Visualizzazione post con etichetta leone Cecil. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta leone Cecil. Mostra tutti i post

sabato 8 agosto 2015

#SENZA TAGLI / Cecil, lacrime per un leone e non per chi muore di fame (Goodwell Nzou)

Quando è arrivato l’sms, ero concentrato sulla biochimica. Ho letto: «Mi dispiace tantissimo per Cecil. Viveva vicino a casa tua, nello Zimbabwe?». «Chi è Cecil?», mi sono chiesto. Quando poi ho scoperto che il messaggio riguardava un leone ucciso da un dentista americano, il bambino che è dentro di me, cresciuto in un villaggio dello Zimbabwe, istintivamente ha esultato: «Evviva, un leone in meno che minaccia la mia famiglia!». Ma gli americani che firmano le petizioni sanno che i leoni sterminano le persone? Nel mio villaggio nello Zimbabwe, nessun leone è mai stato amato, e tantomeno ha ricevuto un nomignolo affettuoso. Nello Zimbabwe si ha terrore dei leoni.

Quando avevo nove anni, un leone solitario faceva incursioni e razziava i villaggi nei dintorni del mio. Hanno messo in guardia noi bambini, obbligandoci ad andare a scuola in gruppo e a smettere di giocare all’aperto. Le mie sorelle non potevano più recarsi al fiume da sole a prendere l’acqua o lavare i piatti. Il leone ha inghiottito la vita del nostro villaggio: nessuno poteva più socializzare accanto al fuoco, di notte.
Quando finalmente è stato ammazzato, a nessuno è interessato se il suo uccisore fosse uno del posto o un cacciatore bianco amante di trofei, se lo avesse fatto fuori con i bracconieri o con tanto di licenza di caccia. Abbiamo danzato e cantato perché una belva tanto temuta era scomparsa.

Non fraintendetemi: per noi zimbabwani, gli animali selvatici hanno un significato quasi mistico. Apparteniamo a clan e ciascun clan ha un animale totemico protettore come proprio antenato mitologico. Il mio è Nzou, l’elefante, e per tradizione non posso mangiare carne di elefante, perché sarebbe come consumare la carne di un consanguineo. Ai miei occhi di zimbabwano la tendenza degli americani a rendere romantici gli animali a cui si è dato un nome e a saltare sul treno degli hashtag hanno trasformato in un circo dell’assurdo una situazione del tutto ordinaria: negli ultimi dieci anni i leoni ammazzati legalmente sono stati 800 e a farli fuori sono stati sempre stranieri facoltosi, disposti a sborsare cifre esorbitanti per dimostrare tutto il loro coraggio.

Adesso Peta chiede che il cacciatore sia impiccato. Gli americani, che non riescono neppure a individuare lo Zimbabwe su una carta geografica, plaudono alla domanda di estradizione del dentista cacciatore, inconsapevoli del fatto che per il banchetto in onore dell’ultimo compleanno del nostro presidente è stato trucidato un cucciolo di elefante. A noi zimbabwani non resta che scuotere la testa, e chiederci perché agli americani stiano maggiormente a cuore gli animali africani delle persone africane.

Per favore, non mi presentate le condoglianze per Cecil, a meno che non siate disposti a farmele anche per gli abitanti dei villaggi dilaniati o lasciati a morire di fame dai suoi simili, dalla violenza politica, dalla carestia.

*** Goodwell NZOU, studente dello Zimbabwe, Io, africano vorrei lacrime per chi muore di fame, traduzione di Anna Bissanti, 'la Repubblica', 7 agosto 2015.

° ° °

Sono più che d'accordo con lo studente africano Goodwell Nzou. 
In Mixtura, sul leone Cecil, ho diffuso l'altro giorno lo #spillo intitolato Chi vince, chi perde e chi è peggio di una bestia: lo trovate qui 
Anche adesso, dopo le parole di Nzou, non toglierei una virgola. 
Perché quella uccisione (come infinite altre che non arrivano ai media), tra l'altro avvenuta con l'inganno, è una metafora di ciò che (troppo spesso) noi siamo. Il leone non è stato ucciso in difesa di un villaggio: come avrebbe fatto un africano. Ma perché un occidentale straricco potesse mostrare il proprio comportamento in 'erezione' tra i trofei di casa.
Però firmerei subito le ultime righe dello scritto di Nzou: 
«Per favore, non mi presentate le condoglianze per Cecil, a meno che non siate disposti a farmele anche per gli abitanti dei villaggi dilaniati o lasciati a morire di fame dai suoi simili, dalla violenza politica, dalla carestia».
Aggiungerei solo che le condoglianze, da parte di noi occidentali, per gli esseri umani africani che muoiono, sono 'facili' e non bastano. 
Ci vuole altro. 
Anche se, lo so, noi occidentali non solo non facciamo 'altro', ma neppure sappiamo fare le condoglianze. (mf)

giovedì 6 agosto 2015

#SPILLI / Chi vince, chi perde e chi è peggio di una bestia (M. Ferrario)

(dal web, autore anonimo)
Non perdo mai: o vinco o imparo.

Walter James Palmer è il dentista statunitense che ha ucciso il leone Cecil, uno degli animali più famosi del parco nazionale Hwange, in Zimbabwe. Lo ha decapitato per aggiungerlo ai suoi trofei di casa.
Secondo Theo Bronkhorst, il cacciatore locale che lo ha accompagnato nella battuta, il dentista statunitense voleva anche una zanna d'elefante da 30 chili.
Ora Palmer ha lasciato la sua casa in Minnesota, trovando rifugio in una località segreta, rincorso dalle polemiche globali che il suo gesto ha provocato. (dai giornali)

Il leone Cecil ha perso. Perché è morto.
E non è più in grado di imparare. 
Ma ha vinto. 
A tutte maiuscole.
E il suo titolo di re non glielo toglie nessuno.

Certo non glielo toglie un misero e miserevole essere umano che sopperisce ai suoi problemi di erezione imbracciando un fucile. E uccidendo, vigliaccamente, in un parco nazionale e con il contributo di uno spregevole cacciatore locale, un animale che ha imparato a vivere in un ambiente creato dall'uomo per lasciarlo vivere.

Chi non impara mai, perché è solo preso dal bisogno perverso di vincere (in qualunque modo, anche con l'inganno) per affermare il suo povero Io, è solo l'uomo. 
Che appartiene al mondo animale, ma è peggio di una bestia.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura