Visualizzazione post con etichetta storytelling. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta storytelling. Mostra tutti i post

venerdì 30 giugno 2017

#MOSQUITO / Storytelling, affabulazione e tutti passivi (Giuseppe Antonelli)

Una narrazione (o narrativa, come si dice anche, ricalcando l’inglese narrative) che di fatto sostituisce l’argomentazione con l’affabulazione. Affabulazione, in effetti, sarebbe la parola giusta per rendere al meglio storytelling. O anche la variante fabulazione (dal francese fabulation): la parola usata da Henry Bergson per definire la tendenza dell’uomo a creare miti e raffigurazioni fantastiche come antidoto alla paura della morte. Parola ripresa oggi dagli psicologi per indicare la presentazione come reale di un racconto immaginario. Affabulazione viene dal latino fabulare, che voleva dire «parlare». Ma – appunto – quello è anche l’etimo di favola, di fiaba e di fola «bugia, fandonia». Troppo spesso la politica ci racconta le favole che vogliamo ascoltare. E noi, come bambini, amiamo sentircele ripetere. E le ripetiamo noi stessi ai nostri amici, nella speranza che piacciano anche a loro. E che anche loro le raccontino a qualcun altro. Peccato che, in tutto questo, nessuno (o quasi) si preoccupi più di verificare se quelle favole abbiano in sé qualcosa di vero. Perché la narrazione implica la sospensione del giudizio a favore di quello che si chiama il «patto narrativo». Il criterio della verificabilità per le favole non vale. Per sua stessa natura, la narrazione esclude ogni tipo di riflessione e di discussione critica. È frontale e monologica. Va dall’uno verso i molti: in una direzione sola, come la corrente di un fiume. Mette tutti gli altri in una condizione di passività. Tu racconti e io ti credo. O non ti credo, ma comunque non posso ribattere. Non è previsto. La narrazione non si discute: si accetta o si rifiuta in blocco. Si odia o si ama. Il giudizio è sospeso, vale solo il pregiudizio. C’è poco da stupirsi, allora, se l’esito di questo modo di fare politica è il fronteggiarsi di faziosi schieramenti di seguaci.

*** Giuseppe ANTONELLI, 1970, linguista, Volgare eloquenza. Come le parole hanno paralizzato la politica, Laterza, 2017


In Mixtura ark #Mosquito qui

giovedì 8 dicembre 2016

#SPILLI / 'Storytelling', e 'feedback' (M. Ferrario)

Mi pare che lo 'storytelling' (inteso come narrazione della realtà) produca almeno due effetti. 
Uno più perverso dell'altro.

(1) - Del primo ho detto più volte: vuol dire che 'ce la raccontiamo'. 
E, soprattutto, che 'ce la raccontano'.
Cioè: apre un'autostrada infinita per la libera circolazione di panzane e patacche.
Panzane e patacche che oggi, nell'era del politicamente corretto sempre stigmatizzato anche da chi continua a farne uso, si chiamano eufemisticamente 'post-verità'.
Ma la truffa, per quanto sapientemente occultata, resta truffa. 
E infatti è truffa continua.

(2) - Il secondo effetto, ancora più scellerato e diabolico perché assai più sottile e pressoché insuperabile, è che lo storytelling ammazza qualunque feedback: dunque qualunque risposta negativa arrivi da chi è stato oggetto della mia narrazione.
Cioè: se la mia idea, la mia proposta, il mio progetto impattano contro il muro della valutazione negativa degli altri, non ne ricavo che, 'forse', i contenuti che propongo sono sbagliati. 
Neppure che gli altri non hanno capito nulla: come capitava una volta quando non si era 'democratici', si era rozzamente ignoranti di comunicazione e, con arroganza, non sapendo assumersi la responsabilità del nostro pensiero e delle nostre azioni, si scaricava tutto sui nostri interlocutori. 
Oggi, più semplicemente (e impudentemente), si conclude soltanto che non sono stato convincente. 
Cioè: non 'gliel'ho raccontata bene'. 
Magari sono stato antipatico e devo esserlo meno. 
Dunque i miei contenuti sono dogmaticamente salvi: gli altri non li hanno rifiutati. 
Non glieli ho spiegati bene. 
Conseguenza: migliorare lo 'storytelling'.
Aumentare le dosi di vaselina.

***Massimo Ferrario, Storytelling, e feedback, per Mixtura

venerdì 18 novembre 2016

#SPILLI / Credibilità, e storytelling (M. Ferrario)

«... che credibilità può avere un tipo che dice all'amico 'stai sereno' e due giorni dopo gli sfila il posto? Se lo avesse fatto in un bar non avrebbe potuto più rientrarci. Da noi è diventato presidente del Consiglio». 
(Massimo FINI, giornalista, saggista, La Costituzione non si può cambiare così' 'Il Fatto Quotidiano', 17 novembre 2016).

Meno male che ogni tanto qualcuno ci ricorda il 'peccato di origine' commesso da chi si è improvvisato 'premier'. 

Dovremmo anche dire, però, che, se lui è dove è e continua a fare ciò che fa, è anche perché la sua credibilità, per nulla credibile in paesi normali, in Italia, evidentemente, almeno da due anni a questa parte, risulta credibile. 

Del resto ci siamo tenuti il (suo) maestro B per vent'anni. 

Forse c'è qualcosa che non va anche in noi, oltre che in lui. 
Forse ci piacciono quelli che 'ce la raccontano'. 
E forse, a guardare oltre oceano, ormai siamo pure in (pessima) compagnia. 

È lo 'storytelling', bellezza.

*** Massimo Ferrario, 'facebook', 17 novembre 2016, qui

mercoledì 6 aprile 2016

#LINK / Beppe Sala, come nasce un politico nell'era dello storytelling (Gianni Barbacetto)

Expo, ovvero la politica ai tempi dello storytelling. L’esposizione universale – o meglio, la narrazione dell’esposizione universale – sta imprigionando come un sortilegio la politica italiana. Expo Milano 2015 è diventata l’icona renziana dell’Italia che riparte e della Milano che decolla. Poco importa che, nella realtà, l’Italia non riparta e che Milano abbia avuto dall’evento giovamenti assai limitati: ciò che conta non sono i fatti, ma la narrazione. Sull’onda di quella narrazione, ora a Milano è stato candidato sindaco per il centrosinistra Giuseppe Sala, che dell’esposizione è stato il commissario unico: Expo si fa politica.

Ecco dunque come nasce un politico nell’epoca dello storytelling. (...)

*** Gianni BARBACETTO, giornalista, Sala. Come nasce un politico nell’era dello storytelling, 'Micromega', n. 2, marzo 2016, anche in 'giannibarbacetto'.it', qui


In Mixtura 1 altro contributo di Gianni Barbacetto qui

domenica 13 settembre 2015

#RITAGLI / Storytelling, né fuffa né panacea (Dino Amenduni)

La parola 'storytelling' potrebbe aver bisogno di un nuovo storytelling.
La reputazione del termine è infatti piuttosto bassa oggi in Italia.
Da un lato assistiamo a una parte di osservatori che associano questa parola a concetti prossimi alla "fuffa". Nanni Delbecchi, per esempio, ha scritto che lo storytelling non è altro che la supercazzola prematurata del Conte Mascetti. 
Dall'altro assistiamo alla distorsione opposta, e non meno salutare: sembra che raccontare storie sia diventata la panacea di tutti i mali, il trucco per invertire le curve di profitto, l'arma segreta per vincere le elezioni.

Entrambe le teorie sono a mio avviso (particolarmente) sbagliate. Ma se hanno avuto questo livello di maturazione e di consenso, un motivo ci sarà. E come spesso accade in questi casi, la responsabilità sta nell'abuso dello strumento da parte di chi ha il potere di usarlo. (...)

Christian Salmon sostiene che l'arte (o meglio, la tecnica) del raccontare storie sia vittima di tre paradossi:
a. Più storie racconti, più lo fai in tempi compressi, più si perde l'effetto positivo del racconto. (...)
b. La leadership politica moderna è psicologicamente incompatibile con lo storytelling. (...)
c. Lo storytelling gira a vuoto, sconfitto dal "volontarismo impotente". (...)

Provo a iniziare un ragionamento che necessariamente richiederà altro studio e altra riflessione:

a. Raccontare storie solo quando si hanno storie da raccontare. Potrebbe sembrarvi una banalità, non lo è affatto. Spesso non si aspettano i numeri, i fatti, i dati per iniziare a raccontare. E si sbaglia. Si fanno promesse, poi la maggioranza litiga, poi ci si ferma. Quante volte lo abbiamo visto in Italia negli ultimi 20 anni?
b. Accettare l'idea che le storie possano essere raccontate da molti altri mittenti più credibili dei leader, a partire dai militanti o da chi beneficia delle leggi proposte dai governi. Gli storyteller dovrebbero organizzare storie già esistenti, più che produrne di nuove.
c. Fare discorsi di verità. Includere l'imperfezione come parte costitutiva del discorso politico. Accettare la sconfitta come elemento umano. Non negare l'evidenza. «La nostra bellezza non si realizza quando veniamo riconosciuti, quando veniamo premiati. Il nostro lato immenso si apre quando diciamo l’affanno, quando vediamo l’affanno degli altri. La politica non parla mai del dolore, della vecchiaia, della disperazione. E con questo si condanna a una penosa irrilevanza.» (Franco Arminio)

*** Dino AMENDUNI, giornalista, I tre paradossi dello storytelling, blog 'contropiede', 10 settembre 2015

LINK articolo integrale qui

venerdì 10 luglio 2015

#SENZA_TAGLI / Storytelling renzista (Alessandro Robecchi)

E’ un po’ difficile immaginare Napoleone che, osservando dalla collina il suo esercito in rotta a Waterloo, si volta verso i generali e dice: “Ecco, non abbiamo saputo comunicare le cose buone che abbiamo fatto! Chiamatemi quelli della comunicazione!”. Altri tempi, paradosso improponibile. Proviamo con uno più moderno. I difensori del Brasile, sotto di sette pappine con la Germania, si guardano tra loro e si dicono: “Peccato, siamo più bravi noi, ma non riusciamo a farlo capire alla gente che guarda la partita”.

Ecco, un pochino sta andando così a Matteo Renzi: l’altro giorno, con l’Europa che sobbolliva, Hollande e Merkel che facevano il loro vertice senza di lui, la Grecia che gridava il suo no, la Borsa di Milano in picchiata, interveniva a un incontro con i suoi deputati e senatori per dire che “dobbiamo comunicare meglio”. Ora, qui non è che si scende dalla montagna del sapone, e si sa benissimo – essendo nati e cresciuti dopo Carosello – che la comunicazione, la sua manipolazione e il suo sapiente uso sono faccende strategiche. Che la “narrazione” – o lo storytelling, come lo chiamano i renzisti col master – sia importante è noto. E però è noto anche che bisogna saperla fare. Piccolo esempio. Se il cielo è nuvoloso con qualche sprazzo d’azzurro, potrai anche dire che tornerà il sole, e che nel caso sarà merito tuo. Se invece consigli la gente di mettere il costume, le infradito e il doposole e di correre al mare mentre diluvia e tira vento, la tua narrazione non solo è truffaldina, ma ti fa fare un po’ la figura del pirla. Sembra scienza (Wow! Scienza delle comunicazioni! Cool!), ma è una cosa piuttosto semplice. 

Chiedete al signor Silvio se ripeterebbe quella frase su “i ristoranti sono pieni” mentre la crisi mordeva le chiappe a (quasi) tutti. No, non lo farebbe. Il rischio di sbagliare la narrazione (va tutto bene, ottimismo, tranquilli, ci pensa lui, guarda che meraviglia!) si complica poi strada facendo. Perché ti costringe a una scelta: o insisti con quella, anche a costo di smentire una realtà che vedono tutti, oppure cambi narrazione, nel qual caso la gente penserà (ecco, sto fatto che la gente pensa è una variabile di cui al Pd tengono poco conto) che dici la prima cosa che ti salta in mente, purché ti serva.

Ma non facciamo gli ingenui e non attribuiamo al povero renzismo in affanno problemi che sono di tutti. Presentare una pasta scotta e mal condita come un manicaretto da chef stellato è un tipico vizio della politica (tutta), e può persino funzionare. Ma funziona solo a patto che chi si inventa la bugia (pardon, la narrazione) sappia qual è la realtà. Invece, pare che ai burbanzosi colonnelli renzisti, per non dire del generale in capo, sfugga questo principio fondamentale: è una scemenza farsi convincere dalla propria stessa propaganda. Un errore fatale, che le vicende greche hanno magistralmente mostrato. 

I “comunicatori” del Pd hanno passato così tanti giorni (insieme ai poteri forti, ai grandi giornali, a tutte le tivù) a dire che i greci avrebbero votato “sì” con grande responsabilità, che ci hanno creduto davvero. Fare “il mediatore” tra Berlino e Atene ora non sarà facile, dopo aver tifato Berlino, portato allo stadio lo striscione “viva Merkel”, insultato in tutti i modi Tsipras e Varoufakis, tirato in ballo Pericle col famoso metodo “a cazzo. Perché nella narrazione e dello storytelling renzista bisogna tenere a mente anche questo: passato un anno e mezzo, la gente non ci crede più, e però se lo ricorda, prende nota, e la prossima volta non ascolta nemmeno. Urge riflessione, insomma, e invece lì siamo ancora al pensiero binario: “noi ottimisti / voi gufi”. Bisognerà regalare ai “narratori” un neon gigantesco con scritto: “Non funziona!”. E magari anche un altro che dica: “Ancora coi gufi, che palle!”

*** Alessandro ROBECCHI, giornalista, scrittore, Il problema non è la narrazione, è che non sanno farla, 'Il Fatto Quotidiano', 89 luglio 2015, anche in blog 'alessandrorobecchi.it', qui

° ° °
Sempre nel blog Mixtura, 
* 1 altro contributo di Alessandro Robecchi qui
* la mia mini-recensione al libro di Alessandro Robecchi, Dove sei stanotte, qui