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mercoledì 13 luglio 2016

#MOSQUITO / Diseguaglianze (Marco Revelli)

Nell’ultimo ventennio del secolo il Prodotto lordo mondiale (Pil) (Gross Domestic Product - Gdp) è più che raddoppiato, passando dai circa 19 trilioni di dollari del 1980 ai 41 trilioni del 2000 (e nel decennio successivo è ancora cresciuto di un terzo, raggiungendo i 69 trilioni). 

Nonostante ciò, lo Human Development Report 2002 delle Nazioni Unite ha affermato ancora che “the level of inequality worldwide is grotesque”, esemplificando questa affermazione con una serie impressionante di dati: 
– L’1% più ricco della popolazione mondiale riceve un reddito pari al quello del 57% più povero. 
– Il 10% più ricco della popolazione Americana ha un reddito pari a quello del 43% più povero della popolazione mondiale (!). Detto in modo diverso, il reddito dei 25 milioni di americani più ricchi è uguale a quello di circa 2 miliardi di persone. 
– Il reddito del 5% più ricco nel mondo è 114 volte quello del 5% più povero. 

Il Rapporto delle Nazioni Unite aggiungeva che l’indice di Gini applicato alla dimensione globale è drammaticamente alto, superiore a un coefficiente di 0,65, di gran lunga più elevato del tasso di diseguaglianza interno di qualsiasi paese (il che significa che, nonostante la crescita esponenziale della sua ricchezza complessiva, il “villaggio globale” è molto più inegualitario di qualunque altro “stato nazionale”). 

Vale la pena di ricordare che l’indice di Gini si colloca in un range ai cui estremi stanno i valori “0” (corrispondente a una situazione-limite di perfetta eguaglianza, in cui tutte le famiglie o gli individui abbiano esattamente la stessa parte di ricchezza) e “1” (in cui si esprime, invece, la situazione esattamente opposta, in cui tutta la ricchezza sia concentrata in una sola famiglia o persona). Tale condizione è considerata solitamente solo teorica o “di scuola”, sebbene non sia poi così lontana dallo stato sociale del mondo descritto in un precedente Rapporto delle Nazioni Unite sullo sviluppo umano – quello del 1999 –, in cui si segnalava come, dopo un ventennio di crescita “globale”, “gli assets dei primi tre top billionaires” superassero da soli il Prodotto nazionale lordo combinato di tutti “i paesi meno sviluppati con i loro 600 milioni di abitanti”. E come il 20% della popolazione mondiale collocata nei paesi più ricchi si appropriasse dell’86% del prodotto lordo mondiale, mentre al 20% più povero non ne restasse che l’1%. 

Lo stesso rapporto mostrava, d’altra parte, come il gap tra il quinto della popolazione mondiale vivente nei paesi più ricchi e il quinto relegato in quelli più poveri fosse giunto, alla fine del secolo, ad una ratio di 74 a 1. Poiché era 60 a 1 nel 1990 e 30 a 1 nel 1960, e, andando più indietro, si giunge addirittura a un rapporto di 11 a 1 nel 1913, di 7 a 1 nel 1870 e di 3 a 1 nel 1820 – quasi all’anno zero della rivoluzione industriale –, diventa difficile attribuire allo sviluppo quel potenziale egualitario (per lo meno tra grandi aggregati globali) che la teoria di Kuznets evoca, salvo voler proiettare, in un futuro indefinibile, il fatidico “punto di rottura” in cui finalmente la tendenza inegualitaria si dovrebbe rovesciare.

*** Marco REVELLI, 1947, storico, sociologo, politologo, La lotta di classe esiste e l'hanno vinta i ricchi, Laterza, 2014


In Mixtura 1 altro contributo di Marco Revelli qui

mercoledì 10 febbraio 2016

#VIDEO / Diseguaglianza, un problema per tutti (Danny Dorling)

Danny DORLING, geografo sociale britannico
Troppa ricchezza nelle mani di pochi è un problema per tutti
'The Guardian', ìinternazionale.it', 3 febbraio 2016
video 2min34


Spesso si pensa che un certo livello di disuguaglianza sia normale nelle nostre società, dice il geografo sociale Danny Dorling. 
Ma la distanza tra i super ricchi e gli altri in questi anni è aumentata in modo incredibile. 
Nel Regno Unito, per esempio, la ricchezza delle mille persone più benestanti del paese è raddoppiata dal 2010. 
Danny Dorling è professore di geografia all’università di Oxford. 
Il suo ultimo libro è Injustice: why social inequality still persists.
(dalla presentazione del video)

mercoledì 11 novembre 2015

#LINK / Diseguaglianza, ereditaria (Maria De Paola)

In molti paesi a una forte diseguaglianza si accompagna l’ereditarietà nelle posizioni economiche e sociali. 
Perché le famiglie con reddito più alto investono di più nel capitale umano dei figli. E perché hanno connessioni sociali che permettono l’accesso a occupazioni e retribuzioni migliori.

Maria DE PAOLA (lavoce.info), Diseguaglianza: si tramanda di padre in figlio, 'ilfattoquotidiano.it', 10 novembre 2015

LINK, articolo integrale qui

domenica 24 maggio 2015

#TAVOLE #ECONOMIA / Diseguaglianza, indice Gini (Italia, Francia, Usa, Ocse)


L'andamento della diseguaglianza - Indice Gini
da 'la Repubblica', 22 maggio 2015


*** Rosaria AMATO, giornalista, Ocse: "Cresce la diseguaglianza in Italia: l'1% ha il 14% della ricchezza", 'la repubblica', 22 maggio 2015

LINK, articolo integrale qui

Vedi anche 
Rosaria AMATO, Ripartire dal Sud: l'allarme dell'Istat e dell'Economist, blog 'percentualmente', 'repubblica.it', 20 maggio 2015, qui

sabato 14 marzo 2015

#RITAGLI #TAVOLE / Disuguaglianza (di reddito), sempre di più (M. Franzini)

[D: Stando ai discorsi, l'egualitarismo va di moda]
Vero. Quelle che non sono in voga sono le politiche in grado di ridurre i dislivelli tra le fasce più alte della società e quelle più basse. Anche perché spesso si fa confusione fra disuguaglianza e povertà: in Cina, per esempio, l'indigenza è stata fortemente ridotta, ma le distanze sociali sono aumentate enormemente. 

[D: E in Occidente?]
Negli Stati Uniti, l'1% più ricco incamera oggi il 21% del reddito complessivo; il triplo di trent'anni fa. In Italia il 9 e mezzo%, mentre a metà anni Ottanta era poco sopra il 5%. Sottolineo: quello che va concentrandosi è il reddito, non il patrimonio ereditato o acquisito. Una tendenza di lungo periodo che sta immobilizzando la società. Gli studi dimostrano che i figli di chi guadagna molto guadagneranno molto, i figli dei poveri resteranno poveri. È quello che Giovanni Pitruzzella, il presidente dell'Antitrust, chiama il 'capitalismo di relazione', indicandolo, anche lui, come avversario da sconfiggere.

[D: Che cosa è successo, a partire dalla fine degli anni Ottanta?]
Sono cresciute in misura impensabile le retribuzioni di alcune categorie: i top manager, certi professionisti, le star dello spettacolo e dello sport. Grazie, in particolare, alle tecnologie. Oggi la notorietà è un potentissimo moltiplicatore di reddito: un calciatore è vendibile su un mercato globale. Mentre un dirigente può governare diverse imprese di vaste dimensioni, sparse ai quattro angoli del Pianeta. Questi non sono capitalisti, sono lavoratori facoltosi, working rich

[D: E all'altro estremo della società?]
È successo che avere un impiego non garantisce più di scampare alla miseria. Si espande, inesorabilmente, l'area dei working poors. Alla McDonald's un top manager e un inserviente di cucina sono entrambi dipendenti a stipendio, ma il primo incassa 2mila volte più del secondo. Alcune di queste disuguaglianze, a lungo andare, diventano socialmente inaccettabili. Quelle che non derivano da comportamenti della persona, ma dalla 'lotteria della natura': in quale famiglia e in quale città nasci. È in famiglia e nella cerchia sociale che, crescendo, si acquisiscono le cosiddette soft skills, come la capacità di parlare in pubblico e di rapportarsi con gli altri, che in età adulta diventano decisive per ottenere impieghi ben pagati. 

[D: C'è chi sostiene che un pizzico di disuguaglianza serve come incentivo perché la gente si dia da fare]
L'argomento è serio, ma bisogna valutare se le disuguaglianze che esistono in concreto svolgono questa funzione. Se uno studente vede che è premiato chi ha buone amicizie, per dirne una, non cercherà di studiare di più, ma di procurarsi amicizie più utili.

[D: Storicamente, i partiti di sinistra nascono proprio per accorciare le distanze, ridurre i privilegi]
La sinistra ha perso per strada l'idea di uguaglianza, specie dopo la caduta del Muro. L'ha sostituita con una politica di pari opportunità, alla Tony Blair, che non ha dato grandi risultati. Non basta che tutti possano studiare: è necessario che siano sullo stesso piano, per esempio, di fronte al mercato del lavoro. Lasciar dilagare la disuguaglianza comporta gravi conseguenze politiche, oltre che sociali. 

[D: Quali?]
Le ricerche, in particolare quelle americane, dimostrano che la disuguaglianza economica si traduce in disuguaglianza politica: a determinare i processi decisionali è un numero di persone che nel tempo diventa sempre più ristretto. Senza contare che più i gruppi sociali si allontanano fra loro, meno trovano interessi convergenti, meno percepiscono l'esistenza stessa di un bene comune.

*** Maurizio FRANZINI, economista, studioso delle cause della disuguaglianza, docente di economia alla università La Sapienza di Roma, intervistato da Michele Concina, Lo strano caso della disuguaglianza: ha sempre più nemici e ce n'è sempre di più, estratto, 'L'Espresso', 13 marzo 2015



(tavola a commento dell'articolo, 'L'Espresso', 13 marzo 2015)
Indice 0 = uguaglianza assoluta dei redditi; Indice 1 = 1 sola persona prende tutto

La tavola mostra la classifica della disuguaglianza in alcuni Paesi Ocse basata sull'indice Gini dei redditi di mercato equivalenti, ovvero sui redditi di una famiglia derivanti da ogni fonte (lavoro dipendente e autonomo, impresa, capitale, rendita) al lordo delle imposte e dei trasferimenti pubblici di denaro. 

martedì 3 marzo 2015

#TAVOLE / La curva del Grande Gatsby: la matrice Mobilità/Diseguaglianza


La curva del Grande Gatsby: La matrice Mobilità/Diseguaglianza
da 'L'Espresso', 5 settembre 2013


Credo resti una tavola interessante: i dati sono ancora abbsatanza recenti (2013).
E l'Italia si qualifica per bassa mobilità intergenerazionale e alta disuguaglianza dei redditi.
Possiamo consolarci: siamo in compagnia degli Usa.
Dove da anni non a caso qualcuno parla di 'meritocrazia ereditaria'... (mf)
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dall'articolo di Roberta Carlini, L'Italia è in giusta e immobile, 'L'Espresso',  5 settembre 2013, http://espresso.repubblica.it/affari/2013/08/30/news/l-italia-e-ingiusta-e-pure-immobile-1.58397