Ad un certo punto, Wu Zhi chiede a Li
Wei: «Qual è secondo te il male assoluto che ognuno di noi dovrebbe, e
potrebbe, evitare?».
L’allievo ci pensa un po’.
«L’ignoranza, forse?».
Wu Zhi annuisce. Ma fa capire che non è la riposta esatta.
«C’è di peggio, Li Wei: molto di peggio.»
Il maestro lascia che il giovane
rimugini.
«Mi arrendo, Wu Zhi. Anche tu hai
sempre detto che compito dell’uomo è conoscere, sapere, imparare. Forse non
sempre ci riusciamo, anche perché più sappiamo e più ci accorgiamo che non
sappiamo. Ma questo è il tentativo che siamo chiamati a compiere in
continuazione, se vogliamo vivere nel mondo e non sopravviere. Come fa a non
essere il male peggiore?»
Wu Zhi conferma: «Hai ragione, Li
Wei. Non rinnego nulla di quanto ho sempre sostenuto. Eppure c’è qualcosa di
peggio dell’ignoranza. E’ la quasi-ignoranza:
il sapere qualcosa credendo di sapere
tutto».
«Che intendi dire, Maestro?».
«Intendo dire che l’ignoranza
completa non necessariamente crea danni. Se non so e so di non sapere, sono più
propenso ad affidarmi a chi sa. Se non so nulla delle proprietà dei diversi
tipi di legno e ignoro l’arte sapiente del falegname, non mi improvviso falegname.
Se ho bisogno di un mobile, chiedo a chi sa costruire mobili. In genere l’ignoranza
totale è accompagnata dal timoroso rispetto dell’argomento ignorato e, di
conseguenza, dall’umiltà. Se invece avessi solo letto un manuale di
falegnameria e, convinto di aver assimilato il sapere di chi esercita da anni il
mestiere di costruttore di mobili, mi mettessi in testa di arredare le stanze
dell’intero nostro convento, chissà quali pasticci combinerei. ».
«Quindi mi stai dicendo che una
conoscenza approssimativa è più dannosa rispetto a una totale ignoranza?».
«Esattamente: soprattutto se
associata a un’altra caratteristica molto comune e quasi sempre conseguenziale».
«Cioè?».
«La presunzione di sapere: che porta
all’arroganza. Ma io la chiamo più precisamente in un altro modo: più sintetico
e volgare.»
Li Wei sorride: non riesce a pensare
il Maestro capace di dire volgarità.
«Non ti ho mai immaginato volgare, Wu
Zhi.»
«Qualche volta anche la volgarità serve: ci
sono parole del popolo, che non trovi nei libri sacri, che meglio di tutte esprimono
certi concetti…».
«Mi hai incuriosito, Maestro».
*** Massimo FERRARIO, C'è di peggio del non sapere, 'Mixtura', 23 agosto 2026 (testo ispirato a uno spunto diffuso in rete).
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