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martedì 24 novembre 2015

#SENZA_TAGLI / Vaticano, niente di cui essere perdonati (Alessandro Gilioli)

Non so, forse sono ingenuo io.
E mi chiedo se la persona che ha scritto un'Enciclica illuminata sull'economia e l'ambiente - e che tante belle parole spende sulle ineguaglianze, sulla corruzione, sull'avidità di beni materiali - è la stessa persona che sta mandando a processo due giornalisti italiani colpevoli di aver fatto il loro mestiere. Di aver informato sulla verità.

Avanzo l'ipotesi che ci sia ancora un leggerissimo deficit di libertà, in Santa Romana Chiesa.
Tra l'altro, un deficit che un po' ha a che fare con la persistente esistenza di un pur ridotto potere secolare e territoriale: quello che sta processando Fittipaldi e Nuzzi è infatti ancora uno Stato, con le sue leggi e un suo carcere, all'interno del quale i due cronisti dovrebbero trascorrere alcuni anni, se condannati, con tanto di estradizione dall'Italia.

L'esistenza di un potere temporale della Chiesa nel 2015 è un residuo storico che ancora emette i suoi maleodoranti effetti.

Nessuno osa metterlo in discussione - per carità, poi, con questo papa così buono - ma resta una stortura fuori ogni tempo massimo; e lo dovrebbe essere prima di tutto proprio per la spiritualità dei cristiani di fede cattolica.

Poi certo, lo so che Fittipaldi e Nuzzi non attraverseranno mai la soglia di Castel Sant'Angelo. Anche in caso di condanna, il Vaticano con ogni probabilità concederebbe la grazia, il perdono.
Che tuttavia, in linea di principio, si dovrebbe tranquillamente tenere: i due cronisti non hanno infatti niente da cui essere perdonati.
Chi ama la libertà non desidera quindi alcuna concessione di perdono. Vuole invece che siano chiari alcuni princìpi, nello specifico sulla libertà di informazione. Nemmeno di opinione: proprio di informazione, in questo caso. Che anche il Papa della Chiesa dovrebbe riconoscere, se vuol essere credibile nelle altre sue battaglie.

Ci sarebbe poi anche la questione dello Stato Italiano. Che vede due suoi cittadini minacciati di condanne penali all'estero per aver esercitato un diritto sancito dalla Costituzione italiana.
Senza peraltro - almeno nel caso di Fittipaldi - aver nemmeno mai messo piede nello stato Vaticano per scrivere il libro in questione.
Siamo al ridicolo: uno Stato straniero vuole processare un cittadino italiano per un reato inesistente in Italia che il cittadino italiano avrebbe commesso nel territorio italiano.
Sarebbe come se l'Arabia Saudita processasse mia moglie perché ha guidato un'automobile sulla tangenziale di Roma, basandosi sul fatto che guidare un'automobile è vietato alle donne in Arabia Saudita.

Chiaro, l'assurdo?

A proposito: non è che forse anche lo Stato italiano una parolina in merito dovrebbe dirla, vista l'assurdità della situazione che riguarda due suoi cittadini? Magari per bocca del suo capo di governo o, meglio, dello Stato?

*** Alessandro GIGLIOLI, giornalista e saggista, Niente di cui essere perdonati, blog 'piovonorane', 23 novembre 2015, qui

#SENZA_TAGLI / Vaticano, processo alla libertà di stampa (Emiliano Fittipaldi)

Caro direttore, mentre scrivevo Avarizia, il libro-inchiesta in cui racconto gli scandali economici e i segreti finanziari del Vaticano, mai avrei immaginato che dopo la sua pubblicazione sarei finito sotto inchiesta, mandato alla sbarra e processato davanti ai giudici pontifici. Processato perché accusato di un reato che prevede una pena che va dai 4 agli 8 anni di carcere.

Secondo la dottrina cattolica l'avarizia è uno dei sette vizi capitali che allontanano l'uomo da Dio. Ero certo che aver intitolato così il volume non avrebbe fatto saltar dalla gioia le gerarchie della curia romana, le cui malefatte e il cui ambiguo rapporto con il denaro sono al centro della mia inchiesta giornalistica. Sapevo perfettamente che svelare che l'appartamento del cardinal Bertone è stato ristrutturato con i soldi della Fondazione del Bambin Gesù - ente destinato alla cura dei bambini malati - avrebbe innervosito coloro che conoscevano da anni la vicenda, e la tenevano nascosta. E prevedevo che descrivere i fondi milionari riempiti con beneficenza dei fedeli e usati per le necessità dei cardinali avrebbe messo in grave imbarazzo chi, tra prelati e monsignori, preferisce alla trasparenza invocata da Bergoglio l'antica consuetudine di lavare i panni sporchi al riparo delle mura leonine. Però speravo che il libro, invece di essere messo all'indice come ai tempi del Sant'Uffizio, provocasse anche una reazione costruttiva da parte del mondo ecclesiastico, un dibattito sulle difficoltà che papa Francesco sta incontrando nel cammino da lui intrapreso per "una Chiesa povera e per i poveri". È invece accaduto il contrario: a parte eccezioni di rilievo come quella di Nunzio Galantino ("esiste una necessità di purificazione della Chiesa anche attraverso scandali di questo tipo" ha ragionato il segretario generale della Cei) gran parte delle porpore si sono chiuse a riccio, e alla fine s'è addirittura preferito incriminare non i mercanti del tempio, ma chi li ha smascherati. Un paradosso necessario anche a distogliere l'attenzione della collettività dallo scalpore (e la vergogna) dei fatti narrati.

"La verità vi renderà liberi", dice Gesù nel Vangelo secondo Giovanni. Nel mio caso condurre il lavoro d'inchiesta, verificare con pazienza notizie da decine di fonti diverse e incrociare dati per mesi in modo da pubblicare storie vere mi ha portato a dovermi difendere da accuse gravi, e - secondo le norme della giurisprudenza italiana - illiberali.

Perché io non sono incolpato per aver diffamato qualcuno, né per aver scritto falsità: finora nemmeno un rigo di Avarizia è stato smentito. Sono stato rinviato a giudizio perché un nuovo articolo del codice penale vaticano, approvato da papa Francesco nel luglio del 2013, prevede pene severe per chiunque " riveli notizie o documenti riservati".

La giurisprudenza vaticana considera un delitto l'essenza stessa del nostro mestiere, ossia il dovere di pubblicare i fatti che il potere, qualunque forma esso prenda, vuole tenere occultati alla pubblica opinione. Non solo. Mi si accusa di aver messo a rischio " interessi vitali della Santa Sede": ma davvero le notizie sul patrimonio immobiliare vaticano (pari a 4 miliardi di euro in palazzi e appartamenti a Roma, Parigi, Londra e la Svizzera) o sui costi necessari a parenti e ordini religiosi per canonizzare un loro beniamino (fare un santo può costare anche 3-400 mila euro) mettono a repentaglio la sicurezza nazionale della Santa Sede? Ho i miei dubbi.

I giornalisti lavorano per il primario interesse dei lettori, e non è un caso che la libertà di stampa e il diritto di essere informati sia tutelato in ogni paese che si vuole democratico. In Vaticano ad oggi non esiste alcuna legge che possa essere paragonata all'articolo 21 della nostra Costituzione, né commi a difesa del diritto di cronaca, o codici deontologici che permettano al giornalista di opporre il segreto professionale a tutela delle proprie fonti. Domani inizia il dibattimento e sarò in aula. Ma questo che inizia non è un processo contro di me. È un processo alla libera stampa.

*** Emiliano FITTIPALDI, giornalista e saggista, autore di Avarizia, Feltrinelli, 2015, A processo con me c'è la libertà di stampa in Italia, 'la Repubblica', 23 novembre 2015

In Mixtura 1 altro contributo di Emiliano Fittipaldi qui

mercoledì 18 novembre 2015

#RITAGLI / Fondamentalismo, anche in Vaticano (Paolo Farinella)

(...) Parigi brucia quando non è ancora spenta l’eco di quello che il fondamentalismo ecclesiastico sta provocando in Vaticano, terrorizzato dalle timide aperture di Papa Francesco che prova a iniziare un percorso di riforme in un pachiderma bimillenario. Trova resistenze, opposizioni, minacce e ricatti perché chi dice di credere in Dio, mentre credono solo in se stessi, nel loro potere e nella convinzione, per loro certezza, che Dio – se esiste – non può che pensare come loro.

In privato costoro sono depravati, ladri, corrotti, corruttori, bugiardi, pervertiti, maniaci sessuali, senza ritegno e senza rispetto nemmeno per i bambini e le bambine, tutto si permettono, ma a condizione che tutti gli altri vivano come dicono loro. Senza coerenza non esiste etica e chi come cardinali e califfi si accreditano “maestri di morale”, vivendo nel lusso, utilizzando le offerte per i poveri e della povera gente, che sull’esempio della vedova evangelica si toglie il pane di bocca per altri poveri, sono la prova vivente che “Dio non esiste” e se esiste è certamente altrove.

Il denaro è il loro Dio supremo e se fossero musulmani sarebbero carnefici convinti dell’Isis e di chi li governa e li comanda davvero. Non vedo differenza tra cardinali, vescovi, abati, preti, frati e laici sedicenti cattolici che usano la religione per i loro sporchi comodi e i fanatici dell’Isis che vogliono stuprare l’umanità perché miscredente. Un principio hanno in comune questi pasdaran religiosi: la libertà di coscienza è un obbrobrio e il pluralismo religioso è inaccettabile. Si torna al concetto del ‘Dio territoriale’ del terzo millennio a.C. in cui il mio dio è più forte del tuo e lo dimostro ammazzando e imponendo un potere assoluto, cioè il mio.

In tutti i commenti a caldo, tranne quello di Gino Strada, non ho sentito alcun riferimento alle guerre che l’Occidente e la Francia in modo particolare hanno portato e stanno continuando a portare in Afghanistan, in Iraq, in Siria, e non da ieri, da decenni. (...)

*** Paolo FARINELLA, sacerdote, Parigi brucia mentre non è ancora spenta la fiamma del fondamentalismo in Vaticano, blog 'ilfattoquotidiano.it', 14 novembre 2015

LINK articolo integrale qui

domenica 25 ottobre 2015

#VIGNETTE / Altan, Biani, Natangelo

ALTAN
Cleptomani prestati alla politica, L'Espresso, 23 ottobre 2014

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Mauro BIANI
Famiglia rovinata, 'il manifesto', 21 ottobre 2015

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Mauro BIANI
Netanyahu e Hitler, 'il manifesto', 23 ottobre 2015

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Mauro BIANI
Vaticano, complotti e veleni, 'il manifesto', 24 ottobre 2015


Mauro BIANI
Bonus pistola, 'il manifesto', 22 ottobre 2015

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NATANGELO
Autodifesa per tutti, 'Il Fatto Quotidiano', 24 ottobre 2015