Pagine

domenica 23 agosto 2026

#FAVOLE&RACCONTI (Massimo FERRARIO)

Wu Zhi e il suo allievo Li Wei stanno discutendo dei mali del mondo: alcuni sono segno del destino e non possono che essere accettati, ma altri dipendono da noi e vanno assolutamente evitati.

Ad un certo punto, Wu Zhi chiede a Li Wei: «Qual è secondo te il male assoluto che ognuno di noi dovrebbe, e potrebbe, evitare?».

L’allievo ci pensa un po’.

«L’ignoranza, forse?».

Wu Zhi annuisce. Ma fa capire che non è la riposta esatta. 

«C’è di peggio, Li Wei: molto di peggio.»

Il maestro lascia che il giovane rimugini.

«Mi arrendo, Wu Zhi. Anche tu hai sempre detto che compito dell’uomo è conoscere, sapere, imparare. Forse non sempre ci riusciamo, anche perché più sappiamo e più ci accorgiamo che non sappiamo. Ma questo è il tentativo che siamo chiamati a compiere in continuazione, se vogliamo vivere nel mondo e non sopravviere. Come fa a non essere il male peggiore?»

Wu Zhi conferma: «Hai ragione, Li Wei. Non rinnego nulla di quanto ho sempre sostenuto. Eppure c’è qualcosa di peggio dell’ignoranza. E’ la quasi-ignoranza:  il sapere qualcosa credendo di sapere tutto».

«Che intendi dire, Maestro?».

«Intendo dire che l’ignoranza completa non necessariamente crea danni. Se non so e so di non sapere, sono più propenso ad affidarmi a chi sa. Se non so nulla delle proprietà dei diversi tipi di legno e ignoro l’arte sapiente del falegname, non mi improvviso falegname. Se ho bisogno di un mobile, chiedo a chi sa costruire mobili. In genere l’ignoranza totale è accompagnata dal timoroso rispetto dell’argomento ignorato e, di conseguenza, dall’umiltà. Se invece avessi solo letto un manuale di falegnameria e, convinto di aver assimilato il sapere di chi esercita da anni il mestiere di costruttore di mobili, mi mettessi in testa di arredare le stanze dell’intero nostro convento, chissà quali pasticci combinerei. ».

«Quindi mi stai dicendo che una conoscenza approssimativa è più dannosa rispetto a una totale ignoranza?».

«Esattamente: soprattutto se associata a un’altra caratteristica molto comune e quasi sempre conseguenziale».

«Cioè?».

«La presunzione di sapere: che porta all’arroganza. Ma io la chiamo più precisamente in un altro modo: più sintetico e volgare.»

Li Wei sorride: non riesce a pensare il Maestro capace di dire volgarità.

«Non ti ho mai immaginato volgare, Wu Zhi.»

 «Qualche volta anche la volgarità serve: ci sono parole del popolo, che non trovi nei libri sacri, che meglio di tutte esprimono certi concetti…».

 «Mi hai incuriosito, Maestro».

«Il quasi-ignorante, che crede di sapere tutto e di tutto parla, magari pure criticando e insegnando ciò che non sa, io, almeno dentro di me, lo chiamo in un solo modo: coglione. Presta attenzione e sempre più ne vedrai tanti in giro. Abbiamone compassione, caro Li Wei, e, come ci ha insegnato il Buddha, accogliamoli con benevolenza, perché sono esseri umani come noi e tutti talvolta possiamo inconsapevolmente finire in questa categoria. Ma questo non ci esime dal riconoscere che troppi sono quel che sono e che, se non sappiamo difendercene, rischiamo di dover sopportare danni gravi anche sociali. Perché chi non sa ma crede presuntuosamente di sapere attenta al bene più prezioso: il senso del vivere condiviso di una comunità».

*** Massimo FERRARIO, C'è di peggio del non sapere, 'Mixtura', 23 agosto 2026 (testo ispirato a uno spunto diffuso in rete).


In Mixtura ark #Favole&Racconti qui

#SPILLI / Vergogna (Massimo FERRARIO)

Giornata di Ferragosto 2026, spiaggia di Ostia, Roma.

Un ragazzo di una ventina d’anni ha un telefono in mano: lo tiene da qualche minuto, rivolto verso la riva piena di bambini, mentre cammina lentamente avanti e indietro.

Un gruppo di bagnanti nota il giovane dalla pelle scura con il cellulare in azione. Non è abbronzato: è proprio nero.

Scatta immediato l’allarme. Qualcuno urla: «I bambini!». E con il dito indica il giovane. «E’ un molestatore. Li sta fotografando!».

Subito un gruppo di gente in costume da bagno si unisce alla voce di chi per primo ha gridato e si avvicina minaccioso al giovane. Lo attorniano, lo chiudono. Prima lo spintonano, poi passano alle maniere forti. Mentre qualcuno chiama le forze dell’ordine, altri si danno da fare con calci e pugni. Se non è linciaggio, poco ci manca.

Il ragazzo si difende: non sta facendo nulla di male, sta semplicemente telefonando. Il gruppo dei bagnanti non gli crede, non sente ragioni, non desiste.

Solo quando arriva una pattuglia di vigili il ragazzo è sottratto alla piccola folla e condotto via dalla spiaggia.

I vigili lo accompagnano all’auto di servizio. Gli chiedono i documenti e lo interrogano.

Si tratta di un egiziano, incensurato, che vive regolarmente in Italia: dice che stava facendo una videochiamata su whatsapp. I vigili si fanno consegnare il telefonino e controllano. Nessuna foto di bambini e la conferma di una videochiamata interrotta.

Il giovane viene accompagnato all’ospedale San Camillo in codice giallo: i medici constatano le lesioni. I vigili avviano l’indagine per capire chi ha dato l’allarme e chi ha partecipato al pestaggio.

Non c’è bisogno di molte parole. Un episodio di ‘normale’ razzismo. Basta la pelle scura e sei subito condannato. A priori. A prescindere. Senza prove.

Viviamo questi tempi e il clima generale, non solo in Italia, questo è.

Certo, è un singolo episodio. Che però si somma ad altre migliaia di singoli episodi.

In un passato lontano, per addolcire un colonialismo di cui siamo stati attivi protagonisti al pari di quell’Occidente sempre osannato per i suoi ‘alti’ valori considerati addirittura da esportare per educare gli ‘altri’, per definizione dichiarati ‘incivili’, abbiamo rifiutato di ammettere le nostre colpe e, volendo distinguerci dai ‘colonialisti cattivi’, ci siamo sempre raccontati la balla degli ‘italiani brava gente’.

Oggi continuiamo a considerarci tali e chi dice che forse non siamo tanto ‘bravi’ è accusato di disfattismo: di non essere un fulgido ‘patriota’ e di non credere alla sacralità della ‘nazione’.

Uno specchio, e un conseguente pizzico di vergogna, potrebbero aiutarci.

Cambiare si può. E la vergogna è un carburante potente: se finalmente cominciassimo a provarla.

*** Massimo FERRARIO,  Vergogna, 'narratur-OneShot' (pubblicazione via email riservata a un gruppo di amici), #172, 21 agosto 2026


In Mixtura ark #Spilli qui