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venerdì 11 agosto 2017

#MOSQUITO / Tristezza, ha un senso (Christina Berndt)

Oggigiorno chiunque si senta triste di tanto in tanto si dichiara subito sull’orlo della depressione. In realtà la scontentezza, l’infelicità o la tristezza momentanee non hanno niente a che fare con quella che è una vera depressione clinica, che porta a vedere tutto nero e a cancellare ogni speranza. Al contrario, passeggeri momenti di malinconia portano con sé una quantità di emozioni più intense, che non vanno trascurate: chi è malinconico è sensibile al mondo, lo vive e avverte con ogni organo di senso, riflette sulla vita e lavora su se stesso. Cerca di ampliare la propria anima e capacità di percezione. Diversamente da quanto accade nella vera depressione, nella malinconia non c’è proprio niente da guarire. Può fare molto bene lasciarsi andare a essa e concedersi di tanto in tanto un po’ di tempo per essere tristi. Anche la tristezza, quindi, ha un senso. E ce l’ha non solo per permettere di sperimentare la vita in tutta la sua ricchezza. “Don’t Worry, Be Sad!” è il provocatorio titolo con il quale lo psicologo Joseph Forgas dell’Università del Nuovo Galles del Sud di Sydney riassume la ricerca attualmente in corso sulla tristezza. “Il mondo odierno si concentra unicamente sui vantaggi del benessere,” scrive il docente di Psicologia in un discorso a difesa della malinconia. Al contrario, l’umore abbattuto, la “disforia”, non solo è parte della vita quotidiana di ciascuno, ma è anche di per sé di fondamentale importanza.

*** Christina BERNDT, 1969, giornalista e saggista tedesca, La scienza della contentezza. Come raggiungerla e perché conviene più della felicità, Feltrinelli, 2017


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domenica 21 agosto 2016

venerdì 18 settembre 2015

#SENZA_TAGLI / Tristezza, elogio (Massimo Gramellini)

«Inside Out», il nuovo cartone animato della Pixar ambientato dentro il cervello di una ragazzina di undici anni, è un’opera geniale e coraggiosa. Ci vuole genio per trasformare le emozioni umane nei personaggi di una storia. E ci vuole coraggio per rivendicare, tra queste emozioni, il ruolo fondamentale della tristezza, raffigurata come una bambina occhialuta, goffa e blu: il colore dello spirito. Per buona parte del film la tristezza si accompagna alla gioia come un intralcio, una ganascia conficcata nelle ruote dell’ottimismo e della felicità. Ma alla fine la sua importanza verrà riconosciuta.

Non così nella vita vera, dove la tristezza è stata espulsa da qualsiasi discorso pubblico e privato. Trattata come un segnale di debolezza, una forma di sabotaggio. Lo sforzo quotidiano di un genitore consiste nell’allontanare dal figlio il fantasma della tristezza, quasi fosse una condanna a morte anziché un’occasione di vita. Ma un po’ tutti ne hanno paura e fastidio, a cominciare dagli imbonitori della politica che ci vorrebbero pervasi da un entusiasmo ilare e beota.

Per il pensiero dominante la tristezza non consuma e non comunica, si nutre di astinenze e di silenzi, è antieconomica e dannosa. Occorreva un cartone animato per ricordarci che un uomo incapace di accogliere la tristezza è un automa. Non solo perché la gioia senza tristezza perde significato, come la luce senza il buio. È che la tristezza sa aprire squarci che permettono di guardarsi dentro da una prospettiva nuova. Rende consapevoli. Dunque umani.

*** Massimo GRAMELLINI, giornalista e scrittore, Elogio della tristezza, rubrica 'buongiorno', 'La Stampa', 16 settembre 2015

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