenta dell'effetto 'thrilling', ma è attratto anche dalla vena critica applicata al sociale che costituisce la cifra leggera, anche scanzonata, ma mai superficiale di Robecchi, ha modo di essere pienamente soddisfatto.
Insomma, pure per questo aspetto, l'autore non tradisce.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

«
Il vecchio si chiamava Umberto Serrani, aveva settantadue anni ed era – il figlio lo aveva detto quasi con un sospiro di rassegnazione – in forma perfetta, sveglio e mobile, indipendente. Vivo, insomma, ma questo lo aveva pensato Oscar, perché le parole dell’uomo erano state un po’ diverse. 
Oscar aveva fatto le solite domande, incassando le risposte che si aspettava, cioè mezze frasi e nessuna sincerità. Non si capiva bene dove finisse l’amore filiale per il padre scomparso senza una telefonata – e senza rispondere alle sue – e dove iniziasse la preoccupazione dell’erede. O si capiva fin troppo. Che non si compri una tenuta in Islanda, che non regali una villa a qualche ballerina, che non si metta nei guai, era la sostanza, a cui il cliente aveva aggiunto per decenza un «almeno sapere che sta bene», che era l’ultimo dei suoi pensieri, ma doveva dirlo. (Alessandro ROBECCHI, "Follia maggiore", Sellerio, 2018)

«È una cosa che riguarda le ossessioni... e l’ipocrisia del mondo... Per tutta la vita metti da parte molte cose, le sospendi, le rimandi, le accatasti in un angolo: le farò da vecchio, ma sì, un giorno avrò tempo. Paradossalmente la cosa è socialmente incoraggiata finché lavori, produci denaro... poi suona male. Uh, è andato a Budapest! Uh, è andato a Napoli. Non è più in sé, poveretto, non ci sta con la testa!... È come se la libertà, ma anche soltanto il libero arbitrio, andassero bene in fase di progettazione e speranza. Dici: un giorno farò questo e quest’altro, tutti annuiscono, approvano, ma poi quando finalmente lo fai non va più tanto bene... mah!». 
«Sta parlando di suo figlio?». 
«Sì, anche di lui». (Alessandro ROBECCHI, "Follia maggiore", Sellerio, 2018)

In un grande ristorante di lusso, con decine di posate, cristalli e camerieri che ti rabboccano il vino come l’acqua del radiatore, avevano avuto una piccola discussione. Giulia lamentava che lui non fosse geloso, ma lo faceva per provocazione, per gioco. 
Lei aveva un vestito nero ed era... luccicante. Loro, erano luccicanti. 
Quel tavolo dove erano appena arrivati gli antipasti e lo champagne brillava, gridava a tutti come un banditore del circo: ehi, gente! Qui c’è qualcosa in ballo, signori, venite a vedere! Qui c’è passione, tormenti, schermaglie amorose, c’è odore di sesso! 
Sì, scintillavano, scintillavano davvero. 
«Potrebbero sbattermi come una troia di strada e non ti interesserebbe». 
«Sei ingiusta, non è vero, e lo sai, Giulia... Ho una famiglia, una casa, non posso permettermi di essere geloso... I sentimenti necessitano di piccole... reciprocità, ecco... poi saresti gelosa anche tu e sarebbe l’inferno... perderemmo quello che abbiamo». (Alessandro ROBECCHI, "Follia maggiore", Sellerio, 2018)

Così si erano incamminati per le piccole vie dietro corso Magenta, fino a via De Amicis e al parco delle Basiliche. Ad ogni passo lui sentiva qualcosa sciogliersi, come se vuotasse per la via, a poco a poco, un grosso sacco pieno di pesi inutili. Lei sacchi non ne aveva, o così sembrava. Avevano parlato di loro, cercando di analizzare cosa gli stava succedendo, cos’era quella febbre, quell’agitazione. 
«Voglia», aveva detto lui. 
«Ah, ma non solo». 
«Allora non lo so». 
«Tu non sai mai niente e poi viene fuori che sai tutto... sono solo attimi, sprazzi, Umberto, un giorno te li ricorderai confusi, vaghi, qualcosa di bello che non saprai dire cos’era». 
«Non lo so nemmeno ora». 
«Oh, sì che lo sai, sono attimi d’oro con cui ti farai una corona da re». 
Tornati in albergo lui le aveva parlato a lungo, in un sussurro, appoggiandole le labbra a un orecchio, dopo averla spogliata piano, pianissimo, come se fosse un cristallo che poteva scheggiarsi da un momento all’altro. Lei poi era diventata violenta, frenetica, il suo piacere glielo aveva quasi urlato. Erano stanchi, svuotati. 
«Sono pazza di te». 
Lui non aveva saputo cosa dire, travolto e tramortito dalla sensazione che non ci fossero vie possibili, strade praticabili, se non farsi quella corona di attimi e mettersela in testa, proprio come un re. (Alessandro ROBECCHI, "Follia maggiore", Sellerio, 2018)
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#SGUARDI POIETICI / Fili (Philip Larkin)

I grandi pascoli hanno recinti elettrici
perché le bestie vecchie stanno buone,
ma i manzi giovani fiutano sempre acqua più pura
da qualche parte altrove. Ciò che sta oltre i fili

li manda a massacrarsi contro i fili,
contro la scossa che gli strappa i muscoli.
I manzi giovani invecchiano da quel giorno
barriere elettriche ai loro sensi immensi.

*** Philip LARKIN, 1922-1985, scrittore, poeta, critico britannico, Fili, traduzione di Claudio Giunta e Gianluigi Simonetti, in 'le parole e le cose', 31 luglio 2016, qui
https://it.wikipedia.org/wiki/Philip_Larkin


Testo originale (Wires)
The widest prairies have electric fences,
For though old cattle know they must not stray
Young steers are always scenting purer water
Not here but anywhere. Beyond the wires

Leads them to blunder up against the wires
Whose muscle-shredding violence gives no quarter.
Young steers become old cattle from that day,
Electric limits to their widest senses.

#MOSQUITO / Non siamo moralmente superiori (Timothy Snyder)

Forse immaginiamo che in una futura catastrofe noi faremmo la parte dei salvatori. Ma se gli Stati venissero distrutti, le istituzioni locali sprofondassero nella corruzione e l’omicidio incentivato economicamente, pochi di noi si comporterebbero bene. Non ci sono molte ragioni per pensare che siamo moralmente superiori rispetto agli europei degli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, o che siamo meno vulnerabili al genere di idee tanto efficacemente propagandate e attuate da Hitler.

*** Timothy SNYDER, 1969, storico e saggista statunitense, Black Earth. The Holocaust as History and Warning, The Bodley Head, London 2015, p. 320, citato da Zygmunt Bauman, Retrotopia, Editori Laterza, 2017 
https://en.wikipedia.org/wiki/Timothy_D._Snyder



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#EX LIBRIS / Solitudine, un'inquilina discreta (Ilaria Tuti)

Si chiuse la porta di casa alle spalle, si liberò della borsa a tracolla e calciò le scarpe. Il tepore del legno sotto i piedi le ricordò che erano le cose semplici a dare sollievo all’anima, come quando da bambina correva scalza nelle vigne, d’estate, sollevando polvere e risate. Poteva ancora sentire il profumo minerale della terra arrostita dal sole, delle pietre saline, l’aspro dei tralci verdi e il dolce delle acacie in fiore. Il sudore, l’amaro dei fiori di dente di leone, le gocce di vino sulle labbra, rubate al bicchiere del nonno. La sostanza della felicità. 
Tempi immobili nella sua mente, che echeggiavano con forza nella quiete della casa, un silenzio intatto da quando lo aveva lasciato ore prima. La solitudine era una coinquilina discreta, che non invadeva mai gli spazi e lasciava tutto com’era. Non aveva odore, né colore. Era un’assenza, un’entità che si definiva per contrapposizione, come il vuoto, ma esisteva: era lei a far tremare la tazza di infuso tra le mani di Teresa, certe notti, quando il sonno non voleva saperne di portare sollievo. Quel tintinnio si allargava nelle stanze senza incontrare nessun altro corpo tiepido. La solitudine avvolgeva Teresa come un abito troppo stretto, un corsetto d’altri tempi, che in pubblico faceva raddrizzare la schiena ma nell’intimo rubava il respiro. 
Aveva imparato a curarla come faceva un antidoto con il veleno: la assorbiva a piccole dosi, ogni giorno. Non si sottraeva, non cercava diversivi: restava ferma e si faceva mordere. Così l’anima aveva imparato a produrre gli anticorpi e aveva smesso di morirne.

*** Ilaria TUTI, scrittrice, Fiori sopra l'inferno, Longanesi, 2018


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#VIDEO / I manipolatori (Roberto Ruga)


Roberto RUGA
psicologo e psicoterapeuta
you tube, Roberto Ruga, 27 dicembre 2017
I manipolatori
La manipolazione nei suoi vari aspetti psicologici. 
Le teorie di Freud, Jung e altri psicoanalisti. 
(video 27min55)

dalla presentazione del video:
«Oggi si parla tanto di manipolatori, di vampiri energetici, di narcisismo, però, ad essere più precisi, manipolare significa falsificare e quindi INGANNARE. 
Ma perché i manipolatori avrebbero questa esigenza di ingannare? 
Beh, questa loro esigenza nasce dal bisogno di controllare la relazione perché la percepiscono come pericolosa, vorrebbero avere potere totale sull’altro, perché ciò che si controlla non può nuocere. 
Da dove nasce questa esigenza? Iniziamo a dire che spesso riscontriamo nei manipolatori un TRATTO NARCISISTICO presente in una struttura di personalità che può essere sia nevrotica che psicotica oppure al confine cioè borderline. 
La manipolazione quindi può assumere sfumature diverse a seconda della gravità, ma possiamo dire che il manipolatore ha la tendenza ad essere un PREDATORE, è un collezionista di rapporti, che gestiscono anche contemporaneamente, creando profili falsi e mascherando la loro reale identità.
Perché lo fanno? Lo fanno per compensare il loro debolezza che è nata da un rapporto genitoriale carente. Da questa carenza che ha il manipolatore narcisista si sviluppa l’esigenza di far sentire la vittima nello stesso modo in cui si è sentito a sua volta il bambino abbandonato, ma prima di arrivare a questo finale, il manipolatore fa sentire l’altro come la persona più fortunata di questo mondo; gli fa toccare il cielo con un dito, lo fa volare così in alto che gli sembrerà di essere finito dentro una favola. Gli fa provare quelle stesse emozioni che lui un tempo anelava nel rapporto con la madre, questo in realtà è un desiderio che lo ha riguardato personalmente. Avrebbe voluto amore e invece ha ottenuto freddezza, avrebbe voluto sogni, calore, euforia e invece quella euforia che non ha ottenuto un tempo, ora, la costruisce falsamente, la recita, la mette in scena per sedurre. Ecco il meccanismo perverso.
Ma essendo appunto una messa in scena, la verità prima o poi emerge e così il narcisista si stanca, si svuota, non riesce ad essere coerente e costante. Cosa succede a questo punto? Che tutto si rivolta contro la coppia, e le debolezze, le vulnerabilità diventano accuse che feriscono e colpevolizzano la preda, facendola sentire insicura, ma questa è la stessa insicurezza che il predatore narcisista si porta dentro da sempre.
Non a caso accade che la vittima si senta una persona inadeguata, non degna, che vive nel dubbio di essere tradita. Quella stessa ansia del bambino di un tempo che attende la madre che non c’è e che non accudisce il suo neonato, quella stessa ansia ora la possiede la vittima, che viene indotta a credere di aver sbagliato qualcosa, che si sente in colpa, sbagliata, che inizierà a frugare nelle tasche del suo carnefice e sarà perennemente in attesa di un suo messaggio o una chiamata, controllando ossessivamente gli accessi su Facebook, WhatsApp …etc
La vittima diventa colpevole e responsabile di tutto il male che c’è nel rapporto stesso. Ma da dove viene quel male? E’ un fantasma che sorge quando il neonato fa i conti con l’assenza della madre che diventa automaticamente nella sua mente ancora poco strutturata, una presenza negativa: l’assenza diventa presenza del male, diventa orrore. Ecco che il predatore porterà via, strapperà via tutto ciò che non ha potuto avere a suo tempo dalla madre: valori morali, positività, stabilità, affetti, amore, gioia di vivere, rispetto, fiducia nel prossimo… se ne vuole impossessare sadicamente e avidamente e lo fa attraverso la distruttività. Diventa fagocitante e divorante rispetto alla mancanza perché non la ha elaborata.
Cosa resta al posto di ciò che manca? Resta la sofferenza, la negatività, il cinismo, la rabbia, fino alla voglia di morire, che è anche voglia di uccidere. Ma questa voglia di morire che prova adesso la vittima è la stessa che ha divorato il bambino poco amato. Senza amore quel bambino si è sentito svuotato, mai riempito, prosciugato, come un oggetto vecchio, rotto e inutile che sta per essere sostituito. Ma poi la madre, finalmente fa la sua momentanea presenza e una piccola pulsazione di vita compare. E così, tutto si capovolge nella mente del bambino e in quella della preda. Ma, quando le cose cambiano così improvvisamente e senza un apparente senso o senza una giustificazione, allora il linguaggio stesso viene minato nelle sue fondamenta, perché le parole esistono per spiegano le cose, ma se il mondo è assurdo ciò vuol dire che non ci sono parole per comprenderlo, le parole suonano false, non valgono più niente perché possono essere capovolte: si può dire tutto e il contrario di tutto. Ecco il male gratuito e perverso, senza senso.
Perché tutto questo?»

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giovedì 11 gennaio 2018

#SCRITTE / Ingresso riservato

(dal web, qui)

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#FUMETTI / Ehi, Abramo (Cyanide and Happiness)

CYANIDE AND HAPPINESS
via facebook, qui

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#SPOT / Cervello e cuore (Henn Kim)

Henn KIM
artista coreana
Sense and Sensibility


Vedi articolo di Eleonora Giovinazzo, Le vignette di Henn Kim dimostrano che per guarire dal mal d'amore bisogna rimboccarsi le maniche, 'HuffPost', 26 marzo 2017, qui

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#ARTE / Sculture bizzarre (Camionista, Lambrusco, Borsa di una donna)

Il camionista
Andrea CAPUCCI
Borgo Panigale
da Nicolò Di Leo, 
I 10 monumenti più bizzarri d'Italia
'Corriere della Sera', 24 maggio 2017, qui

° ° °

Il lambrusco
Erio CARNEVALI
Modena
da Nicolò Di Leo, 
I 10 monumenti più bizzarri d'Italia
'Corriere della Sera', 24 maggio 2017, qui

° ° °

Monumento alla Borsa di una donna
Scultura di autore non identificato
presentata per la prima volta in Italia 
in una mostra intitolata "Pensieri. Spazio. Un dialogo tra natura e immaginazione"


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#SGUARDI POIETICI / Cade la neve (Ada Negri)

Sui campi e sulle strade
silenziosa e lieve
volteggiando, la neve
cade.

Danza la falda bianca
nell’ampio ciel scherzosa,
poi sul terren si posa,
stanca.

In mille immote forme
sui tetti e sui camini
sui cippi e sui giardini,
dorme.

Tutto d’intorno è pace,
chiuso in un oblìo profondo,
indifferente il mondo
tace.

 *** Ada NEGRI, 1870-1945, poetessa e scrittrice, Cade la neve, da Poesie, Mondadori, 1948, segnalata in 'internopoesia', 5 gennaio 2018, qui
https://it.wikipedia.org/wiki/Ada_Negri


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#MOSQUITO / La violenza 'autotelica', insensata (Zygmunt Bauman)

La morbosa forza d’attrazione esercitata dalla violenza sta nell’offrire un temporaneo sollievo al proprio umiliante senso d’inferiorità (debolezza, sventura, indolenza, irrilevanza): il tipo di sollievo suggerito da Esopo duemila anni fa attraverso l’allegoria della lepre, perennemente impaurita, sempre in fuga da animali più grandi e più forti, che finalmente si sente rassicurata e confortata accorgendosi che, al primo segnale del suo arrivo, la rana è stata colta dal panico ed è corsa a nascondersi. 
La violenza autotelica sarà anche una «valvola di sicurezza» che alleggerisce la pressione, ma può fare poco o niente per impedire che il vapore torni ad addensarsi fino a raggiungere il livello critico di pressione capace di provocare un’esplosione. È facile farsi valere con chi è più debole e sprovveduto, e questa facilità è un vantaggio, ma al tempo stesso un limite, in quanto nega all’autore del gesto la gratificazione di «un lavoro ben fatto», l’attestato della sua superiorità di capacità e poteri, e con ciò la riconquista dell’autostima, del rispetto di sé, della fiducia in sé stessi. Da questo punto di vista, la violenza autotelica è anche una violenza insensata; e la cosa peggiore di tutte è che tende a esserlo – dolorosamente e disonorevolmente – per chi la commette. Ciò che perde in qualità, cerca di recuperarlo in quantità. La violenza priva di senso tende ad autopropagarsi e autoamplificarsi. 
Approfittare del proprio potere per aggredire e distruggere qualcuno palesemente più debole è una specie di umile e meschino surrogato di un «vero test» della capacità, del valore e del coraggio, e soprattutto della statura e dell’importanza dell’aggressore. Perché l’atto di violenza assurga o almeno si avvicini a quel genere di test, chi lo compie ha bisogno di un avversario potente da sfidare, colpire e sconfiggere: più potente è, meglio è. Per l’autodenigrazione provocata dal senso di umiliazione, opporsi alla malvagità islamica e ricacciare indietro l’invasione musulmana che minaccia di distruggere «tutto ciò che ci è caro e in cui crediamo» è una cura molto più efficace che dar fuoco alla bancarella di un immigrato pakistano.

*** Zygmunt BAUMAN, 1925-2017, sociologo polacco, docente emerito all’università di Leeds, Retrotopia, traduzione di Marco Cupellaro, Editori Laterza, 2017
https://it.wikipedia.org/wiki/Zygmunt_Bauman


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#VIDEO / Finlandia, il pane fatto con farina di insetti (reptv)


Finlandia, il pane fatto con farina di insetti
reptv, 27 novembre 2017
video 1min39



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#SENZA_TAGLI / Iperconnessi, responsabilizziamoci (Bruno Mastroianni)

Ben venga lo stare col fiato sul collo delle multinazionali tech come Apple e Facebook perché prendano precauzioni contro gli eccessi degli smartphone.

Ben venga chiedere regole per una tecnologia il più possibile equa e non manipolatoria.

Ben venga l’ideazione di strumenti che permettano ai genitori di evitare la dipendenza dei figli dalla connessione.

Però, c’è un però. Occhio perché a questa ondata di responsabilizzazione verso l’alto (“ci devono pensare le industrie tecnologiche”) può corrispondere una deresponsabilizzazione verso il basso.

Scuole, famiglie, altre agenzie di socializzazione potrebbero sentirsi dispensate da ciò che invece sta a loro ed è urgente fare: azioni educative e culturali per una vita online proficua, produttiva, degna, sostenibile.

Delegare alle multinazionali (o al legislatore) le sfide dell’umanità iperconnessa, è solo una grande rinuncia. Occorrerebbe piuttosto che, di pari passo con il fiato sul collo sui grandi “in alto”, ci sia anche un’immissione di ossigeno in basso, che dia respiro in casa, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, per aiutare a dare significato e senso alla vita connessa, che è ormai la nostra vita quotidiana. Non basta spegnere o ridurre “perché fa male”, bisogna anche costruire percorsi “per fare bene” con consapevolezza sulle possibilità della connessione.

Non bastano i provvedimenti tecnici, i filtri, gli automatismi (che comunque ci vogliono e sono la base), qui c’è da occuparsi anzitutto del “fattore umano” nella vita immersa nella tecnologia.

Tutti a più riprese abbiamo ricevuto il messaggio “Di’ a tutti i contatti di Messenger che il XY è un hacker...”. Ebbene ci vuole più tempo a inoltrare il messaggio fasullo che a copiare e incollarlo su Google per controllare se è vero. La domanda da farsi è: se c’è la possiblità facile e immediata di verificare, perché molti continuano a inoltrarlo senza cercare riscontri?

Non sarà mai uno strumento tecnico, un’app o un algoritmo da solo a correggere la tendenza umana alla creduloneria e alla pigrizia intellettuale. È una questione di uso della libertà, una cosa davvero complessa che non si risolve in modo tecnico.

Per quella ci vogliono genitori, insegnanti, educatori, uomini di cultura, comunicatori, divulgatori scientifici, giornalisti, ognuno che faccia il suo lavoro dal suo posto. L’importante è che quel posto lo ricopra per dare le sue proprie risposte nel nuovo scenario iperconnesso e non si limiti a dire che ci deve pensare qualcun altro.

*** Bruno MASTROIANNI, filosofo, esperto di comunicazione, 'facebook', 9 gennaio 2018, qui


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mercoledì 10 gennaio 2018

#SPOT / Attento a chi aiuti

(dal web, autore non identificato)
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#QUADRI / Émile Vernon, Emilio Longoni, Giuseppe Pellizza da Volpedo

Émile VERNON, 1872-1920
pittore francese
(via pinterest)

° ° °

Emilio LONGONI, 1839-1932
pittore
(via pinterest)

° ° °

Giuseppe PELLIZZA DA VOLPEDO, 1868-1907
pittore
(via pinterest)

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#PROVERBI / Nemici, dentro e fuori (proverbio africano)

(dal web)

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#SPILLI / Scegliere tra disonesti, se non si vuole usare la torre (M. Ferrario)

Tra uno spudoratamente falso che non fa nulla per nascondere la sua falsità e uno vergognosamente falso che cerca in ogni modo di apparire sincero e in buona fede non scelgo nessuno. 
E butto dalla torre entrambi. 
Dall’altezza più alta possibile.

Confesso però che il mio disprezzo, se possibile ancora più profondo, tenderebbe ad andare al secondo.
Da certi dati empirici che sembrano confermarsi ogni giorno credo di essere in buona compagnia.
E questo spiega perché, almeno in Italia, alcuni personaggi politici, distintisi per macroscopico fallimento nei risultati promessi e incredibile inverecondia dei comportamenti pubblicamente tenuti, vengano fatti risorgere a nuova vita, mentre altri, che vendevano rottamazione e 'cambiaverso' in direzione di un nuovo Paradiso di cui solo loro sarebbero stati unici artefici, continuino miseramente ad affondare tra il godimento soddisfatto dei milioni che si sono ritirati a guardare come finirà la partita.

Se resta ingiustificabile, a parere mio, non usare la torre per fare sfracellare al suolo entrambe le insopportabili tipologie di disonesti, in qualche modo si comprende perché venga alla fine preferita una onesta e non nascosta falsità ad una onestà lampantemente finta, che trasuda furbizia e malafede da ogni poro della pelle.
Insomma: il disonesto rozzamente trasparente risulta più accattivante di un disonesto studiatamente travestito da onesto. 
Per l'ovvia ragione che se ambedue ti prendono per i fondelli il secondo lo fa in modo ancora più subdolo del primo.

*** Massimo Ferrario, Scegliere tra disonesti, se non si vuole usare la torre, per Mixtura


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#SGUARDI POIETICI / Consigli a me stessa quando piove (Alessandra Racca)

Dormi in silenzio

Non fare rumore quando non ci sei
Coltìvati
ma non covare pietre

i mattoni servono per costruire ponti
i giorni per tessere
il mattino per ricominciare
la carne è pesante per ancorare all’amore

Piangi, lasciati piovere, lasciati stare
Riposa, lasciati vegliare
Brinda, ci sono notti da ubriacare

Se le tue mani ti sembrano opache
dipingi le unghie di rosso

Ricorda che per sopravvivere bisogna disobbedire

Porta con te un ombrello a colori
se non puoi vincerla, sfoggia la malinconia.

*** Alessandra RACCA, poetessa, Consigli a me stessa quando piove, da Posie antirughe, Neo edizioni, 2016

 

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#MOSQUITO / Fascismo e comunismo, i fini sono diversi (Albert Camus)

Non è giusto identificare i fini del fascismo e quelli del comunismo russo. Il primo rappresenta l’esaltazione del carnefice da parte del carnefice stesso. Il secondo, più drammatico, l’esaltazione del carnefice da parte delle vittime. Il primo non ha mai sognato di liberare interamente l’uomo, ma soltanto di liberarne alcuni soggiogando gli altri. Il secondo, nel suo principio più profondo, mira a liberare tutti gli uomini asservendoli tutti, provvisoriamente. Bisogna riconoscergli la grandezza dell’intenzione.

*** Albert CAMUS, 1913-1960, scrittore, drammaturgo, saggista, filosofo francese, premio Nobel per la letteratura nel 1957, L'uomo in rivolta, 1951, Bompiani


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