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mercoledì 8 settembre 2021

#SGUARDI POIETICI / Quando i figli, allora noi (Massimo Ferrario)

Quando i  figli smetteranno di essere 
le protesi obbedienti dei nostri Io incontenibili,
pervertiti dal dogma del successo
comprato a qualunque prezzo nel nome della santa carriera;

quando i figli smetteranno di coltivare 
i sogni onnipotenti 
con cui li abbiamo sognati 
e inizieranno a sognare i loro;

quando i figli smetteranno di credere 
che la famiglia che li avvolge premurosa sia il mondo 
e non lo spicchio tossico entro cui restare 
quietamente confinati e felicemente lobotomizzati;

allora i nostri figli smetteranno di essere 
nostri 
e noi un po’ avremo domato
l'egoismo amorevole che ci possiede 
e con cui strozziamo il respiro di chi diciamo di amare.

Allora sarà compiuta la funzione genitoriale
della vita: 
chiamata a dare vita, 
libera e desiderante,
alla vita. 

E noi, deposta l'hybris ,
riconosceremo di essere
il semplice e difficilissimo 
tramite 
di un volere oltre noi 
che ci fa essere e fare 
vita. 

*** Massimo FERRARIO, Quando i figli, allora noi, per Mixtura


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mercoledì 24 marzo 2021

#SPILLI #PIN / Lavoro, da persone a risorse ad algoritmi (Massimo Ferrario)



E poi ci meravigliamo che i nuovi capi si chiamino algoritmi

Domanda che conterrebbe almeno una punta di speranza: che cioè ci si si possa ancora sorprendere per una tale assurda equivalenza. 
Invece, giustamente, no: la domanda è pura finzione. 
Nessuna domanda. Nessuna meraviglia. 
E nessuna protesta. 
Se non da parte delle persone diventate algoritmi. 
Tutti gli altri - imprenditori, manager, professionisti di organizzazione e di personale - responsabili di questo disumano degrado umano, zitti a fischiettare e a far finta di nulla. 
E se li critichi, ti fanno capire che non hai capito: sono i tempi, ragazzi. Mica dipende da noi. Che ci volete fare?

Già. E' tempo di algorithmic management  (in inglese fa più fino). 
E non riguarda solo rider e driver

Dappertutto imperversa il nuovo alignment (in inglese fa più fino). 
Chi non si allinea, non è licenziato: verbo che suona brutto e intacca il 'pensiero positivo' che deve rifulgere ovunque. 
Chi non si allinea è semplicemente disconnesso: verbo che suona incolore e indolore. 
E prende meglio per i fondelli. 
Anche perché è un algoritmo che lo fa, mica un altro essere umano.

La neolingua manageriale non ha neppure il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. E di accettare, anche con le parole appropriate, la responsabilità di ciò che fa.
Però sa trattare come cose le persone. 

*** Massimo Ferrario, Lavoro, da persone a risorse ad algoritmi, per Mixtura

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mercoledì 3 marzo 2021

#SPILLI / Draghi, è il colpo d'ala (Massimo Ferrario)

Sempre a ripetere che da chi ci governa vogliamo chiarezza, trasparenza, spiegazioni, comunicazione.
Ma se è Draghi che sta zitto, anche noi tutti zitti e contenti.
Anzi, finalmente con l'orgasmo: meno male che non perde tempo a parlare e agisce.
Alziamo inni col turibolo: la sua azione legittima di per sé tutto ciò che produce.

Prima c'era una dittatura, ora c'è la democrazia.
Ieri c'era un 'uomo solo al comando', che decideva tutto lui nel 'favore delle tenebre': salvo poi essere accusato di indecisione, mediazione continua, stallo, inefficienza.
Oggi, finalmente, il cambio di passo e il colpo d'ala: la democrazia che avvisa gli interessati cinque minuti prima di essere nominati e decide sulla testa dei ministri competenti il licenziamento 'ad nutum' di uomini chiave.

Doppiopesismo?
E' che Draghi è Santo. Sempre e comunque: a prescindere.

Del resto è la logica conseguenza: di quando ci si 'affida', perché 'fidarsi' ci sembra troppo poco. Si perde razionalità e ci si inginocchia a osannare: alla 'fiducia' si sostituisce la 'fede'.
Che si concilia bene con la religione, ma poco con la democrazia.
Però piace tanto al popolo che piace. 

*** Massimo Ferrario, Draghi, è il colpo d'ala, facebook, 2 marzo 2021, qui


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martedì 1 dicembre 2020

#SPILLI / E di tutto il resto, chissenefrega (Massimo Ferrario)

Lo shopping più importante della scuola?
Nessuna incoerenza. 
Una volta tanto questa società dimostra una inscalfibile coerenza. 

Cultura e futuro vanno bene per la retorica, ripetitiva e nauseante, di chi si riempie la bocca con parole in cui neppure lui crede, ma cerca ogni volta di 'intortare' chi finge di ascoltare. 
Quel che conta davvero, e che tutti vogliamo anche quando ne neghiamo la priorità assoluta, è il successo dell’economia: produrre, vendere, comprare. 
Che il dio denaro sia sempre con noi. 
Oggi, però. Anzi subito. 

'Carpe diem?'.
No, 'arraffa': adesso, senza rimandare. Arraffa tutto ciò che puoi e vuoi. 
Meno poetico, più realistico.

Vale sempre: in situazioni di floridità economica e quando una pandemia mette tutti col sedere per terra. 
L'emergenza potrebbe essere una giustificazione solo se in tempi normali arricchimento continuo e consumismo non fossero le divinità che sono.

Del resto (i giovani, i figli, la società, il sapere, la competenza, la formazione, il domani...), di tutto questo che sempre proclamiamo con la faccia seriosa come prioritario e indispensabile e indifferibile, chissenefrega.

*** Massimo Ferrario, E di tutto il resto chissenefrega, per Mixtura


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sabato 14 maggio 2016

#FAVOLE & RACCONTI / L'idea creativa (M. Ferrario)

Albeggiava, ormai. 
E tutti erano sfiniti. 
Addolorati per la sorte capitata ai loro fratelli e preoccupati per il futuro.

La baldanza con cui la sera prima avevano iniziato la riunione, sicuri che avrebbero trovato una soluzione, era sparita.
Naturalmente, l'emergenza era tale che, per la prima volta da quando erano tutti insieme, nessuno si era assentato e avevano valutato di buon auspicio questa unanimità di partecipazione, pensando infatti che più si è numerosi, più probabilità ci sono che a qualcuno venga l'idea giusta. 

Così, dopo aver versato qualche lacrima per la morte dei loro cinque compagni, si erano messi di buzzo buono a far lavorare i loro piccoli cervelli, seguendo rigorosamente la procedura che il vecchio collega, nominato responsabile dell'assemblea, aveva suggerito: prima tutti avrebbero dovuto riflettere per qualche minuto individualmente e poi, a turno, dovevano proporre la loro ipotesi di soluzione agli altri. La discussione che sarebbe seguita avrebbe dovuto decidere se quell'idea era fattibile o no. 
Ma per un motivo o per l'altro tutte le proposte, passate al vaglio attento anche dei più anziani che vantavano l'esperienza particolare che soprattutto in questo caso serviva, erano state scartate.

La demoralizzazione era grande: avrebbero dovuto andarsene, la cuccagna era finita. 
Cinque morti in due giorni facevano presagire che, se avessero insistito a restare, sarebbero andati incontro ad una strage. 
Sì, forse si erano mostrati un po' ingordi: avrebbero dovuto limitarsi, rubacchiare le provviste poco per volta, senza dare nell'occhio. 
Ma ormai era inutile recriminare. 
Il padrone della villa, che si faceva vivo solo in occasioni particolari, quando organizzava feste di ogni ben di dio con i suoi amici ricchi di città, era un appassionato di cibo e soprattutto un grande intenditore di formaggi. Ne aveva di tutti i tipi, conservati con cura maniacale nelle cantine, a temperatura e umidità attentamente controllate. Evidentemente si era stancato di vedere le sue forme preziose sempre più rosicchiate e dall'inizio della settimana aveva presentato loro la terribile sorpresa.
Sguinzagliando per la villa un gatto.
Nero, imponente, affamato. 

Era lui il loro attuale nemico: il Grande Gatto Nero.
E sembrava invincibile.
Si muoveva con una leggerezza incredibile: nessuno capiva da dove sbucasse, ma all'improvviso ti zompava addosso con la velocità di un fulmine e in due bocconi non c'eri più. 
Così era accaduto ai cinque loro compagni e così sarebbe accaduto a tutti.

Vecchio Topo, stanco e sconfortato, stava per dichiarare chiusa la riunione e augurare a tutti buona fortuna nella ricerca di nuove cantine in case vicine della zona sperabilmente ancora prive di gatti, quando Topo Brill, un giovane che aveva sempre mille idee brillanti per ogni problema, si batté la testa con una zampina. 
«Ma sì, come ho fatto a non pensarci?». 
Immediatamente i topi, tristi e sfiduciati, ormai preparati a dover salutare la villa in cui avevano vissuto felici per tanto tempo, facendosi grandi scorpacciate di formaggi, ebbero un sussulto.
E guardarono Topo Brill con un filo di speranza. 
«Ti è venuta un'idea?», gli chiesero premurosi i due topini che gli erano più vicini. 
Topo Brill sorrise. 
«La soffitta, la soffitta...». 
«Cioè?» chiese Vecchio Topo dall'alto della cassa in cui era seduto per presiedere l'assemblea.
«Che significa la soffitta?». 
«Ma sì, ieri pomeriggio.... Mentre perlustravo il solaio... Era in un cassone. Forse un giochino della figlioletta del padrone...».
«Insomma Topo Brill, ti vuoi spiegare? Di cosa stai parlando?» insistette Vecchio Topo.
Era un po' alterato, come sempre quando incontrava chi gli parlava tirandola per le lunghe; nello stesso tempo, tuttavia, era consapevole che il momento, e il suo ruolo, gli impedivano di lasciarsi andare alle emozioni.
«Datemi tre minuti e torno», aveva gridato a tutti Topo Brill prima di scomparire. 
Aveva risalito a due a due i gradini della cantina e poi, dopo aver fatto sempre di corsa i tre piani della villa, aveva imboccato la scaletta che portava alla soffitta.
Eccolo, il baule.
Ed ecco quello che cercava.

In assemblea, intanto, era tutto un mormorare. 
La notizia che Topo Brill, forse, aveva trovato 'la' soluzione aveva creato un'agitazione incontenibile.
Nessuno negava l'intelligenza e la capacità creativa di Topo Brill, anche se qualcuno, per esempio Topo Cri, avanzava qualche dubbio sul suo senso pratico.
Comunque stavolta anche Topo Cri aveva il fiato sospeso e tifava perché Topo Brill tornasse con l'idea risolutiva.
Se ci fosse riuscito, l'avrebbero portato in trionfo.

«Eccolo», annunciò Topo Brill, ancora con il fiatone per la corsa, entrando in assemblea e mostrando a tutti la cosa che brandiva in alto con due zampine.
Era un braccialetto azzurro, con tre piccole campanelline distribuite lungo il cerchio.
«Sentite?» domandò Topo Brill a tutti, muovendo il braccialetto.
Anche Topo Vecchio, che ormai aveva qualche problema di udito, si unì al sì deciso degli altri.
«E allora?», chiese con ansia Topo Tonto, che voleva un bene dell'anima a Topo Brill, ma capiva sempre in ritardo le cose. E mai come stavolta aveva interpretato il sentimento di ognuno.

Topo Brill era raggiante.
Sempre indicando il braccialetto, gridò:
«E' la nostra salvezza. Sarà il gatto che se ne andrà, non noi».
Qualcuno, al solo sentire che il gatto avrebbe dovuto andarsene, fece un gridolino entusiasta, ma Topo Vecchio, visibilmente infastidito, intervenne deciso.
«Non mi pare il caso di esaltarci. Per come stanno le cose, la questione al momento è ben altra: siamo noi a dovercene andare, se non vogliamo finire mangiati dal Grande Gatto Nero. Se Topo Brill avrà la bontà di smettere di fare il misterioso e di spiegare anche a noi, poveri topini 'normali', cosa può significare quel braccialetto per il problema drammatico che abbiamo, lo ringrazieremo. E, se mai, applaudiremo dopo».

Topo Brill, che già era rossiccio di suo, diventò ancora più rosso per la vergogna.
«Hai ragione, Topo Vecchio. Chiedo scusa. La situazione è urgente e non è il caso di perdere tempo. Ma davvero questo braccialetto è la nostra salvezza. Come? Semplice. Lo metteremo al collo del Grande Gatto Nero. Così le campanelline, suonando, ci segnaleranno ogni suo movimento. Non saremo più colti di sorpresa: sapremo sempre dove lui sarà e quando lo sentiremo arrivare avremo tempo di scappare. Lui non potrà più mangiarci e, se non vorrà morire di fame, se ne dovrà andare da questa casa. Mi pare una soluzione perfetta, no?».

Si fece silenzio totale.
Si sarebbero potuti sentire solo i cervelli dei topolini che ragionavano sull'idea di Topo Brill.
Topo Vecchio attese almeno un minuto: voleva essere sicuro che la riflessione fosse di tutti e ben approfondita.
Poi, rivolto all'assemblea, sempre dall'alto della cassa da cui non gli sfuggiva il minimo gesto dei colleghi, chiese:
«Che ne dite?».
Le zampette dei topi, all'unisono, cercarono, a loro modo, di produrre un applauso.
Poi si aggiunse uno squittio di gioia generale.
Topo Tonto non era l'unico a esultare, orgoglioso della sua amicizia con Topo Brill. Abbracciava ogni topolino che gli capitasse a tiro e gli manifestava la sua gioia, gridando:
«Evviva, è fatta. Grazie a Topo Brill, noi continueremo ad abitare questa villa, ci mangeremo formaggio a volontà e sarà il Grande Gatto Nero che dovrà andarsene con la coda tra le gambe»

Un solo topo, in un angolo, era rimasto fermo e silenzioso.
Topo Vecchio, da bravo presidente dell'assemblea, l'aveva notato.
«Ti vedo perplesso, Topo Cri...»
L'interessato si schermì.
«Ma no, Topo Vecchio: mi sembra una buona idea. Del resto Topo Brill è sempre intelligente e creativo ...»
Topo Cri non piaceva a molti perché aveva una capacità critica affilata, che andava al fondo delle cose. La sua logica stringente sapeva smontare le opinioni all'apparenza più solide e dimostrare che pure le proposte in teoria più seducenti potevano rivelarsi impraticabili. Lui era consapevole di questa sua immagine: i topi più razionali lo apprezzavano, ma chi voleva inseguire solo sogni e illusioni, senza troppo pensare, lo trovava fastidioso. Per questo, da un po' di tempo aveva deciso di ritirarsi dai contatti e lasciare che gli altri facessero ciò che volevano.

Topo Vecchio, comunque, non era uno che si facesse ingannare.
Aveva intuito che la proposta di Topo Brill non aveva convinto Topo Cri.
E insistette.
«La situazione è tale, caro Topo Cri, che ancor più del solito abbiamo bisogno del contributo di tutti. Tu sai che io ti apprezzo. E comunque il mio ruolo di presidente di questa assemblea mi obbliga a cercare la partecipazione di chiunque. Quindi non farti pregare e condividi con noi i tuoi dubbi».
Era stato sbrigativo, ma il tono, per quanto fermo e un po' impositivo, comunicava gentilezza. E comunque non era il momento della diplomazia.

Topo Cri fece un lungo sospiro.
Poi, decise che in effetti, almeno stavolta, era giusto e doveroso non stare zitti.
Del resto, non poteva sopportare quelli che fanno i preziosi e che hanno bisogno di mille preghiere prima rispondere alle richieste.

Fu sincero, come sempre.
«Ripeto: non ho nulla da dire sull'idea della collanina. Certo: messa al collo del gatto, ci segnala ogni movimento e noi siamo salvi.
«E allora?» lo incalzò Topo Vecchio.
«Avrei solo una domanda».
Topo Cri fece una pausa. Quasi volesse darsi ancora del tempo per cambiare idea e non distrurbare il clima di gioia generale.
L'ansia di Topo Vecchio era di ognuno.
E infatti si intromise Topo Tonto, che era seduto lì vicino e proprio non capiva come qualcuno potesse dubitare dell'idea intelligente di Topo Brill.
Con un filo di aggressività nella voce e guardando in malo modo Topo Cri, Topo Tonto lo sollecitò:
«Vuoi deciderti a dirci quale?»
Topo Cri, a questo punto, si sentì libero di rispondere senza tentennamenti:
«Mi piacerebbe solo sapere chi metterà al collo del Grande Gatto Nero la collanina con le campanelline...»

*** Massimo Ferrario, L'idea creativa, 2016, per Mixtura. - Riscrittura libera e ampliata di una storia nota, diffusa in più libri, anche da Margaret Parkin, Affrontare il pericolo, in Racconti per il coaching, Etas, 2005, traduzione di Giovanni Gladis Ubbiali.


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