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lunedì 21 novembre 2016

#LINK / Svezia, si prepara a dotarsi di una propria moneta virtuale (Andrea Tarquini)

Primo paese al mondo, la Svezia potrebbe dotarsi di una e-currency, cioè di una valuta virtuale, coperta garantita e gestita dalla Riksbank, la sua banca centrale. Lo ha detto Cecilia Skingsley, numero due dell'istituto d'emissione del regno, accennando a piani concreti. Sarebbe una rivoluzione nel mondo finanziario internazionale: esistono già i Bitcoin, o le monete locali autonome come quella di Barcellona. Ma ben altro sarebbe l'introduzione sui mercati di una e-currency garantita da una banca centrale. (...)

*** Andrea TARQUINI, giornalista, La Svezia si prepara a dotarsi di una propria moneta virtuale, 'repubblica.it', 20 novembre 2016

LINK articolo integrale qui

martedì 9 agosto 2016

#LINK / Svezia, l'uomo non serve a niente (Marco Dotti)

Era il paradiso del welfare, la meta di ogni sogno di liberazione. Che cosa è successo alla Svezia? Nel suo ultimo documentario, l'autore di Videocracy Erik Gandini racconta un Paese in cui le persone vivono isolate, sempre più donne single scelgono la fecondazione artificiale e molti anziani muoiono da soli, dimenticati da tutti. E con 80 euro vi spediscono anche il kit per la fecondazione artificiale a domicilio.

«Nell'inverno del '72, un gruppo di politici ebbe una visione rivoluzionaria del futuro. Era giunto il momento di liberare le donne dagli uomini, gli anziani dai figli, gli adolescenti dai genitori». Venne scritto anche un manifesto, La famiglia del futuro. A volerlo, fu la sezione femminile del partito socialdemocratico allora guidato dal primo ministro Olof Palme.

Che cosa prevedeva il documento? Ce lo spiega Erik Gandini, regista bergamasco autore di Videocracy, che in Svezia vive e lavora. Lo spiega in un documentario importante, di cui si è parlato poco o, comunque, non abbastanza in Italia: La teoria svedese dell'amore. (...)

*** Marco DOTTI, giornalista, A cosa serve l'uomo? In Svezia non serve a niente, 'vita.it', 5 agosto 2016

LINK articolo integrale qui
LINK video di Erik Gandini qui

giovedì 5 maggio 2016

#SENZA_TAGLI / Svezia, sola col pugno chiuso contro 300 nazisti

Un gesto coraggioso immortalato da un fotografo. Con il pugno chiuso e alzato una donna di colore ha sfidato domenica scorsa 300 neonazisti svedesi scesi in piazza a Borlänge a nord-ovest di Stoccolma, in occasione della giornata internazionale dei lavoratori.

Stando a quanto riferiscono i media internazionali, la donna, Tess Asplund, di 42 anni ha issato il pugno muovendosi in direzione contraria al flusso dei manifestanti di estrema destra 'Nordiska motståndsrörelsen' (Movimento di resistenza nordica) con l'intento di "fermare il corteo". 
Un gesto forte e silenzioso con un messaggio preciso: protestare pacificamente contro il razzismo.

La militante è stata ripresa in un video ed in alcune fotografie poi condivise migliaia di volte sul web, tanto da diventare virali. 
"Non ho avuto paura di loro", ha raccontato la militante, dicendosi poi sorpresa per le reazioni al suo gesto e rivelando di avere già agito allo stesso modo in altre occasioni.

*** repubblica.it, Tess Asplund affronta 300 nazisti con il pugno chiuso: la foto simbolo scattata in Svezia, 'L'Huffington Post', 5 maggio 2016, qui

lunedì 2 maggio 2016

#SENZA_TAGLI / 'Fika', in Svezia (Elisabetta Intini)

La parola, ce ne rendiamo conto, si presta a facili ironie. Ma non è come sembra: in Svezia, la fika è una tradizione consolidata, un ingrediente sacrosanto per ridurre lo stress da lavoro. Il termine - sgombriamo il campo dagli equivoci - è sia un nome, sia un verbo e deriva dalla parola svedese kaffe (caffè): la fika è una specie di pausa caffè, che però c'entra poco con il classico break al bar o davanti alla macchinetta.

Parola d'ordine: riposare -  Non è una scusa per una riunione, né un pretesto per trangugiare un espresso (o un beverone di Starbucks, come fanno negli USA) al computer o sotto il neon del distributore automatico; ma una pausa che si prende più volte al giorno, e in ogni caso attorno alle 10:00 e alle 15:00, per sorseggiare un caffè, un tè o un'altra bevanda calda in compagnia dei colleghi, preferibilmente davanti a un dolce e staccando completamente dal lavoro.

Ripartire con sprint - Una perdita di tempo? Non proprio: secondo Viveka Adelsward, professoressa della Linkoping University (Svezia) ed esperta di consuetudini sociali di questo paese, la fika aumenta la produttività: queste occasioni di scambio e socializzazione incrementano l'efficienza sul lavoro, tanto che molte aziende svedesi le hanno rese obbligatorie.

Ossigeno al cervello -  E non è solo per il caffè, di cui la Svezia è il terzo consumatore mondiale (il primo è la Finlandia, mentre l'Italia è solo 12esimo posto); a creare le premesse per una pausa produttiva è la caduta temporanea - davanti a uno snack calorico - delle gerarchie sociali, che rende i lavoratori svedesi tra i meno stressati al mondo. Si scambiano informazioni, si appianano conflitti, si toglie "la ruggine" dal cervello e si promuove la creatività. Persino sul sito di IKEA si legge che alcune delle migliori idee e decisioni avvengono durante la fika.

Non solo in Svezia - I benefici della fika sono talmente evidenti che diversi imprenditori svedesi stanno cercando di esportare questa consuetudine anche in nazioni più stressate. Se funzionasse, ne trarremmo vantaggi tutti: statistiche alla mano, solo l'1% dei lavoratori svedesi rimane in ufficio oltre l'orario di lavoro; e nel paese che sta sperimentando l'orario lavorativo di sei ore giornaliere, lo stipendio medio procapite e la soddisfazione generale della vita rimangono alti rispetto alla media.

*** Elisabetta INTINI, Il segreto per lavorare felici? La "fika", 15 marzo 2016, 'focus.it', qui


In Mixtura 1 altro contributo di Elisabetta Intini qui 

giovedì 4 febbraio 2016

#SENZA_TAGLI / Svezia, 6 ore di lavoro al giorno? (Agostina Delli Compagni)

Lavorare meno può renderci più produttivi o più stressati? Lo scorso anno la Svezia si è messa alla prova attraverso due progetti, nella città di Göteborg, della durata di dodici mesi. L’esperimento prevedeva un orario di sei ore lavorative al giorno ed ha coinvolto il personale di un ospedale e di una casa di cura. Tredici anni fa i centri Toyota di Göteborg hanno avuto la stessa idea. Ed è tuttora prassi per la multinazionale giapponese. Adesso si attende solo che il progetto sia ufficializzato attraverso una legge ad hoc.

Il motivo dell’esperimento è semplice: ridurre la giornata lavorativa di molti al fine di migliorare il rapporto tra lavoro e vita privata e rendere i lavoratori più produttivi. Certo, le scadenze devono essere smaltite in un lasso di tempo più ristretto. Ma gli effetti positivi non sono pochi. I centri Toyota di Göteborg hanno riscontrato, nel corso degli ultimi anni, un personale più felice, un turnover basso e un aumento dei profitti aziendali.

Stesso discorso per l’ospedale e la casa di cura.

Le persone hanno dichiarato che la loro vita privata è qualitativamente migliorata e sono più produttivi nel loro impiego. Certo, non è l’unico motivo per cui in Svezia la qualità della vita non è un grande dilemma. Tra i molteplici diritti, gli svedesi hanno venticinque giorni di vacanze l’anno e i genitori hanno diritto a 480 giorni di congedo che possono essere condivisi all’interno della coppia dopo la nascita o l’adozione di un bambino.

Il tempo non è naturalmente l’unico fattore a incidere sulla nostra vita professionale. Secondo un rapporto del Chartered Institute of Personnel and Development (CIPD), la vera questione è la qualità e non la quantità. Se un datore di lavoro chiede delle performance brillanti ai propri impiegati, deve anche investire sulla loro formazione e fornire gli strumenti per svolgere al meglio la propria mansione. Un cambiamento che parte da un concetto altrettanto importante: la cultura del lavoro.

*** Agostina DELLI COMPAGNI, giornalista, È un test a Göteborg e sta dando ottimi risultati a livello di benessere e produttività, 'wired', 2 febbraio 2016, qui

sabato 22 agosto 2015

#SENZA_TAGLI / Violenze contro i maschi, in Svezia la prima clinica (Daniele Castellani Perelli)

Donne (e uomini) che odiano gli uomini. Nella Scandinavia della parità sessuale, apre la prima clinica di emergenza per vittime maschili di stupri. 
Succede in Svezia, a Stoccolma, al South General Hospital, che a ottobre inaugurerà una sezione maschile del suo centro dedicato a chi abbia subito violenze sessuali, e mette a disposizione 24 ore su 24 dottori, infermieri, psicologi e assistenti sociali.
Lo scorso anno in Svezia si sono registrati 370 attacchi di questo tipo nei confronti di uomini, ma molti ritengono che il numero reale delle vittime possa aggirarsi attorno alle 3-4mila, visto che secondo la polizia solo il 10-20% di questi reati vengono denunciati. 
«La percezione generale è che i maschi non possano essere stuprati» dice la dottoressa Lotti Helstrom, responsabile della clinica, secondo cui il tema «rimane estremamente tabù». 
Nell'immaginario comune un maschio non può essere violentato, tant'è che soltanto nel 2012 l'Fbi ha cambiato la sua definizione di stupro includendo tra le potenziali vittime anche gli uomini. Dunque molti si vergognano a denunciare l'abuso subito, rendendo ancor più grave l'impatto psicologico della violenza.
Oggi però la sensibilità verso il problema è in crescita, e non solo in Svezia. 
Negli Stati Uniti un recente studio ha stabilito che, nel 46% dei casi, sono state delle donne a violentare gli uomini. 
In Gran Bretagna la polizia segnala che negli ultimi due anni i casi sono aumentati del 120%. 
Nel 2014, solo in Inghilterra e nel Galles, si sono registrate 38.134 violenze sessuali contro donne e 3.580 contro uomini. 
Secondo la ong Survivors Uk, però, se la percentuale di episodi denunciati è, per le donne, del 10-12%, per i maschi si ferma al 2-3%.

*** Daniele CASTELLANI PERELLI, La prima clinica per violenze sessuali (contro i maschi), 'Il Venerdì', 31 luglio 2015

LINK
Sull'argomento, un'intervista allo psichiatra Vittorino ANDREOLI (Lettera43.it, 15 novembre 2012), qui

lunedì 27 luglio 2015

#RITAGLI / Genere, in Svezia (Raffaele Oriani)

(...) Che in Svezia il politicamente corretto sia preso estremamente sul serio lo dimostra anche l'agenzia statale Vinnova, dedicata al sostegno dell'innovazione in uno dei Paesi più innovativi del mondo. Nell'ultimo anno il programma Gender&DiversityforInnovation ha finanziato 42 progetti di attacco frontale ai ruoli di genere consolidati: «C'è chi ha ideato una sedia andrologica per sensibilizzare gli uomini sul trauma che le donne subiscono a ogni visita dal ginecologo» ci spiega la responsabile Sophia Ivarsson. «Oppure chi ha lanciato sul mercato una gonna di pelle con tanto di tasche porta-attrezzi per artigiani che vogliano lavorare al fresco». Si può sorridere di tanto zelo. Ma la via nordica all'ideologia prevede che un minuto pragmatismo metta alla prova anche le prese di posizione più radicali. E che nessuno si scomponga per gli effetti a volte surreali dell'incontro tra principi e realtà: è il caso dello scienziato che si è rivolto al Difensore civico nazionale perché ingiustamente discriminato dai fondi per la ricerca femminile; o della festa di Santa Lucia che in tutta la Svezia illumina la notte del 13 dicembre con la coroncina di candele della più brava e la più bionda del paese. Da qualche anno le processioni non si fanno più in chiesa ma a scuola, per scrupolo verso i non cristiani. E dal 2014 Santa Lucia può essere anche un santo, per rispetto dei tanti maschietti che ambivano a indossarne la corona.
Paradossi, certo. Eppure è presto per dire che la rivoluzione di genere ha cominciato a divorare le sue figlie. Anche perché nell'aprile di quest'anno la riscossa femminile ha messo a segno un altro colpo epocale. Nella sua decennale revisione del vocabolario ufficiale della nazione, l'Accademia di Svezia ha infatti accolto un nuovo pronome: né lui (han), né lei (hon}, ma l'altro (hen). Quando 3 anni fa la piccola casa editrice Olika lanciò il neologismo con il libro per bambini Kivi e il cane-mostro sembrava una bizzarria: «In svedese se non si conosce il genere della persona o dell'animale di cui si parla si è sempre usato il maschile» spiega la direttrice editoriale Karin Saimson. «Come Olika siamo da anni impegnate per l'uguaglianza sociale e di genere, e questa disparità ci sembrava ingiusta». Con l'autore Jesper Lundqvist hanno quindi pubblicato una storia su un bambino che non si sa se sia bimbo o bimba. Sarà che gli svedesi leggono molto, o che ci tengono molto ai più piccoli, ma da subito un Paese intero ha cominciato a dibattere sul nuovo pronome, né maschio né femmina. E sorprendentemente nessuno ha sollevato obiezioni: «Ormai la lingua scritta lo ha accettato» dice Karin. «E per il parlato è solo questione di tempo». 
Cosi funziona il politicamente corretto made in Sweden: fra qualche anno non utilizzare hen sarà impensabile come una toilette maschile senza fasciatoio, una paternità senza congedo, o un programma televisivo con contorno di valletto in bikini. 
«E da voi in Italia come va?» hanno chiesto tutte le intervistate con inaspettato senso dell'umorismo.

*** Raffaele ORIANI, giornalista, estratto da Nel Regno del Politically Correct, 'Il Venerdì', 24 luglio 2015