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mercoledì 6 aprile 2016

#SENZA_TAGLI / Insulto, generico (Massimo Gramellini)

Siete di quelli che ancora pensano che dare a qualcuno dell’uomo, o della donna, di m. sia infamia meritevole di querela? Retrogradi. Roberto Pelucchi, giornalista sportivo afflitto da evidente permalosità, si è permesso di denunciare dei galantuomini che sul sito «atalantini.com» lo avevano definito «infame», «bastardo» e «uomo di m.». Ma il giudice di Bergamo, perché c’è un giudice a Bergamo, ha rigettato la richiesta con poche ma definitive parole. «In ambito sportivo un insulto generico ci può anche stare». Un insulto specifico no, nemmeno lì. Ma un insulto generico, nel ruttodromo del calcio, fa quasi simpatia. Specie se lanciato da ultrà che si nascondono dietro nomi di facciata. Un accorgimento - scrive il giudice - che «toglie carica all’insulto rispetto alle offese fatte con nome e cognome». Se dunque vi assale la voglia di mandare genericamente a stendere qualcuno, non frenate l’istinto. Riempitelo pure di m., purché a volto coperto e senza declinare le vostre generalità. 

Va inoltre considerato che il Pelucchi era intervenuto su quel sito per difendere un suo articolo. Decisione che il giudice considera quantomeno imprudente. «Chi si mette a correre per strada durante la festa di Pamplona non può lamentarsi più di tanto se qualche toro finisce per incornarlo». Che sarebbe un consiglio saggio, se provenisse dal gargarozzo di una vecchia zia. Mentre chi parla è uno che in teoria dovrebbe fare rispettare le leggi. Invece sta dicendo che quando vieni rapinato in un vicolo buio a mezzanotte, non solo il reato non esiste, ma se lo denunci sei pure un po’ coglione (insulto generico).  

*** Massimo GRAMELLINI, giornalista e scrittore, L'insulto generico, 'La Stampa', 5 aprile 2016, qui

In Mixtura altri 16 contributi di Massimo Gramellini qui

domenica 10 gennaio 2016

#LINK / Internet, e usarlo senza insultare? (Nicola Lagioia)

Mi piacerebbe parlarvi della violenza in rete. Non quella dei terroristi o dei fanatici di professione, ma quella delle “persone normali”.

Perché internet ci trasforma in mostri sanguinari?

Proverò a offrire qualche spunto di riflessione partendo da due casi di cronaca, vi racconterò di un mio infortunio privato, infine spero di avere abbastanza forza da spingere il discorso verso un azzardo e una scommessa.

*** Nicola LAGIOIA, scrittore, Proviamo a usare internet per scoprire il mondo invece che per insultare, 'internazionale.it', 9 gennaio 2016

LINK, articolo integrale qui

Michael H. - Getty Images

martedì 20 gennaio 2015

#RITAGLI / Satira, cosa dice la legge

Dopo che la Corte costituzionale nel 2000 ha dichiarato illegittimo il reato di vilipendio della religione dello Stato, c'è un'unica norma che punisce chi offende qualsivoglia confessione religiosa. L'articolo 403 del codice penale. Sanziona l'offesa quando viene realizzata mediante vilipendio del credente o del ministro del culto. La pena consiste in una multa e il reato è procedibile d'ufficio, cioè non serve una querela. Un pm che ritenesse una vignetta un vilipendio, nei termini citati, può procedere. 
Questo reato, però, trova dei limiti nell'art. 21 della Costituzione che tutela la libertà di espressione. 
Quindi la satira che tocca la religione non è punibile se ha una funzione critica, mentre può essere sanzionabile se dileggia la confessione religiosa. Non viene punita la discussione, compresa una vignetta sui temi religiosi, né il dissenso radicale verso una religione, ma viene punita l'offesa fine a se stessa. La norma punisce l'ingiuria al credente e l'oltraggio ai suoi valori etici. 
Quindi, la tutela della satira è la più ampia, ma, come tutti i diritti, trova un limite nei diritti degli altri e può essere sanzionata. 

*** Caterina MALAVENDA, avvocato penalista e giornalista pubblicista, tra i massimi esperti di diritto di informazione, citata da Antonella Mascali, Divieti di satira tra insulto e libertà, 'Il Fatto Quotidiano', 18 gennaio 2015