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mercoledì 22 agosto 2018

#RACCONTId'AUTORE / Per coglionaggine (Federico Bonadonna)

Per precauzione - invece di ripararli - chiusero tutti i ponti, le sopraelevate, i viadotti. L’Italia si paralizzò. Chi ebbe la possibilità di raggiungere gli aeroporti e i porti lasciò il paese. Restarono i più poveri, i più ignoranti, i più viziati. L’Italia fu lentamente dimenticata dal resto del mondo e abbandonata a se stessa. Per sopravvivere gli italiani si diedero al saccheggio e al brigantaggio. Alcuni provarono a ricominciare a lavorare la terra, ma i più avevano perduto gli antichi saperi e morirono di fame. Quelli che riuscirono a sopravvivere si adattarono a un’economia di sussistenza misera e dura. Sui ponti abbandonati crebbe vegetazione spontanea. 
Gli allevatori sikh e gli agricoltori del Corno d'Africa risollevarono il paese. No, non ci fu nessuna sostituzione, gli italiani si estinsero per semplice coglionaggine.

*** Federico BONADONNA, antropologo, scrittore, facebook, 21 agosto 2018, qui


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venerdì 13 luglio 2018

#SENZA_TAGLI / Muri, e il ministro della paura (Federico Bonadonna)

Salvini parla di reintrodurre il servizio militare e di riaprire i manicomi evocando un passato mitico (mai esistito) in cui vigevano ordine e disciplina.

Al momento quelle di Salvini non sono nemmeno proposte, bensì azioni di disturbo che hanno l’intento di occupare lo spazio comunicativo, saggiare la reazione dell’elettorato, instillare il sospetto che queste siano le chiavi per fare l’Italia grande ancora.
Quel passato che evoca Salvini non è mai esistito. 

Del servizio militare ricordo il maresciallo che caricava cassette di frutta, pacchi di pasta e pezzi di carne nella sua auto privata sul retro della cucina; qualche azione di "nonni-amo" feroce e la libera uscita con un tasso di testosterone spaventoso in quella bella e indifferente città di mare. 
La Naia era uno specchio dell'Italia: élite che non si sporcano le mani ma approfittano del grado per autoriprodursi e sottufficiali che amministrano. Nessuna visione, nessuno slancio. Un grande sistema ipocrita sotto cui occultare i peggiori scandali e le piccole ruberie quotidiane.

Cancellare la Legge 180/78, la cosiddetta Basaglia che sancì, tra le altre cose la chiusura degli ospedali psichiatrici ('Italia fu all'avanguardia nel mondo per questa riforma) detti "manicomi", riporterebbe il paese nel suo passato più cupo e arretrato. Basaglia diceva che il manicomio non si riforma, ma si abbatte. Questo principio dovrebbe essere applicato a tante altre istituzioni, totali e non. Figuriamoci se si può ricostruire. E invece oggi si parla di questo. La riapertura dei manicomi è un tema che torna ciclicamente, come il "diritto" alla legittima difesa e la pena di morte. Sono argomenti tipici dei momenti di crisi e di paura. La differenza con gli anni Settanta (gli anni di piombo, dunque anni di paura), è che oggi manca quella vitalità politica diffusa che - seppure nel caos - seppe contrastare la paura approvando leggi come per esempio la Basaglia che oggi si vorrebbero abolire. 
Il manicomio è il luogo dove rinchiudere i diversi. Dunque per esempio i barboni. Nel sotto testo di Salvini si deduce: basta giardinetti pieni di barboni, con il manicomio il decoro è assicurato. Dove per decoro non si intende la normale manutenzione urbana, ma appunto la carcerazione dei poveri.

Il problema è che mentre noi (quei pochi rimasti) ci accaniremo dietro la singola azione di distrazione di Salvini, lui sarà già da un'altra parte. Magari a parlare di pena di morte. Nemmeno quella sarà una proposta concreta, ma un altro mattone comunicativo per costruire quel muro che dovrebbe proteggerci dalla paura e che invece ci seppellirà. Perché la caratteristica dei muri è la riproduzione della dinamica carceriere e carcerato in cui l'uno non può fare a meno dell'altro e dove alla fine non capisci più chi è la vittima e chi il carnefice.

*** Federico BONADONNA, antropologo, scrittore, Il ministro della paura sta costruendo un Muro, facebook, 4 luglio 2018, qui


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giovedì 12 luglio 2018

#SENZA_TAGLI / Sinistra, è incaprettata (Federico Bonadonna)

Immagina di avere le mani e i piedi legati dietro alla schiena. La corda passa attorno al collo. Ogni movimento alimenta il tuo strangolamento. Insomma ti hanno in-caprettato (e ti sei fatto in-caprettare). 

Ecco, la sinistra oggi è incaprettata. 

Possiamo indossare magliette rosse, ironizzare sul Rolex che quasi nessuno di noi ha mai avuto, rivendicare infanzie povere e militanze di base, ma non serve a niente. Più ci agitiamo, più ci strangoliamo. 

Per ricominciare ad agire occorre capire come siamo arrivati fin qui che è importane tanto quanto accettare l'impotenza. Perché strattonando con rabbia soffochiamo e basta.

*** Federico BONADONNA, antropologo, scrittore, facebook, 10 luglio 2018, qui


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lunedì 2 luglio 2018

#RACCONTId'AUTORE / Fuoco, gli ho sparato (Federico Bonadonna)

Fuoco. 
Mi ha rubato il parcheggio, non ci ho visto più e gli ho sparato. Il parabrezza è esploso, mi sono sentito invincibile. Purtroppo è morto e io uscirò dalla galera da vecchio.

Stavo attraversando le strisce, ha inchiodato a un millimetro dai miei piedi. Ho estratto la pistola dalla fondina e ho sparato. Il proiettile è rimbalzato non so dove e ha colpito una donna incinta di 8 mesi. Con un colpo ho ucciso due esseri umani. Se non avessi avuto la pistola l'avrei insultato.

Patrizio aveva un brufolo sul naso così brutto ma così brutto che gli ho detto di farsi una plastica. Quando ha risposto che non aveva i soldi gli ho detto: “allora lo faccio io”, ho appoggiato la canna sul viso e schiacciato il grilletto. Adesso mio padre è in galera perché non ha chiuso la pistola in cassaforte e io sto con mia madre. Ho 12 anni.

Gli ho sparato perché era brutto.

Puzzava, gli ho scaricato addosso tutto il caricatore, il quartiere ha un rifiuto in meno di cui occuparsi. Non mi troveranno mai.

Mi seguiva. O almeno era quello che pensavo. Era buio. Ho preso la pistola dalla borsa, mi sono girata e ho sparato. Era un venditore di rose. Non farò nemmeno un giorno di galera: legittima difesa. Però mi sento un po' in colpa.

Il locale sotto casa non mi faceva dormire. Era la quarta notte consecutiva senza sonno. Ho chiamato la polizia, come sempre è passata dopo un'ora ed è andata via perché non ha rilevato gli estremi di reato. Alle tre di notte ho preso il fucile e aperto il fuoco. Una strage, ma almeno ora qui in prigione c'è silenzio.

Gli ho sparato perché pensavo mi tradisse.

Come abbiamo fatto a portare il fucile dentro lo stadio? A pezzi. Poi lo abbiamo assemblato, mirato e sparato. Il capitano è caduto al primo colpo: bam! Centrato in quella faccia di cazzo.

Avevo la precedenza, il segnale era chiaro. Non ho nessun rimorso per quello che ho fatto. Max Aub dice? Non lo so come si chiamava. Però io avevo la precedenza.

*** Federico BONADONNA, antropologo, scrittore, facebook, 1 luglio 2018, qui


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