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giovedì 25 aprile 2019

#SPOT / 25 Aprile (Umberto Romaniello, Alagon, CharlieComics, enneesse, Emanuele Del Rosso, Paolo Caruso, Carmelo Kalashnikov, Ru)

Umberto ROMANIELLO, 1974
via facebook, 24 aprile 2019, qui

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Alagon
via facebook, 24 aprile 2019, qui

° ° °

CharlieComics
via facebook, 24 aprile 2019, qui

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NS (enneesse)
via facebook, 24 aprile 2019, qui

° ° °

Emanuele Del Rosso
via facebok, 24 aprile 2019, qui

° ° °

Paolo Caruso
via facebook, 24 aprile 2019, qui

° ° °

Carmelo Kalashnikov
via facebook 24 aprile 2019, qui

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Ru (Riccardo Marinucci)
via facebook, 24 aprile 2019, qui

In Mixtura i contributi di Umberto Romaniello qui
In mixtura i contributi di Alagon qui
In mixtura i contributi di CharlieComics qui
In mixtura i contributi di Riccardo Marinuci qui
In Mixtura ark #Spot qui

mercoledì 25 aprile 2018

#SGUARDI POIETICI / 25 aprile (Alfonso Gatto)

La chiusa angoscia delle notti, il pianto
delle mamme annerite sulla neve
accanto ai figli uccisi, l’ululato
nel vento, nelle tenebre, dei lupi
assediati con la propria strage,
la speranza che dentro ci svegliava
oltre l’orrore le parole udite
dalla bocca fermissima dei morti
“liberate l’Italia, Curiel vuole
essere avvolto nella sua bandiera”:
tutto quel giorno ruppe nella vita
con la piena del sangue, nell’azzurro
il rosso palpitò come una gola.
E fummo vivi, insorti con il taglio
ridente della bocca, pieni gli occhi
piena la mano nel suo pugno: il cuore
d’improvviso ci apparve in mezzo al petto.

*** Alfonso GATTO,  1909-1976, poeta e scrittore, 25 aprile, da Tutte le poesie, Mondadori, 2001. Anche in 'interno poesia', 25 aprile 2017, qui


In Mixtura i contributi di Alfonso Gatto qui
In Mixtura ark #SguardiPoietici qui

martedì 25 aprile 2017

#VIDEO / 25 aprile, la sua sacralità (Moni Ovadia)


Moni OVADIA
La sacralità del 25 aprile
pubblicato su youtube da Nonunodimeno, 21 aprile 2017
video 10min51

Messaggio di Moni Ovadia a studenti e studentesse impegnati a una riflessione di grande importanza per la giornata del 25 aprile.
L'aspetto sacrale che rende l'esperienza un valore assoluto e non relativo lo verifichiamo in due libri sacri che sono nati dalla Resistenza antifascista: la Carta Universale dei diritti dell'uomo e la Carta della Costituzione italiana. 

Viviamo questa giornata per riflettere su chi siamo e perché siamo ciò che siamo. C'è ancora un cammino lungo da fare. I libri sacri che la resistenza antifascista ci ha dato ci danno strumenti di una forza diamantina.
(dalla presentazione)


In Mixtura altri contributi di Moni Ovadia qui

#SENZA_TAGLI / 25 aprile, il senso etico della Resistenza (Gianfranco Pasquino)

Chi avesse bisogno, ancora oggi (e sembrano essere in molti in Italia, ma anche in alcuni paesi europei, specialmente all’Est), di capire qual era e continua a essere il significato della Resistenza, dovrebbe assolutamente leggere le Lettere dei condannati a morte della Resistenza europea (in Italia pubblicato da Einaudi). Noterebbe, anzitutto, che la Resistenza non fu, in nessun paese europeo, un fenomeno esclusivamente di classe. Certo, furono i settori medio-bassi delle diverse società ad attivarsi. Erano anche stati i più oppressi dai rispettivi regimi autoritari, ma nel complesso l’aggettivo “interclassista” si attaglia ottimamente alla Resistenza. Dunque, per chi ha una visione equilibrata di che cosa è un popolo, la Resistenza fu guerra di popolo. In quelle lettere, scritte da combattenti di tutti i paesi europei, invasi e travolti dal nazismo, è possibile, anzi, facilissimo riscontrare alcuni elementi comuni, in particolare riguardo alle motivazioni e alle aspirazioni. La motivazione più forte e più diffusa è la (ri)conquista della libertà. È in nome della ricerca della libertà che milioni di uomini e donne europee presero le armi e rischiarono consapevolmente la vita, perdendola, come rivelano molte struggenti lettere, con grande serenità.

In queste lettere, i desideri di vendetta e le manifestazioni di odio sono sostanzialmente assenti. Sono, invece, molto presenti e visibili gli auspici che le loro morti siano utili, che contribuiranno a preparare un mondo migliore. Ancora una volta, in maniera sorprendente, certo con toni e accenni diversi che derivano, sì, dalle diversificate sensibilità e culture dei condannati a morte, si notano straordinarie somiglianze concernenti il mondo che quei resistenti avrebbero voluto costruire. Sullo sfondo, per tutti, sta ovviamente l’aspirazione alla pace, vale a dire a porre termine alle ricorrenti guerre. Tuttavia, ancora più chiara è la richiesta di giustizia sociale nella consapevolezza che nessuna pace può essere duratura se non è una pace riconosciuta come giusta ovvero basata su un assetto che protegga e promuova i diritti dei cittadini e che stabilisca criteri condivisi per la suddivisione delle risorse. No, non è né ricerca né anelito alla prosperità, ma l’obiettivo indicato è anche l’accesso ai frutti del proprio lavoro. Infine, ma assolutamente non come elemento marginale, questi condannati a morte condividono un elemento, forse embrionale, ma che si affaccia alle loro menti: il superamento dei gretti nazionalismi guerrafondai. L’idea che una pace giusta debba essere costruita superando, se non abolendo del tutto i nazionalismi, circola in molte lettere. È l’idea alla quale daranno sostanza fortissima Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni con il Manifesto di Ventotene (1941) redatto nel mezzo della guerra civile europea. Gli Stati nazionali sono fonti di guerre. Per renderle impraticabili è essenziale costruire un’Europa dei popoli che, naturalmente, è molto di più di un grande mercato. È uno spazio di diritti civili, politici, sociali, di convivenza, per l’appunto, nella pace, dove il perseguimento di politiche di potenza non ha più nessun senso.

Celebrare degnamente la Resistenza oggi (e domani) obbliga a riconoscere il messaggio delle lettere dei condannati a morte. Sono le loro ultime, nobili, solenni, mai retoriche, mai vendicative, parole. Quelle parole hanno un senso storico che, quindi, esclude dalle celebrazioni tutti coloro che allora stavano con i repressori e che oggi riadattano alcuni slogan di quei repressori. Hanno un senso politico che riguarda la costruzione di condizioni che impediscano il ripetersi dei fenomeni che portarono all’oppressione dei popoli europei. Hanno, infine, un potentissimo senso etico: cercare la pace nella giustizia sociale. Celebrare la Resistenza significa anche adoperarsi per un’Europa che sappia perseguire la giustizia sociale per i suoi cittadini e per tutti coloro, da dovunque vengano, che ripongono molte speranze nella giustizia.

*** Gianfranco PASQUINO, 1942, politologo, docente della John Hopkins University, 25 aprile: il senso etico della Resistenza, in 'qualcosacheso', 'gianfrancopasquino.wordpress', 23 aprile 2017, qui


In Mixtura altri contributi di Gianfranco Pasquino qui

giovedì 2 giugno 2016

#SGUARDI POIETICI / Nella piatta illusione del tempo (Maurizio Cucchi)

Nella piatta illusione del tempo, 
Nella comunità precaria 
Dei morti e dei vivi, 
Non si cancella l’offesa, non si modifica 
Il senso della storia. Nel presente 
Totale la vittima 
E l’assassino conservano 
Espressioni diverse, facce 
Opposte: il nero 
Resta nero e la storia 
Non lo stinge, non lo sbiadisce. 
Mai. 

*** Maurizio CUCCHI, 1945, poeta, critico letterario, traduttore, Nella piatta illusione del tempo, da Pietro Spataro, La rivolta dei poeti, ‘l’Unità’, 25 novembre 2009

In Mixtura altri 2 contributi di Maurizio Cucchi qui 

venerdì 8 maggio 2015

#EX LIBRIS / L'apoliticità è immoralità (Emanuele Artom)

Quando gli ho chiesto le sue opinioni politiche (*), mi ha risposto: «non ne ho». 
Allora gli ho ripetuto quanto da due settimane vado ripetendo a tutti i miei uomini: 
«Un giovane russo o americano della tua età non mi risponderebbe certo come te, il Fascismo non è una tegola cadutaci per caso sulla testa; è un effetto della apoliticità e dunque della immoralità civile del Popolo italiano». 

*** Emanuele ARTOM, 1915-1944, intellettuale e partigiano di ‘Giustizia e Libertà’, annotazione del 26 gennaio 1944, Diari di un partigiano ebreo 1940-1944, a cura di Guri Schwartz, Bollati Boringhieri, citato da Massimo Raffaeli, Per non rimuovere, ‘alias’, 13 settembre 2008. 
(*) Il riferimento è a uno studente in medicina arruolatosi fra i partigiani per puro istinto antifascista, senza avere maturato alcuna coscienza politica.


sabato 25 aprile 2015

#LINK #SOCIETA' / 25 aprile, il nostro mito fondativo. Ne abbiamo bisogno (Gustavo Zagrebelsky, Giovanni De Luna)

Il nostro mito fondativo
Ogni ordinamento politico-sociale ha bisogno di un atto o atto che sia assunto come 'mito fondativo'. 
Il mito raccoglie in sé elementi fattuali degni di rispetto e tali da ingenerare nelle generazioni successive adesione a un universo di valori considerati sacri. 
In generale, per svolgere nel tempo questa funzione identitaria che è espressa con la parola Grundnorm (norma o principio fondamentale) il mito non può essere cristallizzato, non deve fossilizzarsi in vuota retorica celebrativa, in folkdore. Deve essere costantemente rivitalizzato attraverso una dialettica tra l'arcaico e l'attuale. 
D'altra parte, tolta la Resistenza, che cosa ci offre la nostra storia recente che valga la pena d'essere assunta come Grundnorm? Tutte le volte in cui si vuole cercare una risposta ai grandi problemi del nostro tempo, la cui risoluzione non si vuoi lasciare al puro e semplice dispiegarsi del darwinismo sociale rinasce la domanda rivolta alla Costituzione. 
La Costituzione è tuttora la bussola, una bussola che indica non una rotta pacifica, ma la direziono d'una lotta. Penso a grandi temi come il lavoro, la scuola e la cultura, l'ambiente, la sanità, i diritti civili, la pace. 
Lo «spirito della Resistenza» non lo troviamo in un diafano irenismo, ma nei conflitti sociali. La Costituzione, nel nostro paese, è da sempre il terreno di conflitti. 
Finché il conflitto si svolgerà attorno alla Costituzione, chiamandone in causa i princìpi, lo spirito della Resistenza sarà vivo.

*** Gustavo ZAGREBELSKY, giurista, costituzionalista, presidente emerito della Consulta, Il nostro mito fondativo che vive nella Costituzione, 'la Repubblica', 22 aprile 2015.


° ° °
Ne abbiamo ancora bisogno
(...) [D: Perché oggi abbiamo bisogno del 25 aprile?]
Avere espunto la Resistenza dal nostro spazio pubblico ha comportato una sorta di carestia morale. I valori di riferimento rischiano di essere solo gli interessi, ciò che conviene. Fu invece quello il grande momento della scelta. Dopo l'8 settembre, ciascuno fa i conti con le proprie risorse, tra coraggio e opportunismo. Prima furono settemila, poi settantamila, alla fine centocinquantamila. Pochissimi in confronto ai milioni che avevano affollato le piazze del fascismo. Ma mai nella storia di Italia così tante persone avevano scelto di mettere in gioco la propria vita per la collettività. E in un tempo come il nostro privo di una pedagogia politica, questo mi sembra il lascito più prezioso.

*** Giovanni DE LUNA, storico, intervistato da Simonetta Fiori, estratto, "Dopo tanto revisionismo oggi finalmente è una festa di tutti", 'la Repubblica', 23 aprile 2015.
LINK, qui

giovedì 23 aprile 2015

#VIDEO #SOCIETA' #SPILLI / 25 aprile, che ne sanno i giovani? (E. Giovannini, M. Ferrario)


Cosa sanno i giovani del 25 aprile, festa della Liberazione?
servizio di Eva Giovannini, Ballarò, Rai3, 21 aprile 2015
video, 3min18

«Cosa sanno i giovani del 25 aprile?».
La domanda è retorica. Perché la risposta, come si sa anche senza rivolgerla, non può che essere disarmante. 
Deprimente. 
E per nulla incredibile, purtroppo.
Potremmo allora chiederci cosa noi, adulti, abbiamo fatto, o facciamo, perché la risposta sia diversa.
Ma sarebbe, anche questa, una domanda retorica. 
Certo, nel vedere questi giovani (giovani: non bambini alle elementari), che ignorano totalmente una data tanto fondamentale nella storia della Repubblica o che, quando vengono informati, svalutano o minimizzano questa festa rispetto ad altre, avendo perfino il coraggio, incosciente, di dire che «il fascismo dipende, da come viene interpretato», qualche (sana) reazione aggressiva anche nei loro confronti sarebbe giustificata. 
Hanno l'età per essere responsabili di se stessi. E della loro ignoranza. 
Hanno l'età non solo per ricevere informazioni che qualcuno gli debba elargire, ma anche per andarsele a cercare per conto loro. 
E se non lo fanno, non si possono solo tirare in ballo le colpe (che pure esistono) degli adulti: la scuola, i genitori. 
Strumenti per sapere abbondano. Non solo attorno a noi: siamo dentro un flusso continuo di informazioni. E sono pure gratuite. 
Basta volere.
Quindi il non sapere, il disinteresse, l'indifferenza, l'inconsapevolezza stupida e beota sono una scelta. Di giovani e adulti. Di una intera società. 
Che nega se stessa, essendo disinteressata ad essere società. Avendo deciso di fermarsi ad una semplice somma di individui, in cui ognuno pensa e guarda a se stesso. 
E già 'pensare' è una parola grossa. E 'guardare' è un verbo sprecato, così confinato, in via esclusiva e in modo compiaciuto, al proprio ombelico.
Non meravigliamoci se la democrazia è allo stato in cui è. Se non provvederemo, partoriremo un futuro ancora peggiore. 
Non lo dicono i cosiddetti gufi. Ce lo gridano in faccia questi giovani intervistati. 
Ignari di chi è morto anche per loro.
Senza retorica. Soltanto fatti. (mf)

sabato 18 aprile 2015

#VIGNETTE / Biani, Altan, Ebert, Natangelo



Mauro BIANI
25 aprile, 'il manifesto', 17 aprile 2015

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ALTAN
Come stai?, 'L'Espresso', 17 aprile 2015

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Mauro BIANI
Umanità, 'il manifesto', 16 aprile 2015

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EBERT
Diaz, blog 'ebert', 15 aprile 2015

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NATANGELO
Tesoretto, 'Il Fatto Quotidiano', 13 aprile 2015

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Mauro BIANI
Tesoretto?, 'il manifesto', 16 aprile 2015