giovedì 23 luglio 2020

#SGUARDI POIETICI / Corrente (William Carlos Williams)

Hai l’incanto d’un fiume
sotto cieli tranquilli.
Ci sono cose imperfette
ma vi si stende una musica.

E dice per che letto
di tenebre si spinge la corrente
a che smagliante mare
che increspa la mia mente.


*** William Carlos WILLIAMS, 1883-1963, poeta, scrittore, medico statunitense, Corrente, da Poesie, Einaudi, 1957, traduzione di Vittorio Sereni, in 'ilcantodellesirene', 20 luglio 2020, qui


In Mixtura ark #SguardiPoietici qui

#FAVOLE & RACCONTI / Bicchiere o lago? (Massimo Ferrario)

Era estate. E tutti nel villaggio attendevano con ansia che Whu Zhi, come ogni anno, arrivasse al Piccolo Monastero per trascorrervi la settimana.

Era una tappa consueta del suo viaggio per le montagne e le valli della regione. Si ripeteva due volte l'anno, in estate e in inverno, e la tradizione durava da qualche lustro: era ormai impensabile potesse interrompersi. Perché le conversazioni in pubblico del maestro, nella piazza del paese, costituivano l'avvenimento che nessuno voleva mancare. In quei giorni tutte le attività venivano sospese e le parole di Whu Zhi avevano una 'vita lunga': divenivano oggetto di riflessione e di scambio tra i valligiani nella vita quotidiana fino al successivo incontro.

E poi, il maestro, nel corso della settimana in cui sostava al monastero, concedeva  incontri singoli: lui non aveva naturalmente la ricetta per risolvere i problemi di vita e di convivenza di chi andava a confidarsi, ma era apprezzato proprio per questa sua franchezza nell'ammetterlo.
'Ti fa riflettere', ripetevano tutti quelli che avevano avuto occasione di condividere i loro dubbi, anche profondi, o i loro vissuti, anche molto sofferti. E aggiungevano, convinti: 'Ti instilla nell'anima dei piccoli semi: magari, al termine dell'incontro, non hai la risposta che desidereresti avere subito, ma dopo lo scambio ti ritrovi con uno sguardo diverso. E' il seme che germina. E molte volte, a distanza di giorni o mesi dal colloquio che hai avuto con lui, la risposta te la ritrovi, più facile e più semplice, dentro di te. Può non essere risolutiva: ma è una risposta che un po' comincia ad aiutarti'.

Sun Peng non aveva mai parlato con Whu Zhi, ma lo aveva ascoltato con attenzione e partecipazione durante tutte le sue venute in paese: ogni volta era rimasto impressionato dalla saggezza e dalla ampiezza di visione con cui sapeva inquadrare i problemi.

Da mesi sperimentava una confusione totale: un disagio esistenziale che non riusciva a governare. Era giovane, la vita avrebbe dovuto sorridergli: il suo mestiere di artigiano gli dava soddisfazione, i clienti di tutta la valle gli riconoscevano mestiere e onestà, all'orizzonte intravvedeva un matrimonio con una ragazza bella e innamorata di lui. Eppure stava male: soffriva.

Per essere sicuro di riuscire a parlare con il maestro, la mattina del secondo giorno del suo arrivo, il giovane fin dalle prime ore dell'alba stazionava davanti al portone del Piccolo Monastero: aspettò a lungo, per paura di apparire invadente. Poi, nonostante l'ora, si decise. Bussò e chiese a Li Min, l'allievo che gli aveva aperto, di essere ammesso alla presenza di Whu Zhi.

La disponibilità di Whu Zhi era nota: Li Min non ebbe dubbi nel far entrare il giovane, anche per evitare, se avesse frapposto ostacoli sull'orario inusuale, di essere rimbrottato dal maestro.
E poi, la faccia scura e cupa del ragazzo, era parlante: la sua anima doveva essere avvolta da una grande sofferenza.

«Mi hanno riferito che vuoi assolutamente parlarmi, Sun Peng. Indovino dal tuo volto che porti in te un peso che ti schiaccia. Se vuoi aprirti, dimmi della tua sofferenza. Anche se sai che non sono un mago: non ho bacchette miracolose che possono cambiare cose e persone, diffondendo fortuna e felicità.»
Il giovane si mostrò consapevole.
«Lo so, maestro. Non mi aspetto soluzioni prodigiose, ma conosco la vostra saggezza. In paese tutti ne sono conquistati. E non c'è chi, quando ha avuto bisogno, non si è sentito aiutato da voi. Per questo sono qui.»
«Prova a dire, ragazzo: ti ascolto con testa attenta e cuore caldo. La testa, per cercare il più possibile di capire anche ciò che sempre, dall'esterno, si fatica a capire; e il cuore, per essere in profonda partecipazione con la tua anima: sentire come te quello che senti, cercando di caricarmi dei tuoi problemi.»

Sun Peng si sentì rinfrancato.
«Grazie, Whu Zhi. Non voglio rubarvi troppo tempo: cercherò di essere sintetico. Posso racchiudere tutto ciò che mi sta capitando in un unico verbo. Un verbo di poche lettere, ma che mi sta davvero squassando l'esistenza: soffro. Soffro disperatamente. La confusione in cui sono precipitato è grande: la vita mi appare senza significato. Vivo tutto ciò che faccio come insulso: il lavoro di artigiano che svolgo, per il quale pure mi viene riconosciuta competenza e abilità; l'amore che provo da un anno per la ragazza che vorrei far diventare mia moglie; i rapporti che ho con i miei vecchi genitori e con gli amici. Ogni cosa mi sembra senza senso. Queste parole possono suonare retoriche, false, stucchevoli. E per questo solo a te, ora, le sto dicendo: nessun altro capirebbe tutto il dolore lancinante che provo. Vorrei smettere di vivere. Ti chiedo aiuto».

Il maestro era stato precipitato in un profondo turbamento.
La sua anima aveva colto l'angoscia esistenziale del ragazzo. Sono i casi in cui le parole risultano insufficienti: in cui bisogna ascoltare e stare zitti. E se il silenzio è profondo e intenso, davvero pregno del dolore che l'altro trasmette, anche questo è comunicazione.

Trascorsero secondi che parvero minuti.
Poi il maestro fissò negli occhi il ragazzo a lungo.
E prima di un secondo silenzio che parve ancora più interminabile, si limitò a sussurrare.
«Ti 'sento', Sun Peng. La tua anima è entrata dentro di me. E mi fa male il dolore della tua.».

Fu il giovane a riprendere. Ma era come se parlasse con se stesso.
«Mi perseguitano anche idee strane. Ma forse sono io che le chiamo strane. Sono strane solo perché sono un vigliacco: non ho il coraggio di salire allo Strapiombo dei Demoni...».

Whu Zhi, senza neppure pensarci, si trovò a confessare un suo segreto.
«E' accaduto anche a me, Sun Peng. Tanti anni fa. Non lo sa nessuno, ma è accaduto. Era un altro strapiombo, in un'altra valle, con un altro nome. E a differenza di quanto tu mi stai dicendo, io a quello strapiombo ero salito: su quel bordo ci ho trascorso una notte. Poi ho deciso di ridiscendere. Forse non solo per vigliaccheria. Ma perché ho capito che nella vita si può perdere il bandolo della matassa. Ma lo si può anche ritrovare. Magari non per sempre perché la matassa si riaggroviglia. E la sofferenza, il disagio del non-senso, le domande di fondo dell'esistenza, si ripresentano: dure, implacabili, decisive. E ogni volta devi scegliere che fare. Ho imparato che si chiama vita. E ognuno la vive in maniera diversa».

Il giovane era sbalordito dalla rivelazione del maestro: non si sarebbe mai aspettato che la personificazione della saggezza, rappresentata da Whu Zhi, potesse rivelarsi così umana.

Il maestro colse questo suo sentimento e glielo esplicitò.
«Non siamo divinità, caro Sun Peng: non esistono gli dei, né quelli buoni, né quelli cattivi. Siamo umani. Tutti. Anche i cosiddetti saggi. Siamo terribilmente, ma fortunatamente, umani. Cioè 'terreni', come dice l'etimologia di una lingua occidentale che troppo spesso l'Occidente parla senza più conoscere. Sì, 'fatti di terra', non di cielo limpido e puro. Oppure, ancora meglio, impastati di un miscuglio di terra e di cielo: di ombra e di luce.  Le persone mi mettono sul piedistallo: io ogni volta, anche con fare teatrale, scendo, per far capire che il mio posto è accanto a tutti, non sopra. Perché provo, ovviamente, le stesse emozioni e gli stessi sentimenti di tutti. La sofferenza è una delle tante dimensioni del vivere: qualche volta si ha modo di limitarla, individuando e contenendo le difficoltà che ci impediscono un atteggiamento più sereno e rilassato; qualche volta si riesce ad annullarla, entrando in una dimensione che la lascia scorrere accanto a noi, senza che ci disturbi più di tanto; qualche volta si finisce preda di essa, come fagocitati da un gorgo che ci porterebbe a fondo se non riuscissimo a trovare quel bandolo della matassa di cui parlavamo prima. Dipende, Sun Peng. Dipende.»

Il ragazzo rifletteva.
Ma il 'dipende' con cui il maestro aveva appena chiuso il suo dire fu come uno spillo su una sedia mentre ci si sta sedendo. E la domanda fu immediata.
«Dipende, Whu Zhi? Da chi? Da cosa? Che possiamo fare, allora, noi poveri umani terreni?»

Il maestro riprese.
«Dipende dalle circostanze. Dal destino. Dal condizionamento che gli altri esercitano su di noi. Da come viviamo il momento particolare. Dunque dipende anche da noi, certo: se vogliamo, se possiamo, se ce la facciamo. Noi non determiniamo tutto, ma possiamo giocare la nostra parte. Anzi, diciamolo: spesso molto dipende da noi.»
Il giovane incalzò.
«Da noi?»

Whu Zhi ricordò l'esperimento del bicchiere.
Per la verità non seppe mai quanto, quella volta, la conoscenza di quell'esperimento, trasmessagli dal suo più grande maestro di vita, gli fosse servita per uscire dalla crisi atroce che prima aveva confidato al giovane; ma un aiuto sicuramente gliel'aveva dato, quando aveva deciso di abbandonare lo strapiombo. E nonostante altre volte, nel corso della vita, avesse poi conosciuto momenti di confusione esistenziale, mai più aveva cercato di raggiungere altri precipizi dai quali farsi attrarre.
Decise di avanzare una proposta al giovane.

«Ascolta Sun Peng. Sai che non ho né bacchette magiche, né pozioni misteriose capaci di risolvere i problemi. Ti propongo solo un'esperienza: a me, la volta in cui mi trovai di fronte all'abisso di cui ti ho parlato, questa esperienza servì.»

Il ragazzo era incuriosito: per un attimo non sentì più il dolore della crisi che lo attanagliava.

«Sono pronto a tutto, maestro.»
«Benissimo. Allora oggi pomeriggio facciamo una passeggiata al Grande Lago: la giornata ha il clima giusto, il sentiero è pianeggiante e in ombra, in mezz'oretta ci arriviamo. Ti chiedo solo di procurarti un bicchiere.»
«Un bicchiere?»
«Sì, un bicchiere. Di vetro. E' fondamentale, vedrai. Ci possiamo dare appuntamento alla spiaggetta in cui sono tirate a riva le barche. Proprio vicino al pontile. Alle quattro mi troverai lì.»

Furono ambedue puntualissimi.
Il maestro si fece consegnare il bicchiere e insieme raggiunsero, sulla riva, l'acqua del lago.
Il cielo non aveva una nuvola, l'aria era tersa, il lago era blu cobalto: ispirava pace e serenità.

Whu Zhi chiese a Sun Peng di chinarsi per riempire il bicchiere con l'acqua del lago.
Il giovane eseguì: l'acqua del bicchiere era fresca e cristallina, invitava a una bevuta.
Poi chiese a Sun Peng di chinarsi per prendere una manciata di sabbia.
«Gettala nel bicchiere», gli disse.
L'acqua naturalmente divenne torbida e il bicchiere, prima trasparente, fu tutto grigio.

Il maestro allora proseguì.
«Adesso chinati per prendere un'altra manciata di sabbia, uguale a quella di prima. Ma anziché buttarla nel bicchiere, percorri il piccolo pontile fino al punto estremo: dove si vede bene la profondità del lago. Inginocchiati vicino all'acqua e getta la manciata di sabbia nel lago, senza lasciarla cadere da troppo in alto, così da non disperderla nell'aria. Poi osserva bene ciò che accade.»

Il giovane fece tutto come indicato.
Quando tornò, guardò in faccia Whu Zhi.
Commentò:
«Le mie sofferenze sono come la sabbia. Nel bicchiere intorbidano l'acqua, nel lago si disperdono e l'acqua resta pulita».

Whu Zhi sorrise.
«Ecco. Come hai appena sperimentato, e come prima dicevamo: 'dipende'.

Non ebbe bisogno di aggiungere altro.
Fu Sun Peng che concluse.
«Dipende dalla scelta che facciamo: se vogliamo essere bicchiere o vogliamo essere lago».

«Già», disse Whu Zhi.
Era soddisfatto di aver lanciato uno stimolo. Ma sapeva che la conclusione del giovane poteva non essere definitiva: se la ragione fosse l'unica a decidere, saremmo macchine, non esseri umani. Dire che basta decidere tra bicchiere o lago può costituire un primo passo: ma il passo cruciale viene dopo.

E infatti, dopo un lungo minuto di silenzio in cui quasi si poteva ascoltare il tormentato lavorìo 'testa-pancia' di Sung Peng, arrivò la riflessione finale del giovane, sussurrata al maestro con un sospiro e come mormorata tra sé e sé.
«Però c'è un altro 'dipende', maestro Whu Zhi. E questo è quello decisivo. Perché il punto non è solo se 'vogliamo' essere lago. Il punto è se 'ce la facciamo': ad allargarci per essere lago e a smettere di essere bicchiere.»

Il maestro alzò le braccia: facendo capire che qui lui era costretto ad arrestarsi.
Il giovane si inchinò, congiungendo le mani.
«Mi avete dato uno spunto per vedere le cose in modo diverso, Whu Zhi: non è tutto, ma è tanto. Vi debbo ringraziare: dal profondo del cuore.»

*** Massimo Ferrario, Bicchiere o lago?, per Mixtura - Rielaborazione creativa di un testo anonimo diffuso in rete.


In mixtura ark #Favole&Racconti di Massimo Ferrario qui

#BREVITER / Recovery Fund. Ma (MasFerrario)

facebook e twitter, 22 luglio 2020 

In Mixtura ark #Breviter qui

#EX LIBRIS / La nave, il capitano, il compito assegnato (Joseph Conrad)

Essa galleggiava sul punto di partenza di un lungo viaggio, immobile in seno a un’immobilità immensa, con il sole al tramonto che ne proiettava lontano a oriente le ombre dell’alberatura. In quel momento in coperta era solo. Non c'era alcun rumore nella nave e intorno noi nulla si muoveva. In questa pausa di bonaccia all'inizio di una lunga traversata, la nave ed io sembravamo vegliare la nostra attitudine a un'impresa lunga e ardua, a quel compito assegnato alle nostre due esistenze, da assolvere lungi da sguardi umani, avendo il cielo e il mare come unici testimoni e giudici. Il capitano inizia il suo viaggio rimanendo solo con la propria nave, immobile, al tramonto.

*** Joseph CONRAD,  1857-1924, scrittore polacco naturalizzato britannico, Il compagno segreto, 1910, Marsilio, 2007


In Mixtura i contributi di Joseph Conrad qui
In Mixtura ark #ExLibris qui

#SENZA_TAGLI / Perché non hai più voglia di scrivere sui social (Andrea Colamedici)

Sempre più persone hanno paura o semplicemente non hanno più voglia di dire la propria sui social, perché in troppi attorno a loro li usano come fossero una grande cloaca in cui riversare frustrazioni, livori, rabbie, pregiudizi. Ogni giorno cercano nemici da abbattere e capi da seguire. I social non sono la piazza di dialogo promessa ma un ring al centro di una discarica, in cui il suono della notifica è la campanella del combattimento. La vita social si fa sempre più invivibile per tanti: salvo alcune isole felici, sono evidenti online i segni di una regressione sociale e psichica. 

Stiamo disimparando il senso della comunità, e "lo sfoggio di autenticità si è dimostrato un valore particolarmente redditizio", come ha scritto profeticamente Mark Fisher. Il problema di questa autenticità diffusa è che si tratta di materiale emotivo non elaborato perennemente riversato online, utile a spostare voti e a indirizzare pubblicità ma molto dannoso dal punto di vista dello sviluppo interiore. Gettare quotidianamente il proprio veleno addosso al mondo significa condannare a morte interiore se stessi, togliendo agli altri lo spazio di espressione. Lavorare sulla frustrazione permetterebbe di diventare persone migliori, meno ciniche, meno violente. Sta a noi scegliere se limitarci a tacere e abbandonare il campo o impegnarci per bonificare questo spazio. 
Ma il tempo è comunque poco.

*** Andrea COLAMEDICI, filosofo, editore di Tlon, Perché non hai più voglia di scrivere sui social, facebook, 22 luglio 2020, qui


In Mixtura i contributi di Andrea Colamedici qui
In Mixtura ark #SenzaTagli qui

#VIGNETTE / Nuovi idoli (Vauro)

VAURO, 1955
vignettista, scrittore, giornalista
facebook, 22 luglio 2020, qui

In Mixtura i contributi di Vauro qui
In Mixtura ark #Vignette qui

mercoledì 22 luglio 2020

#SGUARDI POIETICI / Il prezzo delle orchidee (Masaoka Shiki)

Un uomo sordido e avaro
osa contrattare
il prezzo delle orchidee.

*** Masaoka SHIKI, 1867-1902, poeta, critico letterario, giornalista giapponese, Il prezzo delle orchidee, da Poesie, Acquaviva, 2004, traduzione di Kantaro Nishida e G. D. Angelillo, in 'ilcantodellesirene', 19 luglio 2020, qui


In Mixtura ark #SguardiPoietici qui

#IMMAGINId'IMPATTO / Sul fiume (Paolo De Faveri)

foto di Paolo De Faveri, qui

In Mixtura ark #Immaginid'Impatto qui

#EX LIBRIS / Le prime 12 ore (Cristina Cassar Scalia)

In realtà Vanina aveva sparato le domande che la testa le aveva suggerito in quel momento, senza uno schema ben preciso. A braccio. O meglio a naso, com’era normale in quella fase dell’indagine, quando le strade da percorrere potevano essere centomila e non era arrivato nessun segnale che la portasse a imboccarne una invece che un’altra. La fase in cui l’indicazione giusta andava cercata col fiuto di un cane da caccia, sperando di non prendere cantonate che le facessero perdere troppo tempo. Dodici ore, diceva sempre il primo dei dirigenti con cui aveva lavorato. Quello che riesci a capire in quel lasso di tempo vale oro. Indizi che se non colti subito possono sfuggire per sempre. In dodici ore un criminale può far perdere le proprie tracce, può lasciare il Paese, può costruirsi un alibi.

*** Cristina CASSAR SCALIA, 1977, scrittrice, Salita dei Saponari, Einaudi, 2020
https://it.wikipedia.org/wiki/Cristina_Cassar_Scalia


In Mixtura ark #ExLibris qui

#SENZA_TAGLI / Scemo chi imprende (Fabrizio Cotza)

Un tempo era considerata una scelta ambiziosa e per pochi. Ora che imperversa la moda (e la necessità) di diventare “Imprenditori di se stessi”, si spaccia la convinzione che chiunque abbia una buona idea, passione e predisposizione al sacrificio possa farcela. 
In realtà con solamente questi tre fattori chiudi dopo un anno, con tanti debiti.
Perché sono cambiate le regole del gioco. Le buone idee di trovano ovunque, la passione non può essere l’unica forma di “benzina” e il duro lavoro significa fare lo schiavo di se stessi invece che di un “padrone”. Senza neppure la garanzia di uno stipendio.

Ecco perché quando qualcuno mi contatta per essere affiancato nel suo nuovo progetto imprenditoriale, nove volte su dieci rifiuto (sul mio sito ho fatto scrivere che non seguo startup). E in ogni caso cerco di metterlo in crisi sulla reale fattibilità. 
Insomma faccio il “demotivatore” in un mondo di motivatori che ti spronano a “lanciarti”. Anche perché i motivatori quando poi fallisci scompaiono all’orizzonte, dopo averti detto che “dovevi crederci di più”. Invece a me tocca mettere a posto i danni gravi fatti da loro.

Quindi ve lo dico per l’ennesima volta. Non iniziate a fare nulla se non avete strumenti imprenditoriali evoluti.
Sareste solo carne da macello.

*** Fabrizio COTZA, consulente, Scemo chi imprende, facebook, 18 luglio 2020, qui


In Mixtura i contributi di Fabrizio Cotza qui
In mixtura ark #SenzaTagli qui

#VIGNETTE / Più prestiti all'Italia (Stefano Rolli)

Stefano ROLLI
'Il Secolo XIX', 21 luglio 2020, via facebook, qui

In Mixtura i contributi di Stefano Rolli qui
In Mixtura ark #Vignette qui

martedì 21 luglio 2020

#SGUARDI POIETICI / Per essere grande, sii intero (Fernando Pessoa)

Per essere grande, sii intero: non esagerare
E non escludere niente di te.
Sii tutto in ogni cosa. Metti quanto sei
Nel minimo che fai,
Come la luna in ogni lago tutta
Risplende, perché in alto vive.


*** Fernando PESSOA, 1888-1935, poeta e scrittore portoghese, Odi di Ricardo Reis, in molti siti della reta
https://it.wikipedia.org/wiki/Fernando_Pessoa


In Mixtura i contributi di Fernando Pessoa qui
In Mixtura ark #SguardiPoietici qui

Testo originale 
 Para ser grande, se inteiro: nada
     Teu exagera ou exclui
Se todo em cada coisa. Poe quanto és
     No minimo que fazes,
Assim em cada lago a lua toda
     Brilha, porque alta vive.

#FAVOLE & RACCONTI / Il Vecchio Merlo, il lombrico, il Serpentello (Massimo Ferrario)

Il Vecchio Merlo cominciava a sentire i suoi anni: non volava più alto nel cielo, disegnando quei guizzi e quelle acrobazie che tanto gli piacevano quando era giovane. Ora preferiva cercare l'onda del vento, per lasciarsi trasportare, placido e lento, mentre si godeva il panorama della terra a pochi metri dal bosco, apprezzando la brezza che gli accarezzava le penne. 

Anche stavolta gli capitò. Perché la vista continuava a essere acuta e non gli sfuggiva nulla.
Laggiù c'era un vermiciattolo che strisciava tranquillo in un sentierino in ombra. 
Poteva essere il suo pranzo, pensò. E il pensiero fu subito azione: si fiondò a terra e l'ebbe nel becco. 
Poi, rapidissimo, si rialzò in volo, con l'intenzione di cercarsi il pino più alto del bosco, piazzarvisi in cima e gustarsi con calma, su un piccolo ramo dondolante all'aria fresca, il pranzetto che si era conquistato.

Ma non aveva fatto i conti con una decina di merli giovani, cui non era sfuggito il vermiciattolo che  lui teneva penzoloni in bocca. 
Spuntarono all'improvviso e lo attorniarono, svolazzando minacciosi e puntando al suo becco. 
Lui roteava nell'aria in giri più larghi e più piccoli e loro lo seguivano; lui volava più alto e loro si alzavano; lui si abbassava e loro facevano altrettanto.
Impossibile sfuggire.

Il Vecchio Merlo ricordò la giovinezza: anche lui aveva fatto le sue battaglie. 
In casi come questo mai avrebbe ceduto ciò che si era conquistato: anzi, era divertente entrare in lizza con chi allora, come lui, sprigionava vitalità e irruenza da ogni penna. La soddisfazione di vincerlo e di rubargli il boccone, magari anche dopo averlo punzecchiato in un corpo a corpo più o meno sanguinoso, era addirittura superiore alla fame: e lui ci riusciva quasi sempre. 
Per questo si era conquistato autorevolezza e rispetto.
Ma quell'età era passata. E la vecchiaia portava anche una visione più distaccata, se non più saggia. 

Il Vecchio Merlo puntò diritto verso terra, proprio in direzione di un serpentello che in quel momento aveva alzato il capino, attratto dal frullo di ali che si faceva sempre più rumoroso e vicino.

Fu un attimo: il serpentello spalancò la bocca, il Vecchio Merlo aprì il becco e il lombrico trovò una nuova destinazione.

I giovani merli, delusi e arrabbiati, ripresero i loro svolazzi in ogni parte del cielo, emettendo suoni striduli, ben diversi dai canti allegri e armoniosi che normalmente erano capaci di emettere. 
Il Vecchio Merlo, invece, per nulla turbato dalla vicenda, anche se un po' ansimante, dopo aver planato a terra, a qualche metro di distanza dal serpentello, rimase ritto sulle zampette, guardandosi in giro.

«Buongiorno», disse il serpentello. «E grazie. Un pasto squisito quel lombrico: ti sono in debito, caro merlo. Ho seguito in volo te e i tuoi amici e ho capito che loro ti erano poco amici, perché erano determinatissimi a sottrarti il cibo che avevi nel becco. Hai cercato di difenderti scappando, ma non hai lottato. Perché hai ceduto?».
«Non ho più l'età, caro serpentello.»
«Vuoi dire che tu sei vecchio e loro sono giovani?"
«Anche. Quando si invecchia, la forza diminuisce. Ma non è solo per questo. E' che con gli anni si capisce ciò che da giovani non si capisce.»
«E cioè?»
«Che si può smettere di competere e si vive lo stesso. Meglio, tra l'altro. Non c'è bisogno di vincere sempre. Non mette conto azzuffarsi: né per sfamarsi con un lombrico, né per dimostrare di essere i più forti.»
«Allora bastava che tu cedessi il lombrico a uno dei tuoi amici».
«Sì, avrebbero smesso di attaccare me. Ma avrebbero subito cominciato ad attaccare lui. Facendo uscire di scena il 'mio' lombrico, oggetto della contesa, non ho cambiato certo il modo di vivere, e di competere, della specie dei merli cui appartengo. Continueranno ad azzuffarsi per rubarsi qualche boccone nel becco. Ma non lo faranno a causa mia. Io non ho l'ambizione di cambiare i loro comportamenti: io mi sono limitato, forse tardi, ma neppure io prima ne ero capace, a cambiare il mio, di comportamento. Chissà: magari anche altri merli, prima o poi, potrebbero seguirmi. E allora, fammi fantasticare, tutta la specie smetterà di sottrarsi di bocca il cibo: chi se l'è procurato non avrà bisogno di difenderlo e nessuno farà a gara con gli altri per dimostrare che lui è più bravo nel rubare. Sarebbe un bel giorno. Perché non so la ragione per cui noi merli, tu serpentello, tutti gli animali, umani compresi, siamo al mondo. Però ho imparato che farsi la guerra non è un bel mondo.»
«D'accordo, Vecchio Merlo: adesso ti scopro pure filosofo. Intanto, però, sei rimasto senza pranzo.»
«Ti correggo: sono rimasto senza quel lombrico che ti ho lasciato cadere in bocca. Ma la terra è piena di lombrichi. E di tanti altre cose che possono diventare buon cibo. La natura, nonostante gli umani che la saccheggiano e godono nell'essere sempre in guerra con altri umani per appropriarsene sempre di più, è in grado di dar da mangiare a tutti: soddisfacendo ogni gusto culinario di ogni essere che la abita.»

Il Vecchio Merlo si guardò attorno: da un ramo pendeva una ragnatela.
«Ecco, caro serpentello. Guarda anche tu, ad esempio. Basta cambiare pietanza: questo mi pare bello e grassottello e a me i ragni non dispiacciono».

*** Massimo Ferrario, Il Vecchio Merlo, il lombrico, il Serpentello, per Mixtura - Libera riscrittura creativa di un racconto tratto dalla rete.


In Mixtura ark #Favole&Racconti di M. Ferrario qui

#VIDEO / Smart working dopo l'emergenza? (Piero Ricca e Alessandro Sarcinelli)

VIDEO
Smart working dopo l’emergenza? 
“Si lavora di più, servono regole contrattuali nuove”. 
“Stando a casa l’economia ne risente”. Il vox di Ricca
''ilfattoquotidiano.it', 20 luglio 2020
video 3'53''

Passata l’emergenza, lo smart working è destinato a mettere radici? Ne abbiamo parlato con i cittadini in strada. “Gli aspetti positivi sono di gran lunga prevalenti”, affermano in molti. Per esempio: “La riduzione dello stress, del traffico e dell’inquinamento; il risparmio di tempo e il contenimento dei costi; la maggiore flessibilità”. “Molti lavori si possono fare da remoto utilizzando le tecnologie, ma bisogna potenziare le connessioni in banda larga“, osservano altri. C’è chi teme: “Da casa c’è il rischio di avere giornate di lavoro ancora più lunghe“. E chi avverte: “Meglio non perdere la componente della socialità”. Qualcuno suggerisce formule miste: “Alcuni giorni si può lavorare da casa e altri in ufficio”. Ma il vero problema, secondo più di una voce, è la necessità di regole chiare: “In Italia siamo ancora indietro, sia a livello di procedure sia a livello contrattuale“. E voi che ne dite?

*** Piero RICCA e Alessandro SARCINELLI, 'ilfattoquotidiano.it', 20 luglio 2020, qui

In Mixtura ark Video qui

#VIGNETTE / Il lavoro eleva lo spirito (Fabio Magnasciutti)

Fabio MAGNASCIUTTI
facebook, 20 luglio 2020, qui

In Mixtura i contributi di fabio Magnasciutti qui
In Mixtura ark #Vignette qui

lunedì 20 luglio 2020

#SGUARDI POIETICI / Intrappolati (Anna Macula)

Intrappolati
nelle viscosità della vita,
fissiamo il vuoto
di un'esistenza già morta,
marci dentro,
seguiamo l'onda,
l'immagine allo specchio
deve essere perfetta,
non sono ammessi
cedimenti.

*** Anna MACULA, 1985, poetessa, in 'atelierpoesia.it', 12 giugno 2020, qui


In Mixtura i contributi di Anna Macula qui
In Mixtura ark SguardiPoietici qui

#CIT / Un'opinione informata (Harlan Ellison)


In Mixtura ark #Cit qui

#QUADRI / Divertimento estivo, 1886 (Anders Leonard Zorn)

Anders Leonard ZORN, 1860-1920
pittore svedese
Sommarnöje” (Delizia estiva o Il divertimento estivo)
Acquerello, 1886, a Dalarö, Stoccolma
facebook, 18 luglio 2020, qui

In Mixtura ark #Quadri qui

#VIGNETTE / Il famoso stallo Ue (Natangelo)

NATANGELO
'il Fatto Quotidiano', 19 luglio 2020, via facebook, qui

In Mixtura i contributi di Natangelo qui
In Mixtura ark #Vignette qui