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domenica 26 novembre 2017

#SENZA_TAGLI / Femminicidio, non è un omicidio come un altro (Egidio T. Errico)

Alcuni sostengono che il "femminicidio" non esista: esiste l'omicidio, tanto di una donna, quanto di un uomo, tanto è vero che il codice punisce entrambi allo stesso modo, dunque perché questa discriminazione? Dicono.
In verità, il termine femminicidio, che magari suona pure brutto, non è un termine giuridico, ma un termine significante.
Si intende cioè, con questa espressione, un omicidio mosso contro una donna sempre e solo da parte di un uomo, per lo più il suo uomo, il cui movente è, unicamente, il fatto stesso che si tratta di una donna - e questo suona ancora più brutto del termine che lo designa.
In altre parole, "femminicidio" significa che una donna viene uccisa dal suo uomo per il sol fatto di essere una donna, di essere una donna che non ha altro torto se non quello di "fare la donna". Esistono di conseguenza omicidi di soggetti di sesso femminile che non possono essere considerati dei "femminicidi", anche se sono comunque delle donne ad essere state uccise, e questi sì che possono e devono essere considerati omicidi qualsiasi.
Il "femminicidio" invece è una donna che paga con la vita il fatto di essersi comportata con il suo uomo, semplicemente, come donna.
E' molto raro, mi sembra, che, al contrario, un uomo paghi con la sua vita il fatto di comportarsi con la sua donna come uomo, perché, in questo caso, l'unico "rischio" che un uomo corre è piuttosto quello di ricevere l'amore, e non la morte, da parte della sua donna.
Per questo il "femminicidio" non è un omicidio come un altro.

*** Egidio T. ERRICO, psicoanalista, Femminicidio, non è un omicidio come un altro, 'facebook', 25 novembre 2017, qui



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martedì 7 giugno 2016

#SENZA_TAGLI / Femminicidio, sì, è la parola giusta (Michela Murgia)

«A cosa serve chiamarlo femminicidio? La parola omicidio comprende già i morti di tutti i sessi!»
No.
La parola "femminicidio" non indica il sesso della morta.
Indica il motivo per cui è stata uccisa.
Una donna uccisa durante una rapina non è un femminicidio.
Sono femminicidi le donne uccise perché si rifiutavano di comportarsi secondo le aspettative che gli uomini hanno delle donne. 
Dire omicidio ci dice solo che qualcuno è morto.
Dire femminicidio ci dice anche il perché.

*** Michela MURGIA, scrittrice, 'facebook', 6 giugno 2016, qui


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giovedì 2 giugno 2016

#SENZA_TAGLI / Femminicidi, capire perché (Michela Murgia)

In mezzo alle grida indignate dei giustizialisti del giorno dopo, a me l'ultima cosa che interessa è sapere se verrà dato l'ergastolo all'uomo che ha ucciso Sara di Pietrantonio. 
Molto più importante mi pare capire perché di uomini come quello in Italia ce ne siano migliaia e picchino, violentino o uccidano altrettante donne ogni anno. 
Lo sappiamo che le cause sono culturali. 
Lo sappiamo che Vincenzo Paduano non è un mostro, un folle, la vittima di un raptus, ma è il frutto di una cultura che costruisce e alimenta in tutti e in tutte noi l'idea che una donna sia una cosa ("sei mia/sono sua") o una funzione ("la moglie/fidanzata/figlia/sorella/madre"), ma mai una persona dotata di autonomia. 
Sappiamo anche che quella cultura si chiama sessismo ed è fatta di tanti ingredienti, il primo dei quali è non vedere il problema. 

C'è un rifiuto da parte di molti ad accettare che il maschilismo esista e faccia ogni anno decine di morti. Negarlo però è un modo per continuare a pensare che quelle morti sono tutti raptus, tutti gesti inconsulti, tutte eccezioni, e non la norma di una mentalità che ci appartiene da secoli. 

Poi c'è la resistenza ai programmi scolastici di educazione contro gli stereotipi di genere: a dire cos'è un uomo, cos'è una donna, come è amore e come si dice addio si impara, ma in Europa i soli paesi che non lo insegnano sono l'Italia e la Grecia. Disastrosa è anche la leggenda che esista una "Famiglia Naturale" con ruoli maschili e femminili immutabili, e quindi guai a chi sottrae. Infine, ma non certo per importanza, c'è il vergognoso taglio dei fondi ai centri antiviolenza, gli unici luoghi dove le donne trovano consiglio e rifugio.

Poi c'è il linguaggio, visibile persino nel modo in cui è stata data dai giornali la notizia della morte di Sara di Pietrantonio, continuamente definita "fidanzata" o "ex fidanzata", cioè proprio la funzione relazionale a cui aveva voluto sottrarsi. Se è chiaro a tutti che la ragazza è morta perché non voleva più essere la fidanzata di Vincenzo Paduano, perché - maledetti giornalisti senza codice deontologico - continuate a definirla con il linguaggio della relazione da cui era uscita? Perché mettete la foto dell'assassino e della vittima insieme abbracciati? State realizzando il sogno dell'omicida: ricomporre nella morte la storia d'amore che non c'era più. 

In coda (o a monte?) c'è anche il resto, quello che meno vogliamo vedere. Accanto alla notizia dell'omicidio di Sara, ieri su un quotidiano on line c'era un boxino con la foto di una concorrente di Miss Italia misurata a mano col metro da un compiaciuto uomo-giudice. Non credo esista una migliore metafora per dire che l'esatta misura di come debba essere una donna in questo paese la vuol decidere sempre qualcun altro. Se permettiamo che il valore delle donne sia stabilito sul loro essere corpi, cose e funzioni, quel metro in mano ad altri potrà assumere tutte le forme che vuole. 
Persino quella di una bottiglia d'alcool.
(No, non sto dicendo che il giudice di Miss Italia è un potenziale femminicida. Sto dicendo che alla base di ogni fenomeno sociale c'è un impianto simbolico dove tutto comincia. Fare finta di non vederlo lo conferma).

*** Michela MURGIA, scrittrice, 'facebook', 31 maggio 2016, qui


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domenica 7 febbraio 2016

#SENZA_TAGLI / Femminicidio, e famiglie (Michela Murgia)

E' questione di concentrazione: di certe cose non ci occupiamo fino a quando non si verificano tutte insieme in modo tale che diventa impossibile ignorarle. Così tre donne massacrate per mano dei loro compagni in appena due giorni hanno riacceso il faro dell'attenzione pubblica sul tema del femminicidio. Si chiamano Marinella, Carla e Luana, ma è facile appropriarsi di un nome per rendere le persone personaggi e dire che quelle storie erano le loro e non la nostra.

Ciascuna di queste donne va immaginata con il nome che diamo a noi stesse. A Catania il primo febbraio una è morta per mano del marito, che l'ha strangolata davanti al figlio di 4 anni. Lo stesso giorno a Pozzuoli una di loro, incinta al nono mese, è stata ridotta in fin di vita dal compagno che le ha dato fuoco. Ieri un'altra è morta quasi decapitata dal marito, poi fuggito contromano in autostrada. Fanno scalpore, eppure non sono le prime notizie dell'anno sulla violenza alle donne. Il 2016 era cominciato da appena due giorni quando i carabinieri hanno scoperto a Ragusa una donna segregata in casa dal suo convivente, che da due anni a suon di botte le impediva di andarsene. Lo stesso giorno ad Ancona una donna veniva picchiata da quello che era stato il suo fidanzato, prima che lo lasciasse per le violenze. Il 3 di gennaio una donna di Città di Castello è stata uccisa da suo figlio con dieci coltellate, e il 5 a Torino una'altra è quasi morta per le violenze inflittele dal marito, che l'ha più volte colpita in testa con un bicchiere prima che un vicino chiamasse la polizia. Il 9 gennaio a Firenze una donna è morta strangolata da un uomo che prima c'era andato a letto e poi l'ha uccisa per derubarla. Strangolata è morta anche la donna che il 12 di gennaio è stata trovata nel suo letto, ammazzata dall'uomo che frequentava. Il 15 e il 16 di gennaio due nonne sono stata uccise dai rispettivi nipoti: una è stata massacrata a Mestre con una sega elettrica, l'altra a Sassari con un vaso di cristallo. Il 27 gennaio a Cetraro una donna è stata uccisa per strada dal suo ex cognato, che le dava la colpa della fine del proprio matrimonio. Il 30 gennaio una donna è stata ferita gravemente dal marito, che prima di aggredire lei con un coltello aveva ucciso i loro figli di 8 e 13 anni.

In questo elenco non ci sono le decine di violenze, i maltrattamenti, le riduzioni della libertà e i tentati omicidi in ambito familiare le cui eco spesso non ci arrivano neppure. Sappiamo però che erano tutte a carico di donne che vivevano accanto a noi, in questa strana Italia ancora divisa tra voglia d'Europa e Family Day, ma incapace di riconoscere che c'è qualcosa di sbagliato e distruttivo nel modo in cui impostiamo i rapporti di relazione che chiamiamo "famiglia". Che sia tradizionale o arcobaleno, che lo stato la riconosca o meno, quel sistema di legami e la sua faccia oscura ci riguardano tutti e tutte, allo stesso modo. Finché non affronteremo il nodo del potere nascosto in quello che chiamiamo amore, il Paese che ammazza le donne non sarà un buon posto per nessuno.

*** Michela MURGIA, scrittrice, Femminicidio, dieci donne che non possiamo dimenticare, 'la Repubblica', 3 febbraio 2016, qui

In Mixtura una mia recensione all'ultimo libro di Michela Murgia ('Chirù', Einaudi, 2015) qui